– Dopo l’aggressione al presidente Berlusconi, internet e i social network sono stati messi da molti sotto accusa, perché possono rivelarsi veicolo d’istigazione alla violenza e più in generale di posizioni sovversive.
Alcuni esponenti del PDL hanno fatto un accostamento sommario tra tali posizioni e gli strumenti telematici che li ospitavano, sostenendo la necessità di forme di censura ed addirittura bollando – nelle parole del presidente Schifani – Facebook come “più pericoloso di alcuni gruppi anni ’70”.

Non c’è dubbio alcuno che, quando sono ipotizzabili reati previsti dal nostro ordinamento, come l’istigazione a delinquere o l’apologia di reato, diventa necessario adottare tempestivi provvedimenti, dalla rimozione dei contenuti illeciti dalla rete fino all’incriminazione di chi ne è responsabile.
Tuttavia una criminalizzazione tout court di Youtube o di Facebook non può essere affatto condivisa e spiace che sia avanzata proprio da alcuni esponenti della parte politica, che ha maggiormente beneficiato della progressiva crisi dei tradizionali canali di diffusione dell’informazione e dell’opinione e dell’emergere di strumenti nuovi ed alternativi.

E’ più che certo che su internet ci sono spazi di aggregazione di sinistra, anche di quella estrema e violenta.
Ma la sinistra ha avuto anche in passato un controllo importante dei canali d’opinione e di propaganda, potendo contare da sempre su una struttura territoriale capillare.
Attraverso i sindacati, l’associazionismo di base, i partiti organizzati, i movimenti politici extraparlamentari, la sinistra ha avuto in ogni periodo a sua disposizione strumenti efficienti di penetrazione e di persuasione.
Nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche e nelle piazze è sempre stato quello il “banco” ha dato le carte. Sia pure minoritaria nel paese, la sinistra è riuscita ad imporre il suo “primato culturale”, a spese della maggioranza silenziosa (e silenziata) dei moderati e dei liberali.

La vera novità di internet – a quanto pare non sufficientemente compresa – è che c’è la sinistra, ma non c’è più “solo” la sinistra.
Blog, portali e social network hanno consentito per la prima volta di uscire allo scoperto anche a quell’Italia liberale e di centro-destra che non sarà mai invece in grado di competere con la sinistra  sul terreno della militanza e della propaganda muscolare.
Su Facebook non ci sono solo i gruppi pro-Tartaglia, ma ci sono tanti gruppi per la libera impresa, per il merito, per la riforma del mercato del lavoro, per la riforma delle pensioni, contro le tasse, per il buono scuola, e chi più ne ha più né metta.
Su internet non c’è solo Indymedia, ma c’è anche Libertiamo, Chicago Blog, Tocque-Ville, The Right Nation, L’Occidentale, il Predellino e tanti altri blog, aggregatori e webzine di orientamento liberale e conservatore.

Se del resto oggi un buon numero di giovani masticano un po’ di “liberalismo classico” e sanno chi sono Friedman, Mises o la Rand – mentre i giovani degli anni ’70 si accontentavano di sapere qualcosa di Marx e Engels –  è anche perché possono accedere a  questi siti e non certo perché tutto questo è stato reso disponibile dagli strumenti tradizionali di propagazione della Kultura con la K maiuscola, come il Camera-Fabietti o Repubblica.
L’ascesa politica del centro-destra negli ultimi anni si è fondata in modo innegabile sul graduale indebolimento dell’egemonia culturale comunista e post-comunista. Tale indebolimento è in larga parte dovuto all’obsolescenza dei meccanismi più classici di condivisione delle idee e di rinsaldamento dell’appartenenza politica, partitica e sindacale. Il passaggio dal volantinaggio e dal picchetto al click su un link è un passaggio in cui la sinistra ha un bel po’ da perdere ed il centro-destra ha tanto da guadagnare.