– Il Nabucco, oltre che un’opera, è un gasdotto di 3300 km, che partirà da Erzurum (Turchia orientale) per arrivare a Baumgarten an der March, Austria. Si chiama così perché, nel 2002, quando i rappresentanti delle cinque compagnie impegnate nella sua costruzione firmarono l’Accordo di Cooperazione, poi ascoltarono l’opera di Verdi al teatro dell’Opera di Vienna.

Non perché l’Italia faccia parte del progetto: il nostro Paese, con la sua compagnia di riferimento (Eni), è assolutamente estraneo al nuovo gasdotto, mentre sono partecipi la Omv austriaca, la Mol ungherese, la Transgaz rumena, la Bulgargaz bulgara, la Botash turca e la Rwe tedesca, più la sponsorizzazione dell’Unione Europea. Il percorso riguarda i Paesi sopra elencati: il grande tubo partirà dalla Turchia, attraverserà Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria.

Il gas che lo alimenterà proverrà dai giacimenti dell’Azerbaijan, Paese caucasico turcofono che esporterà la sua materia prima alla Turchia attraverso la Georgia. L’Iran si era proposto come alternativa, ma l’Unione Europea ha rifiutato a causa della crisi sul suo programma nucleare (mentre la Turchia avrebbe accettato l’offerta di Teheran senza particolari problemi), il Turkmenistan, invece, potrebbe essere un prossimo alimentatore.

Come si può vedere dai Paesi citati, si parla di gas, ma non di Russia. L’obiettivo del Nabucco, infatti, è proprio quello di alleggerire la pressione russa sull’Europa occidentale. Ci sono Paesi dell’Ue (Slovacchia, Finlandia, Grecia) che dipendono interamente da Mosca per l’importazione del gas. Altri (Bulgaria, Repubblica Ceca) hanno una dipendenza quasi completa, superiore all’80%. Austria, Ungheria, Slovenia e Croazia importano più della metà del loro fabbisogno dalla Federazione Russa. Polonia, Germania e Italia più di un terzo. Francia e Romania, circa un quarto.

L’esportazione di gas è una questione economica, in circostanze normali. Ma nel caso della Russia (così come di tanti altri esportatori di risorse energetiche) è anche una questione politica. Gazprom, in assenza di riforme, è un’azienda di Stato. Il suo ex presidente è ora il Presidente della Federazione Russa, tanto per citare un piccolo conflitto di interessi. Gazprom mantiene il monopolio quasi assoluto sullo sfruttamento delle riserve di gas in Russia e il monopolio totale sui gasdotti. Un monopolista di Stato, non necessariamente è il miglior competitor. E Gazprom, già nel periodo 2000-2006, ha dato la priorità a investimenti di tutt’altro genere (come i media) trascurando lo sfruttamento del gas naturale. Tanto che, già da due anni, in ambienti ben informati, si parla di un possibile rischio di carenza di forniture dalla Russia: i giacimenti sinora sfruttati potrebbero non bastare a coprire un fabbisogno crescente.

Una riforma moderata di anti-trust proposta anni fa dall’ex ministro dell’economia German Gref era stata respinta dall’allora presidente Vladimir Putin. Ed è appunto questo il nocciolo della questione: per la classe dirigente di Putin, la politica energetica è ai primissimi posti dell’interesse nazionale. Il monopolio, anche se dovesse diventare palesemente inefficiente, deve essere mantenuto da Mosca, perché l’esportazione di gas e petrolio, soprattutto grazie al rialzo dei prezzi nell’ultimo decennio, è diventato uno strumento di politica estera di fondamentale importanza. E’ un’arma che può essere usata sia in positivo (concedendo prezzi politici ai clienti), sia in negativo (chiudendo il rubinetto o tornando a vendere il gas a prezzi di mercato).

Putin ha girato la manopola del gas in funzione anti-georgiana, dopo la Rivoluzione delle Rose e soprattutto dopo la prima crisi diplomatica fra Tbilisi e Mosca nell’estate del 2006. E’ tornato a vendere il gas a prezzi di mercato all’Ucraina dopo la Rivoluzione Arancione del 2004 e alla Bielorussia dopo un piccolo braccio di ferro con l’alleato (solitamente fedelissimo) Alexandr Lukashenko. Insomma, ovunque i regimi filo-russi locali vengono rovesciati, ovunque gli alleati cambino idea, Mosca cerca di rispondere aggravando la sua politica energetica. Ma mentre la “chiusura del rubinetto” per la Georgia non aveva causato gravi ripercussioni in Europa, la crisi dei prezzi del gas venduto all’Ucraina ha causato subito gelo (in tutti i sensi) anche nei nostri Paesi importatori. Tutti i gasdotti per l’Europa, infatti, passano da Ucraina e Bielorussia. Se Mosca alza il prezzo ed esige che Kiev paghi i debiti, pena il blocco delle forniture, a rimanere al freddo siamo noi, in prima persona. In questo modo, l’Europa occidentale è trattata come “ostaggio”, allo stesso tempo l’Ucraina è stretta fra l’incudine europea (che chiede a Kiev di pagare) e il martello russo (che chiede soldi, pena interruzione delle forniture).

Il Cremlino, inoltre, esce assolutamente pulito da queste operazioni: fissando un prezzo di mercato (ma gli ucraini protestano, affermando che sia molto gonfiato) ed esigendo il pagamento dei debiti ucraini, non fa altro che invocare il rispetto di contratti. Un’Europa senza gas, dunque, non può neppure protestare per la scorrettezza di Mosca, perché di scorrettezza, formalmente, non si può parlare. Le crisi fra Russia e Ucraina sono sempre meno rare. L’ultima risale al gennaio scorso. Alla fine, a pagare il prezzo per crisi regionali nell’ex Urss, sono gli innocenti Paesi dell’Ue. Di qui l’idea di aggirare del tutto la Russia, con la costruzione del Nabucco per rendere l’Europa più indipendente dagli umori del Cremlino.

Siccome, in Russia, l’energia è politica, Mosca ha subito promosso dei progetti alternativi e ha cercato di ostacolare i Paesi che aderiscono al Nabucco. E qui entra in gioco l’Italia, con un progetto che fa concorrenza diretta al Nabucco: il South Stream. Questo gasdotto, dalla Russia, attraversa il fondale del Mar Nero e riemerge nei Balcani, dove si sdoppia: una prima pipeline attraversa la Grecia, il Mar Ionio e arriva in Italia; una seconda pipeline attraversa Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Austria e Italia. L’Italia, dunque, avrà ben due sbocchi del nuovo gasdotto. Inutile dire che saremo molto più dipendenti dal gas russo.  Il progetto è originario italo-russo, nato da un accordo fra Eni e Gazprom del 22 novembre 2007. Ha una forte valenza politica più che economica. Il South Stream, con i suoi lunghi tratti sottomarini, costa circa il doppio rispetto al concorrente Nabucco.

Che si parli di politica, più che di economia, lo si era capito anche nel 2008, quando a Romano Prodi era stato offerto un posto da presidente del consorzio South Stream. L’Italia, insomma (assieme alla Serbia, alla Bulgaria e, più recentemente, anche alla Turchia) ha offerto una sponda alla politica energetica russa, che consiste nel mantenere l’Europa dipendente dalle sue risorse e i Paesi dell’ex Urss alla mercè delle sue forniture. Non siamo i soli. La francese Edf è ora interessata a partecipare al progetto South Stream. La Germania ha giocato esattamente lo stesso ruolo dell’Italia nel progetto parallelo del gasdotto del Baltico, il North Stream, costruito apposta per aggirare Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia (tutti membri dell’Ue). E dopo la conclusione dell’accordo russo-tedesco, Gerhard Schroeder, contrariamente a Prodi, ha accettato l’invito russo ed è diventato presidente del consorzio che sta costruendo il gasdotto.

Oltre alla persuasione, rivolta ai Paesi (come l’Italia e la Germania) che possono accettare i suoi progetti alternativi, la Russia cerca anche di sottrarre clienti al Nabucco. L’agosto scorso, la Turchia ha accettato di far transitare il South Stream nelle sue acque territoriali. E questa scelta è stata vista esplicitamente come un atto politico da un’opinione pubblica che, in funzione anti-Usa e anti-Ue, chiede a gran voce di “fare come Putin”. Il governo di centro-destra bulgaro, pur mantenendo come impegno prioritario quello del Nabucco, sostiene comunque il South Stream, ritenendolo “non in competizione”.

Alle blandizie, a volte, subentrano le minacce. La guerra in Georgia, anche se non è stata causata direttamente (per lo meno: non solo) dalla partecipazione del Paese al progetto Nabucco, ne rende l’attuazione molto più difficile. Mosca ci ha fatto capire che ci ritroveremmo alle dipendenze di una regione (il Caucaso) militarmente alla sua mercè. E che potrebbe ancora “alzare il prezzo”, anche se non controlla direttamente il rubinetto.

L’Azerbaijan, principale Paese alimentatore, ci mette del suo: a ottobre, per protestare contro la prima riapertura delle relazioni normali fra Turchia e Armenia, ha minacciato di far saltare tutto il progetto Nabucco e di vendere il suo gas alla Russia. Questa crisi è ancora un’eredità del genocidio armeno del 1915. L’Azerbaijan non vuole l’accordo turco-armeno, perché nel suo territorio è ancora presente un’enclave armena (il Nagorno-Karabak) protetta dall’esercito armeno. L’Azerbaijan, che sinora si è fidato dell’alleanza del Paese “fratello” turco, ora si sente abbandonato e può essere spinto fra le braccia di Putin e Medvedev.

Ci sono dunque mille e più ostacoli prima di rendere l’Ue indipendente dal gas russo. E molti Paesi europei (fra cui l’Italia) non ci provano nemmeno. Anzi: vogliono legami ancora più stretti con Mosca.
Quale delle due linee è la più conveniente? Una logica di mercato suggerirebbe di non legarci mani e piedi ad un unico fornitore monopolista, che per di più si è mostrato inaffidabile in molte occasioni. Una logica di realpolitik, al contrario, impone di renderci amica la maggior potenza militare della regione, dunque la Russia. Ma la fornitura di gas alle nostre case, oltre che alle nostre centrali, è una questione economica, di soldi spesi per avere riscaldamento, o una questione politica, di alleanze e rapporti di forza?