Nel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica ha dimostrato che rappresentare l’unità della nazione non significa, necessariamente, difendere la costituzione formale e materiale del Paese, l’intangibilità dei sacri testi consegnatici dai costituenti e l’immutabilità di un modello consolidato di organizzazione della società e dello Stato.

Lo Stato non è la Chiesa. Il suo futuro non è inscritto in una Tradizione consegnata ai suoi “prìncipi” e da loro preservata, nella sua verità originaria. Lo Stato è un corpo storico che non trova la sua verità nel passato e al contrario rinnova la sua legittimazione nel futuro e nella capacità di corrispondere, mutando le sue leggi, alle sfide dei tempi.

Napolitano, che molti nel centro-destra continuano – sbagliando – a ritenere una quinta colonna dell’opposizione, ha detto a chiare lettere che la sfida della politica italiana sono le riforme e che su di esse, di fatto, si “parrà la sua nobilitate”. E ha esplicitamente elencato i capitoli dell’impegno riformatore che attende il sistema dei partiti: fisco, welfare, giustizia e istituzioni. Se qualcuno sperava che dal Quirinale venisse un appello alla prudenza e alla cautela, è stato deluso.

Il suo invito a preservare gli “equilibri fondamentali tra governo e parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia” non è un vincolo o un freno alle riforme istituzionali. Il rafforzamento dell’autorità e dell’autonomia dell’esecutivo (che è il centro attorno a cui ruota, da oltre 25 anni, la discussione sulla modifica della forma di governo) esige il consolidamento del principio della divisione dei poteri.

In un paese in cui ormai tradizionalmente ciascun potere tende a fare il mestiere dell’altro, e tutti insieme ad “invadere” la libertà della vita individuale e sociale, il problema dell’equilibrio dei poteri (e del loro limite) rimane centrale, soprattutto se si vuole muovere il sistema politico-istituzionale verso un modello presidenziale o semi-presidenziale.