– Nel 2010 saranno passati sedici anni dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e dalle prime elezioni con metodo (quasi) maggioritario; era il 1994 e in Italia ci misuravamo per la prima volta con una vera e propria competizione bipolare, per la prima volta eravamo chiamati come elettori a scegliere una coalizione di governo e il suo leader.

Si chiude il primo decennio del nuovo millennio e ancora non siamo sicuri della direzione che prenderà il nostro sistema politico, il nostro sistema di governo, l’Italia. Avevamo un sistema elettorale quasi maggioritario e invece di renderlo interamente maggioritario ci siamo inventati un mostriciattolo proporzionale, anche se i danni sono stati contenuti da un premio di maggioranza che ha consentito – almeno fino ad oggi – di mantenere in piedi un bipolarismo che non gode, però, di buona salute (e che soprattutto ha molti nemici).

Di fronte a un mutamento del gioco politico, ad una mutata pratica della competizione, non siamo stati in grado di proporre e portare a termine coerenti riforme delle istituzioni. Sono mancate la volontà, la capacità, la cultura istituzionale ed anche la consapevolezza della necessità di un tale passaggio per il consolidamento del nostro sistema. A destra come a sinistra, nonostante eventi rilevanti, come la nascita di due grandi partiti (Pdl e Pd), le riflessioni e le sperimentazioni su di una forma partito adeguata al contesto maggioritario, sui grandi temi della presidenzializzazione e della democratizzazione, rimangono ampiamente insufficienti e non mancano i dubbi sulla capacità di sopravvivenza delle due grandi formazioni, sulle quali oggi si regge il bipolarismo italiano.

Si chiude il primo decennio degli anni Duemila e sempre più numerose sono le voci di quelli che … “si stava meglio quando si stava peggio” e il “bipolarismo ha fallito”. I difensori ad oltranza della lettera della Costituzione brandiscono la Carta del ’48 e sostengono che il solo prospettare cambiamenti alla forma di governo costituisce un attentato a chissà quali principi fondamentali. I centristi si organizzano perché non si sa mai, perché se destra e sinistra entreranno in crisi magari si potrà ricominciare con quella bella politica dei negoziati post-elettorali, in barba agli elettori, ma per la gioia degli oligarchi di partito.
Siamo dunque destinati ad un lento declino? La speranza, da tanti nutrita in questi anni di transizione, che l’Italia potesse trasformarsi in una grande democrazia moderna ed efficiente è stata solo un’illusione? Forse. O forse qualche evento imprevisto, interno od esterno, produrrà accelerazioni, positive o negative, che cambieranno radicalmente il quadro. Non possiamo saperlo.

Ma a prescindere da eventi imprevisti, oggi non possiamo fare nulla? In realtà ci sarebbero molte cose da fare, anche se è lecito dubitare che la nostra classe politica, quella stessa classe politica che si è baloccata per quindici anni con una transizione più grande di essa, sia davvero all’altezza dei suoi compiti. Ma di questa disponiamo. E allora ciò che possiamo ragionevolmente sperare è che il nuovo anno cominci con una maggiore consapevolezza da parte delle componenti più responsabili dei due poli della gravità della situazione.

Ogni prospettiva di riforma oggi è condizionata dalla questione del rapporto tra politica e magistratura. La fine della Prima Repubblica coincide con il crollo di un sistema politico corrotto sotto i colpi di una magistratura divenuta improvvisamente molto attiva ed anche piuttosto disinvolta nel suo modo di procedere. Tutta la transizione italiana è stata segnata da questo vizio di origine, che ha prodotto odii, recriminazioni, speranze palingenetiche; la discesa in campo di Berlusconi e la speranza nutrita da una parte della sinistra di liberarsi di lui attraverso scorciatoie giudiziarie ha nutrito per anni il conflitto tra politica e magistratura. Oggi il confronto ha assunto toni parossistici: da mesi “la” questione politica in Italia è quella della punibilità/immunità del premier; non parliamo d’altro e lì sembriamo destinati ad essere  bloccati. Eppure, paradossalmente, questo “impasse” potrebbe trasformarsi in un’importante occasione.

Qualcosa, in effetti, si muove. La nuova segreteria del Partito democratico sta facendo dei passi avanti verso l’idea di un accordo più generale sulle riforme, facendo capire di non volere alzare gli scudi di fronte a leggi di fatto “salvapremier”. Forse hanno il coraggio di “sporcarsi le mani” per contribuire a sbloccare la situazione e ridare finalmente dignità e autonomia alla politica italiana. Forse, partendo da un’apertura sulle questioni della giustizia, potrà aprirsi un tavolo più ampio sulla riforma delle istituzioni.

Su tutto ciò, però, grava un’incognita molto pesante. Purtroppo a capire che continuare a strillare contro le leggi “ad personam” non porta da nessuna parte è stata quella parte della sinistra che oggi, più o meno esplicitamente, rimette in discussione l’idea dei partiti a vocazione maggioritaria, l’esperienza della democrazia interna delle primarie  e, di fatto, il bipolarismo; tanto per fare alcuni nomi, Bersani, Letta e D’Alema. Gli altri, i “veltroniani” o “franceschiniani” che dir si voglia, quelli che da anni sostengono il progetto di un grande partito della sinistra, democratico al suo interno e co-protagonista di un confronto bipolare, se non bipartitico, continuano a subire il ricatto dipietrista, oscillano tra posizioni da partito responsabile e la più sterile irresponsabilità del “non possumus”.

Questi ultimi, così facendo, si condannano all’irrilevanza. I primi, ahinoi, potrebbero invece ottenere importanti concessioni in cambio della “tregua” sulla giustizia; ad esempio un sistema elettorale proporzionale senza premio di maggioranza e il rinvio a data da destinarsi di una seria discussione sul cambiamento della forma di governo. Insomma, il rischio è che gli accordi si producano al ribasso; che il prezzo per la tregua politica sia l’avvio dello smantellamento di quanto di “maggioritario” si è riusciti a conquistare fino ad oggi. Naturalmente tutto ciò non è scontato. Gli esiti dipenderanno dall’assunzione di responsabilità di quanti, a destra come a sinistra, sanno che tornare indietro, alla politica del passato, rappresenterebbe per l’Italia l’inizio della fine.

Comincia il 2010, sono passati sedici anni, si diceva, dalla “piccola” rivoluzione italiana. E ancora non sappiamo quale direzione prenderemo. Quale Italia sarà, non è dato sapere; questa classe politica titubante non alimenta molte speranze. Ma la drammaticità dell’attuale congiuntura,  se  alimenta timori e previsioni pessimistiche, potrebbe aprire varchi insperati e nutrire sortite coraggiose. E allora, forse, non sarebbe destinato a rimanere solo un miraggio quell’Italia che in molti vorremmo: un’ Italia di grandi partiti, democratici e responsabili verso i loro elettori, guidati da leader capaci; un’Italia con istituzioni efficaci,  dove chi ha volontà, idee e progetti possa decidere per il bene del Paese, mettendosi in gioco di fronte ai cittadini. Un’Italia per i cui cittadini abbia ancora un significato la parola “futuro”.