Napolitano ‘chiama’ le riforme. Giusto il richiamo all’equilibrio dei poteri

Nel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica ha dimostrato che rappresentare l’unità della nazione non significa, necessariamente, difendere la costituzione formale e materiale del Paese, l’intangibilità dei sacri testi consegnatici dai costituenti e l’immutabilità di un modello consolidato di organizzazione della società e dello Stato.

Lo Stato non è la Chiesa. Il suo futuro non è inscritto in una Tradizione consegnata ai suoi “prìncipi” e da loro preservata, nella sua verità originaria. Lo Stato è un corpo storico che non trova la sua verità nel passato e al contrario rinnova la sua legittimazione nel futuro e nella capacità di corrispondere, mutando le sue leggi, alle sfide dei tempi.

Napolitano, che molti nel centro-destra continuano – sbagliando – a ritenere una quinta colonna dell’opposizione, ha detto a chiare lettere che la sfida della politica italiana sono le riforme e che su di esse, di fatto, si “parrà la sua nobilitate”. E ha esplicitamente elencato i capitoli dell’impegno riformatore che attende il sistema dei partiti: fisco, welfare, giustizia e istituzioni. Se qualcuno sperava che dal Quirinale venisse un appello alla prudenza e alla cautela, è stato deluso.

Il suo invito a preservare gli “equilibri fondamentali tra governo e parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia” non è un vincolo o un freno alle riforme istituzionali. Il rafforzamento dell’autorità e dell’autonomia dell’esecutivo (che è il centro attorno a cui ruota, da oltre 25 anni, la discussione sulla modifica della forma di governo) esige il consolidamento del principio della divisione dei poteri.

In un paese in cui ormai tradizionalmente ciascun potere tende a fare il mestiere dell’altro, e tutti insieme ad “invadere” la libertà della vita individuale e sociale, il problema dell’equilibrio dei poteri (e del loro limite) rimane centrale, soprattutto se si vuole muovere il sistema politico-istituzionale verso un modello presidenziale o semi-presidenziale.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Napolitano ‘chiama’ le riforme. Giusto il richiamo all’equilibrio dei poteri”

  1. Ho ascoltato anch’io, con estrema attenzione, il discorse del Capo dello Stato. Traggo le stesse impressioni e le stesse conclusioni dell’Autore. E’ la stessa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che all’art.27 afferma il principio secondo il quale nessuna generazione ha il diritto di vincolare le successive alla propria struttura statutaria. La Costituzione, frutto di una stagione morta e che si vuole artatamente tenere in vita per interessi di parte e di pochi, deve essere integralmente ripensata e rivista e non solo nella seconda parte. Ha, in questo, perfettamente ragione l’ex socialista Brunetta.
    A mio avviso, però, mentre è assolutamente indispensabile ripristinare nella sostanza l’equilibrio dei poteri – fondamento di ogni vero stato liberale – mi chiedo come ciò potrebbe essere sufficiente in carenza di un profondo e radicale ripensamento dell’interezza della funzione pubblica ad ogni livello, senza la qual cosa ogni sforzo riformatore annegherebbe nel pantano viscoso e viscido nel quale siamo immersi come in una broda di dantesca memoria. Tutto, dal governo locale del territorio, preda delle mafiette dei piccoli e medi e grandi costruttori locali, alla mancanza di intelaiatura informatica e relativi links automatici fra le parti funzionali centrali e periferiche, fra esse ed i cosiddetti “enti”, e così via elencando, congiura a rendere vano ogni sforzo di miglioramento e di modifica che non sia solo una grida di manzoniana memoria.
    Il male assoluto – lo dimostra il governo del territorio – è infatti, è vero, la commistione fra esecutivo e legislativo, la quale fa sì che controllore e controllante siano la stessa persona e che questa sia espressione di lobbismo locale, ma male assoluto è anche il frazionamento dei momenti decisionali ed operativi in miriadi di gangli per lo più inani a reggere la sfida della modernità e delle reali, vere esigenze del cittadino proprio perché privi negli organici di professionalità adeguate e di strumentazioni tecnologiche e metodologiche adeguate, cogenti e puntuali.
    La divaricazione sempre più evidente fra chi produce la ricchezza e chi si trova a redistribuirne la parte pubblica, cosa che si traduce da una parte in famelicità di equità e dall’altra nell’incrudelire verso l’indifeso di un fisco sempre più occhiuto e vorace, a servizio dello spreco irrazionale, è il sintomo di una situazione potenzialmente esplosiva che si può disinnescare solo attraverso una profonda radicale svolta veramente ed integralmente riformatrice. Essa non può prescindere da interventi radicali negli assetti e nei meccanismi di funzionamento della cosa pubblica, costi quel che costi. Di ciò – credo fortemente – si deve parlare operativamente, con competenza professionale adeguata, in tutte le sedi opportune.
    Insomma, la riforma,quella vera, con la “r” maiuscola, non è più solo cosa di politici e giurisperiti, ma anche, e soprattutto, di esperti di organizzazione aziendale e tecnici informatici. Ed una vera stagione neocostituente non può non essere preceduta da un ridisegno del funzionigramma dello Stato in tutte le sue articolazioni che tenga conto delle esigenze di allocazione della spesa e di amministrazione della stessa in funzione della razionalità organizzativa e procedurale. Per scendere nel concreto, ci siamo mai chiesti quanto sia costato e costi mantenere in piedi l’ente Provincia, utile ormai solo a sé stesso ed alla politica locale? Vale una finanziaria l’anno o giù di lì.

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