– In quest’anno appena iniziato è verosimile non attendersi cambiamenti epocali, per l’Italia. Siamo all’ennesima ripetizione di schemi e scenari già visti, con marginali variazioni sul tema, negli ultimi tre lustri o giù di lì, dalla morte apparente della cosiddetta Prima Repubblica. Sul piano delle riforme, dopo l’occasione persa nel 2006, quando il referendum confermativo bocciò la riforma del centrodestra, siamo all’eterno ritorno di bicamerali, assemblee costituenti, commissioni e patti assortiti, dove ognuno assegna un significato diverso al termine riforme.

Sepolti da questa cacofonia, abbiamo progressivamente perso la bussola e il senso di quello che una riforma istituzionale dovrebbe compiutamente realizzare, con il concreto rischio che la frustrazione per quelle che sono disomogeneità politiche interne alle coalizioni finiscano col produrre scorciatoie che manderebbero al macero l’equilibrio dei poteri. Anche gli interventi sui quali dovrebbe esistere maggiore convergenza, come la fine del bicameralismo perfetto, restano bloccati nell’attesa della declinazione operativa del federalismo, mentre i costi della politica crescono a ritmi ormai incompatibili non solo e non tanto con la prassi esistente nei paesi con i quali ci confrontiamo, ma con la preservazione dell’essenza stessa della democrazia.

Il paese resta prigioniero di un bipolarismo sgangherato, dove i junior partner di coalizione hanno un fortissimo leverage sui partiti maggiori, grazie alla legge elettorale in vigore ed al fallimento del referendum Segni-Guzzetta, vittima (non casualmente) dei diktat leghisti e di una deliberata campagna di disinformazione. Mentre nel Nord Italia il Pdl ha iniziato la propria ritirata volontaria per dare crescente spazio alla Lega, continua a non emergere un progetto organico per un Paese sempre più nelle mani di cacicchi magniloquenti. In economia, mentre la fase acuta della crisi appare alle spalle, la crescita resta fragile e gli squilibri globali pressoché intatti, primi tra tutti le pratiche perseguite dalle istituzioni finanziarie globali ed il mercantilismo della Cina, che continua a mantenere artificialmente basso il valore dello yuan, in attesa che la transizione dall’export alla domanda interna riesca a porre solide radici nel modello di sviluppo cinese.

Per l’Italia questa crisi rischia di rivelarsi diseducativa perché ha finito con l’alimentare, grazie alla spesso deliberata superficialità di media e commentatori, la narrativa di un modello-Paese vincente, che esce dalla crisi meglio di altri. La realtà ci presenta invece un paese con un rapporto debito-Pil tra i più elevati dell’area Ocse (e cresciuto di quindici punti percentuali in due anni) e bassa produttività totale dei fattori, sulla quale pesano tutti i vincoli ultra-corporativi alla base della nostra non-crescita nell’ultimo quindicennio. Certo, l’Italia non partiva da forti deficit delle partite correnti, né aveva un livello patologico di indebitamento del settore privato. Date le premesse, se avessimo avuto anche quel tipo di squilibri, oggi avremmo già dichiarato bancarotta. Ma tutti gli altri elementi disfunzionali alla crescita sono rimasti, prima fra tutte la sostanziale allergia alla competizione che caratterizza l’azione del legislatore italiano, sotto ogni clima politico. Il paese sta attraversando la crisi in condizioni di assenza di policy, e con interventi al margine che incredibilmente vengono presentati come esemplari: l’immobilismo elevato a sistema, figlio di un corporativismo malato e della crisi fiscale da esso prodotta.

Il paese si muove in circoli viziosi, scambiando la gestione dell’esistente per cambiamento, il declino per riforme. L’inerzia di un sistema politico fintamente nuovista e riformista, tra e dentro i poli, è elevatissima. Per questo c’è motivo per non attendersi cambiamenti strutturali diversi da quelli che potranno essere imposti da traumi esterni. Rischiamo di pagare caro quello che abbiamo casualmente appena superato.