Archivio: Il 2010 secondo il calendario cinese – AUDIO

– Il 2010 sarà, secondo il calendario cinese, l’anno della tigre. A noi, che non confidiamo nell’astrologia, piacerebbe che fosse, almeno simbolicamente, l’anno di Liu Xiaobo, il più noto dissidente cinese, che nel giorno di Natale è stato condannato per sovversione a una lunghissima pena detentiva, undici anni di reclusione. La sua vicenda ha occupato, anche in Italia, un piccolo spazio di “vuoto” informativo. Poi il “vuoto” si è riempito di altro, anche di vicende, come quella iraniana, che con le battaglie di Liu hanno una stretta parentela politica e morale.

In occasione del 6o° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, il 10 dicembre dello scorso anno, aveva promosso un manifesto politico denominato Charta 08 , che richiama esplicitamente nella denominazione e nelle richieste (libertà di espressione, rispetto dei diritti umani, modernizzazione politica del regime comunista) quello lanciato oltre trent’anni prima dai dissidenti politici cecoslovacchi di Charta 77 .

La sua condanna ci interroga e interessa proprio perché è una questione cinese e, di diritto e di rovescio, a Pechino si scriverà una buona parte dell’agenda politica del futuro, anche di quella europea e italiana. E ovviamente ci preoccupa, perché la catena del controllo poliziesco e della repressione politica, che il regime di Pechino aveva ulteriormente accorciato nell’imminenza delle Olimpiadi del 2008, non accenna affatto ad allungarsi. Anzi, se nel mirino è finito il più conosciuto dissidente cinese, a cui è stata comminata una pena “esemplare”, ci troviamo di fronte ad un evidente salto di qualità, ad un balzo in avanti nella marcia indietro che il regime di Pechino sta compiendo rispetto ad ogni ipotesi di, molto relativa, liberalizzazione politica.

Questa involuzione – ribadiamo – interessa i cinesi, ma tocca anche “noi”, che con questa Cina dobbiamo trattare tutti i dossier internazionali più scottanti, e avremmo l’interesse ad averla dalla nostra parte della barricata o, per lo meno, non dall’altra.

La sorte di Liu non si giova delle sincere e scandalizzate denunce, che gli attivisti dei diritti umani hanno pronunciato contro la “giustizia” cinese. Sappiamo che non basta “fare qualcosa”. Le proteste vibrate degli Stati Uniti non hanno sortito effetto e il rimbalzo della notizia del processo sui media occidentali non è servito alla causa dell’imputato.  Però detestiamo si pensi che, a questo punto, tanto vale non fare nulla.

Non siamo anime belle, ma non vogliamo diventare anime brutte. E non ci piacerebbe una politica che considerasse Liu Xiaobo un povero pazzo da lasciare al suo destino. Perfino la protesta della presidenza svedese dell’UE, che parla di “pena sproporzionata” (come se ne esistesse, di pena, una proporzionata all’esuberante libertà politica) ci è parsa promettente e di migliore auspicio del silenzio che, in genere, regna sovrano sulle cose cinesi.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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