A criticare Sartori, c’è il rischio di mancare di rispetto al maestro indiscusso della politologia italiana, e non sia mai che noi si manchi di rispetto a chi vanta (e peraltro volentieri esibisce) una mole imponente di crediti e referenze scientifiche.

Inoltre, per ragioni storiche e culturali, abbiamo un certo rispetto per le Cassandre e per i loro moniti e quindi non vogliamo sottovalutare né liquidare superficialmente le sue profezie catastrofiste sull’equilibrio ecologico e politico del pianeta, minacciato da un modello di sviluppo auto-distruttivo, da un trend di crescita demografica insostenibile e da un rapporto con l’Islam potenzialmente esplosivo. Capita anche a noi, che pure non siamo Sartori, di capire che le sfide geopolitiche del futuro dovranno prevedibilmente misurarsi con queste variabili.

Non abbiamo invece ancora capito cosa Sartori farebbe se avesse la responsabilità di governare questo Paese e potesse non solo “ammonire”, ma guidare i suoi rappresentanti politici.

Sulle questioni ambientali , abbiamo capito di doverlo iscrivere tra i “vedovi” di Kyoto, oltre che tra i sostenitori di una tesi sull’origine antropica del global warming, che non ha esattamente l’unanimità dei consensi scientifici. Ma cosa avrebbe fatto, al posto della Prestigiacomo, a Copenhagen?

Sulle questioni demografiche ci è parso di cogliere un favore molto marcato per strategie anti-nataliste che, comportando una brusca frenata dei tassi di fertilità, non tutti i demografi ritengono utili per assicurare l’equilibrio demografico del pianeta (legato, come è ovvio, non solo al numero di vivi, ma al rapporto tra le diverse classi di età dei viventi). Ma, in concreto, a parte la guerra ideologica contro l’opposizione della Chiesa ai profilattici, cosa proporrebbe da rappresentante italiano in sede Onu?

Sulla questione della “non integrabilità” degli immigrati islamici nella società occidentali, avevamo capito, come Tito Boeri, che Sartori nella sostanza sostenesse l’esigenza di discriminare, rispetto agli ingressi in Italia e al riconoscimento della cittadinanza italiana, gli immigrati di religione islamica. La replica risentita del professore fiorentino al docente della Bocconi smentisce questa interpretazione. Ma non ci pare di avere capito quale diversa indicazione “normativa” sia desumibile da una conclusione di questo tipo:

“l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzandolo» è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare.”

E se invece  il rischio che la politica non può davvero rischiare fosse proprio di abbracciare questo determinismo storico, con cui gli “scienziati del futuro” interpretano o vaticinano il destino della società e perfino della specie umana?  Se il rischio della politica fosse quello di impazzire, ubriacata non più dalla fiducia dalle “magnifiche sorti e progressive” della storia, ma da quelle “terribili e regressive”, descritte da uomini dal piglio deciso e dal certo sapere come il professor Sartori? E poi, la salvezza dell’umanità sta davvero in un mix di politiche denataliste, anti-sviluppiste e sostanzialmente discriminatorie? Ci permettiamo di dubitarne e dubitiamo ancor di più che sia la “scienza” a squadernare questa presunta verità dinnanzi ai nostri occhi.