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Il ClimateGate e il dibattito pubblico sul riscaldamento globale (1)

– Sul global warming la discussione pubblica è condizionata dagli esiti di un dibattito scientifico complesso e non sempre trasparente e dalle “soluzioni” improvvisate e irrazionali con cui la politica risponde agli allarmi dell’opinione pubblica. In questa analisi di Andrea Asoni, che pubblichiamo tra oggi e domani, si ripercorrono le tappe del cosiddetto ClimaGate e le ricadute sul piano delle policy della discussione pubblica sul riscaldamento globale.  (Parte prima)

Il ClimateGate
Recentemente il dibattito pubblico sul riscaldamento globale è stato scosso da un grave scandalo. Una serie di e-mail private mandate e ricevute da vari ricercatori della Climate Research Unit (CRU) della University of East Anglia (UEA) sono state rese pubbliche. Non sappiamo chi abbia violato i segreti dei servers dell’UAE; alcuni parlano addirittura della longa manus dell’ex-KGB, la Russia avendo un diretto interesse economico ad un accresciuto consumo di fonti di combustibili fossili, altri suggeriscono che si tratti di un “whistleblower”, un dipendente scontento del CRU, che ha deciso di rendere pubbliche pratiche poco ortodosse o fraudolente.
E’ irrilevante ai nostri fini come queste lettere abbiano raggiunto la sfera pubblica; ciò che conta è il loro contenuto. Per capire l’importanza di questo scandalo bisogna ricordare che il CRU non è un piccolo centro di ricerca di provincia, ma uno dei principali centri di ricerca dietro i documenti dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, le cui conclusioni e rapporti sono alla base delle trattative internazionali sul clima, da ultimo quelle praticamente fallite di Copenhagen. Il direttore del CRU, Phil Jones, si è temporaneamente dimesso , in attesa delle conclusioni della commissione d’inchiesta voluta dall’Università per accertare eventuali violazioni di legge o condotta non-scientifica.

Lo scandalo del ClimateGate (dettagliamente ricostruito qui) evidenzia almeno tre problematiche.

La prima è un problema di etica scientifica: alcuni messaggi sembrano suggerire che il centro abbia manipolato i dati relativi alle temperature globali per ottenere risultati in linea con la teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW). L’AGW è la teoria scientifica alla base della rivendicazione che sia l’attività umana la causa principale del riscaldamento del pianeta.

Misurare le temperature globali non è semplice come mettere un termometro fuori di casa. I dati provenienti dalle stazioni di rilevamento vanno sempre aggiustati per tenere in considerazione vari fattori come l’ora del giorno in cui le temperature sono state rilevate, la stagione, i cambiamenti nell’ambiente circostante (da rurale ad urbano) e così via. Alcune e-mail sembrano suggerire però che alcuni aggiustamenti praticati dai ricercatori del CRU non avessero lo scopo di correggere le temperature, bensì quello di creare l’impressione che la terra si stesse scaldando. Oramai famigerate sono le lettere contenenti riferimenti a “Mike’s Nature trick … to hide the decline”, ovvero il “trucchetto di Mke pubblicato su Natura” (Mann, un importante proponente dell’AGW) … per nascondere il declino (delle temperature)” e il “fudge factor” trovato nei programmi di computer.  In entrambi i casi un abbassamento delle temperature riportato dalle stazioni di rilevamento viene trasformato in un rapido aumento delle stesse.
Recentemente l’Institute of Economic Analysis di Mosca ha suggerito non solo una manipolazione dei dati russi ma anche l’omissione sospetta di alcune stazioni meteo. Vi sono altri casi in cui gli “aggiustamenti” fatti sulle temperature richiedono delle spiegazioni serie (qui e qui). In tutti questi casi la manipolazione non è casuale ma sembra trasformare temperature costanti, o addirittura in diminuzione, in temperature in aumento.

Tutto ciò non necessariamente evidenzia una frode. È possibile che gli scienziati abbiano operato correttamente. È però sospetto che tutti i cambiamenti avvengano nella stessa direzione. L’atteggiamento poi di questi scienziati, come emerge dalle discussioni che sono seguite alla faccenda, non aiuta a concedere loro il beneficio del dubbio: hanno infatti sistematicamente impedito l’accesso ai loro programmi e ai dati grezzi a coloro che non erano d’accordo con loro.

Il secondo problema evidenziato dalle e-mail è un tentativo di influenzare il processo di produzione di conoscenza scientifica a favore della teoria dell’AGW. In diverse occasioni i ricercatori del CRU hanno esercitato pressioni su vari editori di giornali scientifici per prevenire o perlomeno rallentare la pubblicazione di articoli scientifici contenenti teorie e rilevazioni empiriche contrarie alla teoria del riscaldamento globale (qui, qui e qui).

Il terzo problema è il tentativo di aggirare le leggi esistenti sia in UK sia negli Stati Uniti sulla trasparenza della ricerca scientifica sul clima. Il Freedom of Information Act (FOIA), infatti, prevede che i dati e le metodologie scientifiche utilizzate per procurarseli debbano essere rivelati a chi ne faccia richiesta secondo modalità di legge. In molte e-mail invece Phil Jones, il direttore del centro, suggerisce vari modi per nascondere sia i dati sia le metodologie e addirittura scrive che preferirebbe distruggere i dati piuttosto che renderli pubblici.
A complicare ulteriormente la vicenda e la situazione del CRU è il fatto che esso ha effettivamente distrutto i dati grezzi delle temperature, ufficialmente per ragioni di spazio durante il trasloco dalla vecchia sede alla nuova, mantenendo solo i dati “aggiustati” (cioè modificati secondo le procedure descritte sopra, che ora stanno sollevando parecchi dubbi). Tale scelta è grave anche perché al mondo esistono solo quattro dataset con le temperature globali. Quello del CRU era uno di essi e ora è andato distrutto.
Per completezza di informazione, va detto che tale dataset potrebbe essere ricostruito, partendo dai dati delle singole stazioni meteo originariamente usate dal CRU. Il problema però a questo punto è che il CRU non ha ancora rilasciato la lista delle stazioni meteo usate per costruire tale dataset.

Cosa ci dice il ClimateGate sul riscaldamento globale?

Queste e-mail ovviamente non concludono il dibattito scientifico sul riscaldamento globale, anzi, per molti versi lo riaprono. Sembra infatti che tale dibattito sia stato, speriamo non irrimediabilmente, compromesso da interessi politici e ideologici di parte. Quanto emerso dal ClimateGate non dimostra né che la teoria dell’AGW sia sbagliata né che sia corretta al cento per cento. Certo, è chiaro che la scienza non è “settled”, stabilita, come Al Gore e gli altri che propongono politiche pubbliche da migliaia di miliardi di dollari insistono a dire. Persino gli stessi ricercatori del CRU, che in pubblico sono tra i maggiori sostenitori della teoria dell’AGW, in privato lamentano come la teoria non sia in grado di spiegare gli ultimi 15 anni di cambiamento climatico.


Autore: Andrea Asoni

Nato nel 1979, laureato in Economia alla Bocconi di Milano, master in Economia presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona, dottorando di ricerca presso il Dipartimento di Economia della University of Chicago. E' tra i fondatori del sito di analisi Epistemes.org. 

3 Responses to “Il ClimateGate e il dibattito pubblico sul riscaldamento globale (1)”

  1. La verità è che la Terra se ne frega dell’uomo e continua a fare come ha sempre fatto. Altro discorso è il risparmio energetico, battaglia che ha molto più senso rispetto a fare arricchire personaggi come Al Gore e quelli dell’Ipcc.

  2. roberto scrive:

    Dalle ultima notizie risulta invece che proprio il climagate possa essere una bufala. Lo stesso riscaldamento globale è un termine usato dal Pentagono e non dall’IPCC.
    Il vero problema è che molte volte si confonde il tempo con il clima.
    I cambiamenti climatici sono evidenti (continui sbalzi di temperatura) e semmai bisognerebbe parlarne senza dividersi tra guelfi e ghibellini.

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