“2010: l’anno che vorrei…” – E quello che invece verrà

– In quest’anno appena iniziato è verosimile non attendersi cambiamenti epocali, per l’Italia. Siamo all’ennesima ripetizione di schemi e scenari già visti, con marginali variazioni sul tema, negli ultimi tre lustri o giù di lì, dalla morte apparente della cosiddetta Prima Repubblica. Sul piano delle riforme, dopo l’occasione persa nel 2006, quando il referendum confermativo bocciò la riforma del centrodestra, siamo all’eterno ritorno di bicamerali, assemblee costituenti, commissioni e patti assortiti, dove ognuno assegna un significato diverso al termine riforme.

Sepolti da questa cacofonia, abbiamo progressivamente perso la bussola e il senso di quello che una riforma istituzionale dovrebbe compiutamente realizzare, con il concreto rischio che la frustrazione per quelle che sono disomogeneità politiche interne alle coalizioni finiscano col produrre scorciatoie che manderebbero al macero l’equilibrio dei poteri. Anche gli interventi sui quali dovrebbe esistere maggiore convergenza, come la fine del bicameralismo perfetto, restano bloccati nell’attesa della declinazione operativa del federalismo, mentre i costi della politica crescono a ritmi ormai incompatibili non solo e non tanto con la prassi esistente nei paesi con i quali ci confrontiamo, ma con la preservazione dell’essenza stessa della democrazia.

Il paese resta prigioniero di un bipolarismo sgangherato, dove i junior partner di coalizione hanno un fortissimo leverage sui partiti maggiori, grazie alla legge elettorale in vigore ed al fallimento del referendum Segni-Guzzetta, vittima (non casualmente) dei diktat leghisti e di una deliberata campagna di disinformazione. Mentre nel Nord Italia il Pdl ha iniziato la propria ritirata volontaria per dare crescente spazio alla Lega, continua a non emergere un progetto organico per un Paese sempre più nelle mani di cacicchi magniloquenti. In economia, mentre la fase acuta della crisi appare alle spalle, la crescita resta fragile e gli squilibri globali pressoché intatti, primi tra tutti le pratiche perseguite dalle istituzioni finanziarie globali ed il mercantilismo della Cina, che continua a mantenere artificialmente basso il valore dello yuan, in attesa che la transizione dall’export alla domanda interna riesca a porre solide radici nel modello di sviluppo cinese.

Per l’Italia questa crisi rischia di rivelarsi diseducativa perché ha finito con l’alimentare, grazie alla spesso deliberata superficialità di media e commentatori, la narrativa di un modello-Paese vincente, che esce dalla crisi meglio di altri. La realtà ci presenta invece un paese con un rapporto debito-Pil tra i più elevati dell’area Ocse (e cresciuto di quindici punti percentuali in due anni) e bassa produttività totale dei fattori, sulla quale pesano tutti i vincoli ultra-corporativi alla base della nostra non-crescita nell’ultimo quindicennio. Certo, l’Italia non partiva da forti deficit delle partite correnti, né aveva un livello patologico di indebitamento del settore privato. Date le premesse, se avessimo avuto anche quel tipo di squilibri, oggi avremmo già dichiarato bancarotta. Ma tutti gli altri elementi disfunzionali alla crescita sono rimasti, prima fra tutte la sostanziale allergia alla competizione che caratterizza l’azione del legislatore italiano, sotto ogni clima politico. Il paese sta attraversando la crisi in condizioni di assenza di policy, e con interventi al margine che incredibilmente vengono presentati come esemplari: l’immobilismo elevato a sistema, figlio di un corporativismo malato e della crisi fiscale da esso prodotta.

Il paese si muove in circoli viziosi, scambiando la gestione dell’esistente per cambiamento, il declino per riforme. L’inerzia di un sistema politico fintamente nuovista e riformista, tra e dentro i poli, è elevatissima. Per questo c’è motivo per non attendersi cambiamenti strutturali diversi da quelli che potranno essere imposti da traumi esterni. Rischiamo di pagare caro quello che abbiamo casualmente appena superato.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

4 Responses to ““2010: l’anno che vorrei…” – E quello che invece verrà”

  1. Biagio Muscatello scrive:

    La diagnosi è totalmente condivisibile. C’è una terapia?

  2. luciano scrive:

    FORSE.

    ApI, Alleanza per l’Italia, sempre che faccia veramente un cambiamento per il buongoverno.

    Magari conviene provare, altrimenti come sapere se…

  3. Uno scritto denso e profondo, come e forse più del solito, quello dell’Autore il quale si fa leggere con attenzione estrema, soprattutto quando le Sue parole, come in questo caso, avresti voluto scriverle tu. Come scrive uno dei Gentili Commentatori, “la diagnosi è totalmente condivisibile”. Resta il nodo sul quale, alla noia, mi sono espresso come il punto di un qualche disaccordo con Lui. In altri Suoi articoli – molto lucidamente – indicava parziali e precise soluzioni ad alcuni degli aspetti del problema “riforme” e chi scrive si è consentito di esprimere il proprio parere negativo sulla parzialità delle proposte in base alla convinzione che, data l’irresolubile vischiosità del sistema, la quantità e la qualità dello sforzo complessivo per cambiarne una sua parte equivale a quelle da erogarsi per cambiarlo del tutto.
    Questo Paese, purtroppo per lui, non ha mai “messo le ghigliottine in piazza” e, non facendolo tutt’ora, non sa cosa significhi “rivoluzione” e come la si faccia. La gente di questo Paese, nella sua schiacciante maggioranza, inciucia “alla parrocchiesca” per piccoli traffici di bassa e personale bottega ma è incapace di afflati alti e di senso civico reale e concreto.
    Solo un momento strutturale di vera implosione del sistema per insostenibilità dei costi di mantenimento e perpetuazione con conseguente ricorso massivo a prelievi fiscali aggiuntivi,strutturali e congiunturali, oltre il limite di guardia – che a mio avviso se non già superato è molto prossimo – potrebbe innescare una sequenza di disobbedienze civili generalizzate (come quella felicissima inscenata dalla associazione imprenditori agricoli in Veneto sul rifiuto a continuare a fungere da gabellieri) che sfocerebbero in una vera rivoluzione. Il federalismo di cui ci si riempie la bocca, dati i costi che comporterebbe se attuato strutturalmente in toto, mantenendo l’attuale strutture della Cosa Pubblica ( come fu per l’introduzione dell’Entità Regione), potrebbe essere la scintilla per la deflagrazione.
    La sequenza è semplice. Se non si riduce la spesa corrente sia per miglioramento qualitativo che per decrememento quantitativo, il debito nella situazione complessiva attuale non può che crescere. La diminuzione ed il miglioramento della spesa corrente non può avvenire altro che per profonda radicale modificazione ed eliminazione delle cause strutturali del formarsi suo abnorme aggregato e della sua costante crescita. Dato il livello di complessità e di involuzione e di intreccio reciproco dei centri di costo, toccarne uno equivale a porre in tensione l’intero sistema (che resiste, come insegna la magistratura, la burocrazia, il sindacato, le categorie professionali….). Se non si riduce la spesa corrente non si può né ridurre l’indebitamento né destinare ad investimento quanto risparmiabile. Se non si investe non si genera ricchezza (e quindi introito fiscale derivante). Se non si riduce l’indebitamento e la spesa corrente in qual modo potrebbe essere attenuata la pressione fiscale? Continuando con condoni e scudi fiscali all’infinito? E se il degrado del sistema portasse al progressivo declassamento del rating del debito? E se a ciò si aggiungesse il non lontano rialzo dei tassi di riferimento? E così via.
    Ma noi continuiamo a baloccarci con falsi scopi come articolo uno sì articolo uno no, nucleare sì nucleare no, jus soli sì jus soli no e baloccandoci baloccandoci come la Felix Austria del buon fu Franz Joseph a forza di ciacchiericci e giri di valtzer andiamo incontro, felici e soddisfatti del nostro “particulare”, alla nostra Sarajevo.

  4. Mario Seminerio scrive:

    Poco da aggiungere. Anch’io temo che l’agenda politica di questo paese sia drammaticamente priva di agganci con la realtà, e che prima o poi una deflagrazione ci riporterà alla realtà.

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