– Quando si rompono delle uova resta una cosa intelligente da fare: prendere una padella e cucinare una bella frittata. Così non solo non si spreca del cibo, ma si crea anche del valore aggiunto. La metafora aiuta a parlare di pensioni.

Nel luglio scorso  il Governo ha dato corso ad una mini-riforma, intervenendo persino sul tema delicato dell’età pensionabile. Delle dipendenti dalla pubblica amministrazione; per giunta, senza dover subire un solo minuto di sciopero. Ma c’è di più. A saper guardare oltre l’orizzonte dei prossimi anni, sullo scenario del sistema pensionistico si aprono prospettive interessanti anche per il mondo del lavoro privato. Dal 2015, a colpi di 3-4 mesi all’anno, il requisito dell’età pensionabile comincerà a salire. Intorno al 2020 sarà praticamente raggiunto il limite dei 62 anni per la vecchiaia delle donne e quello dei 67 anni per quella degli uomini. Intanto, già dal 2013, l’età minima per il trattamento di anzianità sarà salita a 62 anni. E’ tutto risolto, allora? Se non fosse intervenuta la crisi, si sarebbe potuto ritenere di sì.

Il fatto è, invece, che il dramma del 2009 ha determinato delle conseguenze di carattere strutturale anche sui conti della previdenza. Non lo diciamo solo noi: lo affermano i documenti ufficiali a partire dal Dpef, secondo il quale il picco della spesa pensionistica sul Pil, atteso nelle previsioni precedenti la crisi, verso il 2030-2035, si presenterà – in misura del 15,5% – a partire dal 2010, mentre il rientro al di sotto del 14%, indicato per il 2045, slitterà al 2060. Resta poi da chiedersi come farà il Paese a porsi, prima o poi, il problema di rientrare al di sotto del 3% del Pil senza affrontare in nodo cruciale della spesa pensionistica (e sanitaria) che è tanta parte della spesa pubblica.

Ma non vogliamo rovinare le festività agli italiani. Nel modello pensionistico italiano non si devono fare solo dei tagli. Occorrerebbe pensare un po’ più in grande a come assicurare un futuro previdenziale meno gramo ai giovani. Ed è quanto ci proponiamo di fare con questo scritto. Come si potrebbe, allora, dare un senso compiuto e garantire un’evoluzione all’altezza dei problemi nello scenario di partenza descritto? Vediamo alcune proposte.

Età pensionabile – Nel sistema contributivo è venuta a mancare, in conseguenza dei riordini più recenti, quella flessibilità istituita nell’impianto prefigurato dalla legge Dini del 1995. La riforma Maroni del 2004 ha cancellato il c.d. pensionamento di vecchiaia, unico e flessibile, compreso in un range tra 57 e 65 anni, a cui corrispondevano i c.d. coefficienti di trasformazione come strumenti di incentivazione/disincentivazione ragguagliati all’età scelta per la quiescenza. In pratica, la legge n.243/2004 ha finito per trasferire nel contributivo le regole anchilosate del sistema retributivo. Il Governo Prodi (legge n.247/2007) ha riconfermato l’impostazione del 2004, mantenendo la frantumazione delle regole del pensionamento. A regime, infatti, anche nel sistema contributivo, i lavoratori potranno andare in quiescenza facendo valere i requisiti della vecchiaia (65/60 anni di età e cinque anni di contribuzione effettiva a condizione di percepire un trattamento pari ad 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale), con 40 anni di versamenti a qualunque età oppure a 61/62 anni se dipendenti e a 62/63 anni se autonomi con 35 anni di anzianità (inclusa ovviamente la regola delle quote età+anzianità).

Per tornare all’impianto flessibile – meglio in grado di aderire alle differenti esigenze delle persone – della legge n. 335/1995, occorre tener conto delle modifiche apportate, nel frattempo, all’istituto dell’età pensionabile. Si sono determinate, in una situazione di reale consenso sociale, le condizioni per ripristinare, nel modello contributivo, un pensionamento flessibile, unificato per tipologia e genere, all’interno di un range compreso tra 62 e 67 anni (anche questi riferimenti sono diventati punti di arrivo di riforme già attuate). I limiti – minimo e massimo – potrebbero evolvere automaticamente in ragione degli andamenti demografici (come già previsto a partire dal 2015), mentre i coefficienti di trasformazione sarebbero sottoposti alla prevista revisione triennale. Particolari interventi di tutela del lavoro femminile andrebbero adottati durante la vita attiva, superando l’idea del “risarcimento” (un requisito anagrafico di pensionamento più bassa di quello degli uomini) a fine carriera.

Trattamento di base e pensione contributiva – Oltre all’introduzione del pensionamento flessibile nel “contributivo”, nuove riforme strutturali vanno iscritte all’ordine del giorno. A partire dalla proposta di introdurre per i nuovi occupati (dipendenti, indipendenti e atipici) un sistema innovativo che, diversamente da quello prefigurato nel 1995, abbia una componente solidaristica al proprio interno. Rebus sic stantibus, infatti, nel modello contributivo sarebbe possibile conseguire un trattamento appena sufficiente soltanto versando un’aliquota contributiva insostenibile (pari al 33%, come quella prevista per il lavoro dipendente). Un obiettivo siffatto (che sta creando enormi problemi pure al costo del lavoro subordinato ed incentiva quindi l’occupazione sommersa) è improponibile per il lavoro autonomo, libero-professionale e atipico.

Con le aliquote ora vigenti nei settori diversi dal lavoro alle dipendenze saranno erogate pensioni pubbliche assolutamente inadeguate a meno di non intraprendere (come è avvenuto nel caso dei parasubordinati) incrementi delle aliquote con effetti punitivi e devastanti per l’occupazione. La via da seguire potrebbe essere quella di allineare – per i nuovi assunti, iscritti per la prima volta ad un regime obbligatorio, appartenenti a tutte le tipologie lavorative, con la sola esclusione dei libero-professionisti iscritti alla casse privatizzate – un’aliquota contributiva intorno al 26% istituendo nel contempo una pensione di base, finanziata dalla fiscalità generale, ragguagliata all’importo dell’assegno sociale (circa 400 euro mensili in moneta corrente). Si potrebbe persino ipotizzare un’aliquota unificata più elevata – intorno al 28% – consentendo però l’opzione-opting out di 2-3 punti di aliquota, a favore di una forma di previdenza complementare.

Alcuni sostengono che non vi sarebbero le risorse per finanziare la pensione di base (che non sarebbe una prestazione di cittadinanza, ma verrebbe riconosciuta soltanto in presenza di alcuni requisiti contributivi). Si tenga conto, poi,  che a proposito di risorse, nel 2008, lo Stato ha erogato almeno 34 miliardi di euro in qualità di “soccorso” assistenziale alla spesa pensionistica. Tali risorse, invece di inserirsi “a pettine” nel sistema, a tutela di varie e differenti situazioni, potrebbero più razionalmente essere utilizzate per divenire la base di un modello contributivo obbligatorio, divenuto parimenti meno oneroso per i lavoratori e le imprese. Il problema, comunque, si porrebbe tra una quarantina di anni, quando comincerebbero ad andare in pensione i nuovi occupati appartenenti al nuovo regime.

Un sistema integrato per la previdenza dei liberi professionisti – Da tempo sono sorti interrogativi preoccupati sulle c.d. casse privatizzate che presentano, alcune, evidenti problemi di sostenibilità (in generale quelle di cui al dlgs n.509/1994); altre (quelle di cui al dlgs n.103/1996) questioni di inadeguatezza dei trattamenti. Oltre a misure coordinate di riforma, occorre definire una forma di solidarietà tra le diverse casse (e le diverse professioni). Non è ipotizzabile, per ora, un accorpamento in un unico ente (una specie di Inps delle libere professioni), ma vi è l’esigenza dell’istituzione di un organismo rappresentativo di coordinamento in grado non solo di indicare dei criteri generali omogenei per quanto riguarda la riforma degli ordinamenti previdenziali obbligatori, ma anche di attuare forme forti di sinergia nella previdenza complementare e nella politica degli investimenti.