“2010: l’anno che vorrei…”- Sulle pensioni occorre pensare in grande e fare in fretta

– Quando si rompono delle uova resta una cosa intelligente da fare: prendere una padella e cucinare una bella frittata. Così non solo non si spreca del cibo, ma si crea anche del valore aggiunto. La metafora aiuta a parlare di pensioni.

Nel luglio scorso  il Governo ha dato corso ad una mini-riforma, intervenendo persino sul tema delicato dell’età pensionabile. Delle dipendenti dalla pubblica amministrazione; per giunta, senza dover subire un solo minuto di sciopero. Ma c’è di più. A saper guardare oltre l’orizzonte dei prossimi anni, sullo scenario del sistema pensionistico si aprono prospettive interessanti anche per il mondo del lavoro privato. Dal 2015, a colpi di 3-4 mesi all’anno, il requisito dell’età pensionabile comincerà a salire. Intorno al 2020 sarà praticamente raggiunto il limite dei 62 anni per la vecchiaia delle donne e quello dei 67 anni per quella degli uomini. Intanto, già dal 2013, l’età minima per il trattamento di anzianità sarà salita a 62 anni. E’ tutto risolto, allora? Se non fosse intervenuta la crisi, si sarebbe potuto ritenere di sì.

Il fatto è, invece, che il dramma del 2009 ha determinato delle conseguenze di carattere strutturale anche sui conti della previdenza. Non lo diciamo solo noi: lo affermano i documenti ufficiali a partire dal Dpef, secondo il quale il picco della spesa pensionistica sul Pil, atteso nelle previsioni precedenti la crisi, verso il 2030-2035, si presenterà – in misura del 15,5% – a partire dal 2010, mentre il rientro al di sotto del 14%, indicato per il 2045, slitterà al 2060. Resta poi da chiedersi come farà il Paese a porsi, prima o poi, il problema di rientrare al di sotto del 3% del Pil senza affrontare in nodo cruciale della spesa pensionistica (e sanitaria) che è tanta parte della spesa pubblica.

Ma non vogliamo rovinare le festività agli italiani. Nel modello pensionistico italiano non si devono fare solo dei tagli. Occorrerebbe pensare un po’ più in grande a come assicurare un futuro previdenziale meno gramo ai giovani. Ed è quanto ci proponiamo di fare con questo scritto. Come si potrebbe, allora, dare un senso compiuto e garantire un’evoluzione all’altezza dei problemi nello scenario di partenza descritto? Vediamo alcune proposte.

Età pensionabile – Nel sistema contributivo è venuta a mancare, in conseguenza dei riordini più recenti, quella flessibilità istituita nell’impianto prefigurato dalla legge Dini del 1995. La riforma Maroni del 2004 ha cancellato il c.d. pensionamento di vecchiaia, unico e flessibile, compreso in un range tra 57 e 65 anni, a cui corrispondevano i c.d. coefficienti di trasformazione come strumenti di incentivazione/disincentivazione ragguagliati all’età scelta per la quiescenza. In pratica, la legge n.243/2004 ha finito per trasferire nel contributivo le regole anchilosate del sistema retributivo. Il Governo Prodi (legge n.247/2007) ha riconfermato l’impostazione del 2004, mantenendo la frantumazione delle regole del pensionamento. A regime, infatti, anche nel sistema contributivo, i lavoratori potranno andare in quiescenza facendo valere i requisiti della vecchiaia (65/60 anni di età e cinque anni di contribuzione effettiva a condizione di percepire un trattamento pari ad 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale), con 40 anni di versamenti a qualunque età oppure a 61/62 anni se dipendenti e a 62/63 anni se autonomi con 35 anni di anzianità (inclusa ovviamente la regola delle quote età+anzianità).

Per tornare all’impianto flessibile – meglio in grado di aderire alle differenti esigenze delle persone – della legge n. 335/1995, occorre tener conto delle modifiche apportate, nel frattempo, all’istituto dell’età pensionabile. Si sono determinate, in una situazione di reale consenso sociale, le condizioni per ripristinare, nel modello contributivo, un pensionamento flessibile, unificato per tipologia e genere, all’interno di un range compreso tra 62 e 67 anni (anche questi riferimenti sono diventati punti di arrivo di riforme già attuate). I limiti – minimo e massimo – potrebbero evolvere automaticamente in ragione degli andamenti demografici (come già previsto a partire dal 2015), mentre i coefficienti di trasformazione sarebbero sottoposti alla prevista revisione triennale. Particolari interventi di tutela del lavoro femminile andrebbero adottati durante la vita attiva, superando l’idea del “risarcimento” (un requisito anagrafico di pensionamento più bassa di quello degli uomini) a fine carriera.

Trattamento di base e pensione contributiva – Oltre all’introduzione del pensionamento flessibile nel “contributivo”, nuove riforme strutturali vanno iscritte all’ordine del giorno. A partire dalla proposta di introdurre per i nuovi occupati (dipendenti, indipendenti e atipici) un sistema innovativo che, diversamente da quello prefigurato nel 1995, abbia una componente solidaristica al proprio interno. Rebus sic stantibus, infatti, nel modello contributivo sarebbe possibile conseguire un trattamento appena sufficiente soltanto versando un’aliquota contributiva insostenibile (pari al 33%, come quella prevista per il lavoro dipendente). Un obiettivo siffatto (che sta creando enormi problemi pure al costo del lavoro subordinato ed incentiva quindi l’occupazione sommersa) è improponibile per il lavoro autonomo, libero-professionale e atipico.

Con le aliquote ora vigenti nei settori diversi dal lavoro alle dipendenze saranno erogate pensioni pubbliche assolutamente inadeguate a meno di non intraprendere (come è avvenuto nel caso dei parasubordinati) incrementi delle aliquote con effetti punitivi e devastanti per l’occupazione. La via da seguire potrebbe essere quella di allineare – per i nuovi assunti, iscritti per la prima volta ad un regime obbligatorio, appartenenti a tutte le tipologie lavorative, con la sola esclusione dei libero-professionisti iscritti alla casse privatizzate – un’aliquota contributiva intorno al 26% istituendo nel contempo una pensione di base, finanziata dalla fiscalità generale, ragguagliata all’importo dell’assegno sociale (circa 400 euro mensili in moneta corrente). Si potrebbe persino ipotizzare un’aliquota unificata più elevata – intorno al 28% – consentendo però l’opzione-opting out di 2-3 punti di aliquota, a favore di una forma di previdenza complementare.

Alcuni sostengono che non vi sarebbero le risorse per finanziare la pensione di base (che non sarebbe una prestazione di cittadinanza, ma verrebbe riconosciuta soltanto in presenza di alcuni requisiti contributivi). Si tenga conto, poi,  che a proposito di risorse, nel 2008, lo Stato ha erogato almeno 34 miliardi di euro in qualità di “soccorso” assistenziale alla spesa pensionistica. Tali risorse, invece di inserirsi “a pettine” nel sistema, a tutela di varie e differenti situazioni, potrebbero più razionalmente essere utilizzate per divenire la base di un modello contributivo obbligatorio, divenuto parimenti meno oneroso per i lavoratori e le imprese. Il problema, comunque, si porrebbe tra una quarantina di anni, quando comincerebbero ad andare in pensione i nuovi occupati appartenenti al nuovo regime.

Un sistema integrato per la previdenza dei liberi professionisti – Da tempo sono sorti interrogativi preoccupati sulle c.d. casse privatizzate che presentano, alcune, evidenti problemi di sostenibilità (in generale quelle di cui al dlgs n.509/1994); altre (quelle di cui al dlgs n.103/1996) questioni di inadeguatezza dei trattamenti. Oltre a misure coordinate di riforma, occorre definire una forma di solidarietà tra le diverse casse (e le diverse professioni). Non è ipotizzabile, per ora, un accorpamento in un unico ente (una specie di Inps delle libere professioni), ma vi è l’esigenza dell’istituzione di un organismo rappresentativo di coordinamento in grado non solo di indicare dei criteri generali omogenei per quanto riguarda la riforma degli ordinamenti previdenziali obbligatori, ma anche di attuare forme forti di sinergia nella previdenza complementare e nella politica degli investimenti.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

12 Responses to ““2010: l’anno che vorrei…”- Sulle pensioni occorre pensare in grande e fare in fretta”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Buon anno Professore!

  2. pato ha detto:

    non è giusto secondo me innalzare ancora l’età pensionistica cosi’ facendo i giovani come faremo a trovare un impiego? e poi volevo dire un’altra cosa tante povere persone che fanno tutti quei lavori pesanti in mezzo alle strade quando ti hanno lavorato per 35 anni cosa gli vogliamo far fare ancora? non è giusto che dopo aver dato la propria vita avendo raggiunto i 35 anni di età contributiva si riposino godendosi quello che hanno pagato in tutti questi anni?

  3. mario ha detto:

    Dopo aver pagato tutto il pagabile, pensioni, malattie, CASSA INTEGRAZIONE, allattamenti, gravidanze, invalidita’ più o meno false ecc. l’I.N.P.S. chiude l’anno 2009 con 6/7 miliardi di Euro (non di Lire) di avanzo, detto per inciso UNA CIFRA COLOSSALE, e questo signore, cosa ci viene a raccontare, che bisogna far presto……….??!!!
    Far presto che cosa?
    Questo tesoro l’INPS l’ha messo assieme coi salati contributi di chi lavora, e questo tesoro a chi fa gola? Fa gola un po a tutti, in primis agli industriali, (Marcegaglia col disco incantato della…RIFORMA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI!!!!!)….
    In altre parole la solita manovra di togliere ai poveracci per dare ai soliti noti.
    Non e’ lo Stato che trasferisce soldi all’INPS, e’ l’INPS che trasferisce soldi allo Stato, pagando non solo la previdenza ma anche l’assistenza che in tutti i paesi del mondo non e’ a carico delle casse pensionistiche ma dello Stato.
    Io non sono un docente universitario, sono un semplice laureato in economia alla Bocconi di Milano, ma con il dovuto rispetto per tutti, definirei l’articolo semplicemente insipiente ed inopportuno, perche il sistema e’ ampiamente in equilibrio anzi… si permette di coprire buchi che di previdenziale hanno ben poco.
    Buona serata a tutti.

  4. Luigi ha detto:

    I lavoratori autonomi non possono versare contributi al pari dei lavoratori dipendenti? E come mai? Pare alquanto strano visto che possono permettersi lussi che io neppure mi sogno lontanamente. Si pensi piuttosto alle pensioni da fame che riceveranno i giovani d’oggi (se mai le riceveranno).

  5. giovanni ha detto:

    si parla sempre delle pensioni dei lavoratori il signor cazzola quando prende di pensione o quando prendera quando andra in pensione per sparare certe cavolate, quando craxsi il problema era la contingenza, tolta il problema he rimasto, gli stipendi sono fermi a 10/12 anni fà, oggi il prblema sono le pensioni, il problema sono i 90 o piu miliardi rientrati co lo scudo fiscale sotratti al fisco ai lavoratori da inprenditori che mentre piagevano miseria esportavano capitali all’estero in nero

  6. Roberto Minzoni ha detto:

    Il Prof. Cazzola è senza dubbio un’ intelligenza colta e mai banale; questa volta però manca del pragmatismo (quasi genetico) degli emiliani doc.
    Non ci spiega perchè le uova si continuano a rompere (magari eviteremmo di dover mangiare solo frittate) e non ci dice con quale ricetta cucinare la prossima frittata con il rischio che non sarà né l’ ultima, né tanto saporita – senza formaggio e piena di schegge.
    Perchè non si analizzano (tanto per tenere le uova sane) gli equilibri dei conti delle singole categorie di contribuenti ?
    Fatti salvi i principi di un reddito pensionistico minimo “di cittadinanza” erogato in parte dalla fiscalità generale ed in parte con i soldi di chi ha versato contributi, si può sapere quanto versano e quanto ricevono le singole categorie ?
    Le pensioni dei commercianti, degli artigiani, dei dirigenti, dei lavoratori dipendenti eccetera, sono ciascuna in “equilibrio” oppure si stanno ponendo le basi per una ridistribuzione del reddito pensionistico a favore di alcune categorie che poco hanno versato, oppure tanto pretendono, a danno dei soliti lavoratori dipendenti che, assieme ai loro datori di lavoro onesti, pagano già un “dazio” moralmente inaccettabile ?

  7. marco ha detto:

    scusi sig.Mario laureato alla Bocconi,lei ha elencato un sacco di spese dell’INPS..e nonostante tutte queste spese..riesce ad avere un avanzo di 6/7 miliardi di euro..ma non si è posto una semplice domanda: PERCHE IO HO UN LORDO DI 1885 euro E DI NETTO 1285…SONO 600 euro tondi tondi ke vanno nelle casse di questo ente e non solo!!! ma a nessuno è venuto la brillante idea di abbassare questa aliquota e fare in modo ke finalmente gli stipendi bassi di mezza italia possano almeno salire di 150/200 euro!!!visto l’avanzo dell’INPS..MI SA KE PAGHIAMO UN PO TROPPO!!!! BUONA SERATA A QUELLI KE COME ME APPENA ARRIVANO IN FONDO AL MESE!!!

  8. pako ha detto:

    Per le pensioni, come per i lavoratori, l’unica cos giusta sarebbe dettassare le paensioni e gli stipendi. Inoltre l’anno scorso l’aumento delle pensioni era stao del3,3%
    questanno è dello 0,7 %. Un a vera schifata. per quanto riguarda l’età pensionabile,vi ricordo che i sicnori ministri ecc.dopo una sola legislatura, anno diritto alla pensionne e possono andare quando vogliono: E non con 1000,
    1200 euro, ma circa con 5000euro. questo è lo schifo

  9. Luca Pozzoni ha detto:

    Pensare in grande? Mi aspettavo la rivoluzione pensionistica cilena
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000000349

  10. Gregorio ha detto:

    Dopo aver raggiunto più del massimo, degli anni di lavoro per i contributi, come lavoratore dipendente specializzato aggiungo, e per molti anni versato contributi speciali a Roma.
    Riesco a percepire una pensione da fame.
    Molti altri lavoratori, peggio non arrivano nemmeno a prendere la pensione, per disgrazie e malattie.
    Vorrei rivolgere ai Deputati, e Senatori, Ma a politici veri gente onesta che lavora per il bene, dell’ITALIA.
    Prego umilmente le persone scelte esclusivamente dal popolo, di lavorare seriamente, mandate a casa più della metà, di quelli attualmente in carica, date pensioni troppo alte, per pochi anni di legislatura.
    Agli alberi, i succhioni, e rami secchi, SI TAGLIANO.
    Saluti e Salute a tutti.

  11. giorgio paolucci ha detto:

    Più aumenta l’età per vivere ,più vengono diminuite le pensioni.Ma solo quelle dei lavortatori che lavorano fuori dei palazzi ,perchè caso strano ,più siamo in crisi ,stando fuori dai palazzi ,più gli stipendi e le agevolazioni all’interno aumentano senza nessun tipo di criterio ,bella democrazia la Nostra:::::::::::::::::::::::::::

  12. lorenzo pecorella ha detto:

    Gent.mo professore G Cazzola!

    Questo anno la mia pensione e’ calata di circa 7 Euro mese! Ma complimenti!Divento sempre piu’ anziano e ho bisogno di cure medice ecc….Le vorrei ricordare che Lei come parlamentare del PDL ha diritto alla pensione gia’ dopo 20 mesi di incarico, percepisce uno stipendio alto ( leggo su un giornale svizzero del 2006 un articolo che dice lo stipendio dei parlamentari si aggira sui 5.419 euro dopo le deduzioni fiscali, piu’circa 4000 per riunioni escluso viaggi e telefonate….quindi ne deduco che la pensione sara’ adeguata allo stipendio vero? Bene sono proprio contento di poter pensare che Lei possa mangiare e bere cose che non mio sono mai poptuto permettere….ma la prego, non mi faccia morire di fame, oppure sporco come un mendicante. Ho lavorato circa 44 anni coi contributi. Grazie per la comprensione! L.Pecorella

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