“L’anno che vorrei…” – Il primo di un decennio per invertire la rotta e rialzare la testa

– L’anno che si apre è il primo di un nuovo decennio. Un anno è poco, ma dieci anni forse sono abbastanza per un cambiamento che non sia solo sussulto palingenetico e nevrotico. L’Italia ha bisogno di trasformazioni lunghe, non di isterismi sul posto, né di illusionismi verbali. E per le trasformazioni lunghe servono due requisiti fondamentali: continuità e visione. Risorse che purtroppo scarseggiano al momento. Ma la speranza è l’ultima a morire.

La continuità è un mix di fattori: istituzionali, politici, culturali, di leadership. Lo sappiamo e ce lo diciamo da tempo.
Ma la visione è forse la cosa che più scarseggia. C’è qualcuno che osi dire o addirittura pensare a come sarà l’Italia tra dieci anni? Per non parlare poi della domanda, quasi naif: “come vorremmo che fosse l’Italia tra dieci anni”?
L’assenza di questa domanda è parte del problema. Perché una visione richiede un paradigma culturale e un soggetto (collettivo) portatore di essa. Il paradigma culturale manca. O meglio siamo travolti dai paradigmi del passato, ormai ridotti ad ideologia vuota.
La rivoluzione liberale sta lì, sempre promessa… e noi ci sentiamo talvolta come come il tenente Drogo sulla fortezza Bastiani…

Al suo posto però impera, come un totem, quella cultura egualitarista e statalista che ci ha succhiato l’anima e il futuro. Che fa il paio con la cultura delle rendite e delle protezioni, che non ha confini ideologici e dissemina figli a destra e a sinistra, ricorrendo a narrazioni diverse, ma convergenti nei risultati.
Sì, perché questo è il dato. Cultura delle rendite e ideologia egualitarista si sono saldate facendo fuori la possibilità che sorgesse, da un lato, una cultura liberal-conservatrice e dall’altro una cultura liberal-riformista fondata sull’idea dell’eguaglianza delle opportunità e non dei risultati (per riprendere la distinzione di Daniel Bell).

Ecco. Questo mi aspetto dal nuovo anno e dal nuovo decennio. Una presa d’atto, soprattutto da parte dei suoi sostenitori in buona fede, del radicale fallimento delle soluzioni politiche che hanno preteso di applicare il paradigma egualitarista all’italiana e lo hanno trasformato nel paradigma più immobilista, protezionista e conservatore che si potesse immaginare.

I fallimenti sono quattro. E sono enormi. Riguardano l’eguaglianza economico-sociale, l’eguaglianza generazionale, l’eguaglianza di genere, l’eguaglianza territoriale.
Su tutti questi versanti il fallimento è sia in termini assoluti (rispetto a noi stessi) che rispetto agli altri paesi. Non solo perché continuiamo a scendere nelle classifiche, ma perché il nostro modello sociale non funziona più e produce povertà anziché ricchezza, arretramento anziché emancipazione, diseguaglianze crescenti anziché mobilità e convergenza. In una parola: declino.
Basta solo qualche accenno, senza pretesa di completezza, come si dice…

1. Fallimento delle nostre politiche egualitarie. Siamo tra i paesi (almeno quelli avanzati) nei quali la spesa sociale è stata la meno efficace nel ridurre le diseguaglianze, nei quali – malgrado quella spesa sociale sia analoga ad altri paesi –  il coefficiente di diseguaglianza tra la porzione più ricca e la più povera della popolazione è tra i più alti, nei quali la mobilità sociale è tra le più basse, nei quali la copertura data dagli ammortizzatori sociali è tra le più inique. La natura sostanzialmente familista del nostro sistema sociale (la famiglia su cui viene scaricato il peso della protezione sociale) fa sì che chi non ha famiglia o nasce in una famiglia meno abbiente…è fregato.

2. Fallimento sul piano dell’eguaglianza generazionale. Abbiamo uno dei debiti pubblici più alti del mondo, il che significa che le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e noi, se non cambia qualcosa, siamo condannati a vivere di gran lunga al di sotto per pagare i “debiti di famiglia”. Le modalità e l’ammontare della spesa pensionistica ne sono lo specchio più evidente. Il livello di patrimonializzazione pur rilevante è verosimilmente concentrato nelle mani delle generazioni più avanzate e dunque prima che i beni transitino alle nuove potrebbero venire significativamente erosi dalla bassa crescita e dallo scarso sviluppo. La disoccupazione colpisce soprattutto i più giovani. In questo momento le prospettive di protezione previdenziale, sanitaria e sociale in genere diminuiscono, man mano che dimunisce la fascia d’età in cui si è collocati. E, infatti, con i tassi di natalità che abbiamo…tra un po’ le generazioni future nemmeno ci saranno!

3. Fallimento sul piano dell’eguaglianza di genere. La quota del mercato del lavoro occupata dalle donne in Italia è tra le più basse dei paesi avanzati. Il livello di sottoutilizzazione del capitale umano femminile è incredibile. La funzione familiare ancora in larga misura gravante sulle donne non compensa il costo-opportunità della rinunzia (parziale o totale) al lavoro. E ciò non genera necessariamente famiglie migliori o più unite. Anzi. Basta guardare i dati.

4. Il fallimento sul piano territoriale è poi impressionante. Il divario Nord-Sud  aumenta anziché diminuire malgrado l’ammontare dei trasferimenti sia stato nel corso dei decenni tra i più significativi che la storia dell’uomo abbia fatto riscontrare su tutto il pianeta.
E mi fermo qui per carità di patria. Anche perché forse ce n’è abbastanza per capire perché non produciamo ricchezza e sviluppo e che il problema non è più solo di misure o quantità. Il problema è strutturale e riguarda appunto i paradigmi sui quali abbiamo costruito il nostro modello di sviluppo. L’idea statalista e egualitaria è fallita o, se volete, ha perso la sua spinta propulsiva, trasformandosi in una fonte di iniquità. E ci lascia soprattutto dei costi. I costi dell’intermediazione pubblica di pressoché ogni attività, con il suo drenaggio di risorse per alimentare burocrazia e ceto politico. E i costi di una pressione fiscale che non ci ha portato certo in Scandinavia.

Si può uscire da questo incubo? Assolutamente sì. Perché il frutto principale dell’immobilismo è la sottoutilizzazione di risorse umane e sociali, il congelamento dei margini di sviluppo, il freno dell’intraprendenza. I margini di miglioramento pertanto sono enormi. Bisogna (solo!) correggere il modello di sviluppo che è divenuto un modello di declino.

E per questo ci vuole anche il soggetto (collettivo) che autoidentifichi i propri interessi e li faccia valere. Oggi manca all’appello almeno una generazione, manca all’appello il portatore (destra o sinistra non ha più importanza) di una proposta di riformismo delle opportunità libero dai condizionamenti veterostatalisti, protezionisti ed egualitaristi; manca all’appello una presa di coscienza di genere postideologica ma determinata, manca all’appello una soggettività meridionale che vada oltre lamentazione immobilista unita a sacrificio e frustrazione. Sono queste soggettività che devono farsi avanti e ricontrattare le condizioni del patto della nostra convivenza.
Soggetti e visione. Questo mi auguro per il prossimo anno… cioè… per il prossimo decennio. Perché un decennio è un tempo sufficiente per rialzare la testa, raddrizzare la schiena, ritrovare l’orgoglio e riprenderci il futuro dell’Italia.

p.s. Le vacanze natalizie servono a leggere libri da cui poi si traggono conferme alle proprie idee. Libri come Alesina e Ichino, L’Italia fatta in casa, Mondadori; Salvatore Rossi, Controtempo, Laterza; Dopo! Come ripartire dopo la crisi, a cura dell’Istituto Bruno Leoni. Ma sono solo gli ultimi…


Autore: Giovanni Guzzetta

Nato a Messina nel 1966, è un costituzionalista italiano. Presidente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) dal 1987 al 1990, attualmente è professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Roma "Tor Vergata", nonché titolare della cattedra Jean Monnet in Costitutional Trends in European Integration nel medesimo ateneo. Presidente del comitato promotore dei referendum costituzionali, ha elaborato gli attuali quesiti referendari ed è stato, nel 1993, l'ideatore, insieme a Serio Galeotti, dei quesiti per il referendum sulla legge elettorale. È coautore di un manuale di diritto pubblico italiano ed europeo, nonché autore di diverse monografie.

3 Responses to ““L’anno che vorrei…” – Il primo di un decennio per invertire la rotta e rialzare la testa”

  1. Un grande articolo! Tanto di cappello! I miei complimenti all’autore!

  2. gobettiano ha detto:

    Condivido molto l’osservzione sulla mancanza di ‘soggetto e visione’ ma agli ingredienti che mancano, va aggiunta in generale la politica. Perchè di politica se ne fa davvero poca.
    luigi zoppoli

  3. Patrizia Tosini ha detto:

    bellissimo articolo, in tutto condivisibile nelle argomentazioni, forse – personalmente – un po’ meno nella visione ottimistica e speranzosa dell’autore… Magari si potesse “uscire dall’incubo” !
    Al momento però, non vedo molti indizi di sentieri segnati…

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