‘2010: l’anno che vorrei…’ – Non sarà il tempo a curare le ferite di un paese diviso

– Finisce un anno, ne comincia un altro. E ci si chiede come cambierà l’Italia nei prossimi mesi, ammesso che cambi. Realizzeremo le nostre speranze o attese, ci saranno trasformazioni reali e profonde nel senso da noi auspicato, o tutto continuerà come prima, o peggio il cambiamento, qualunque esso sia, procederà lungo binari non previsti e non desiderati?  In realtà, temo, non c’è una sola ragione perché le cose, nei prossimi mesi, vadano diversamente da come sono andate sinora. Il cambio di calendario è una convenzione, un tornante puramente nominale o al massimo simbolico, che si presta ai bilanci e alle previsioni, ma si tratta appunto di un gioco, di un’esercitazione letteraria magari divertente, divenuta persino obbligatoria, ma al dunque inconcludente. Perché tra dicembre e gennaio il corso degli eventi dovrebbe prendere una direzione improvvisamente diversa? Solo per via di un cambio di cifre? L’Italia che vorremmo, alla fine, sarà fatalmente diversa dall’Italia che concretamente sarà domani, probabilmente così terribilmente simile a quella di oggi. Lo scarto tra speranza e mondo reale è per definizione insuperabile e non basta certo a colmarlo uno sforzo di volontà o di fantasia. Ma un gioco, anche se inutile, si  gioca, senza andare troppo per il sottile, giusto per il gusto di divertirsi un po’, ammesso che nell’Italia che abbiamo sotto gli occhi ci sia qualcosa di cui divertirsi o compiacersi.

Vorrei dunque un’Italia – in particolare un’Italia politica – più civile e meno chiassosa, nella quale tutti possano rispettarsi e lealmente dividersi, senza anatemi e scomuniche, ma so già che non accadrà. Stiamo uscendo dal 2009 con tutti che invocano buoni sentimenti e pensano pensieri generosi. Si parla di dialogo o confronto tra forze politiche, si promette di lasciarsi alle spalle mesi e mesi di polemiche e insulti, si dice di voler rimettere al centro l’interesse generale dopo che per troppo tempo abbiamo ragionato solo di affari privati. Tante belle parole, ma il rischio che rimangano tali – anche contro la volontà di chi le pronuncia, magari in buona fede – è assai alto. Basta guardare ai precedenti, che non lasciano presagire nulla di buono. Ma per essere pessimisti basta leggere tra le righe delle dichiarazioni e dei proponimenti. Sono così tanti i distinguo, le precisazioni e le condizioni posti dai diversi attori che si è già capito quel che accadrà alla ripresa della stagione politica, quando il clima delle feste sarà svanito: tutto tornerà come prima. Stiamo sulle barricate da quindici anni, a guardarci in cagnesco e a maledirci l’uno con l’altro, perché mai tutto dovrebbe cambiare all’improvviso? Basta invocare un inesistente e impossibile “partito dell’amore” perché la politica in questo Paese prenda un’altra piega, più generosa e costruttiva?

Vorrei ancora un’Italia operosa e volitiva, meno ingessata e chiusa in sé, meno vittima della paura più che dell’odio, ma temo che sia anche questo un sogno o una speranza destinato fatalmente a rimanere frustrato. Perché un’Italia così, per esistere davvero, avrebbe bisogno di una diversa classe dirigente, più qualificata e responsabile dell’attuale; avrebbe altresì bisogno di una diversa cornice istituzionale e di forze politiche che invece di prosperare sull’allarme e sull’isteria collettiva, come hanno fatto sinora, siano in grado di offrire rassicurazione e  risposte razionali ai problemi del vivere collettivo; avrebbe infine bisogno di credere in se stessa e nel proprio futuro, invece di macerarsi nel rancore sociale e nel timore panico per tutto ciò che suonando come nuovo o diverso rappresenta per ciò stesso non una sfida creativa, ma una minaccia intollerabile. Purtroppo abbiamo dentro di noi, accumulati negli anni, troppi timori e troppi cattivi umori, per immaginare che in capo a qualche mese la situazione possa radicalmente cambiare. Manchiamo, noi italiani, di autostima, siamo inclini allo spirito di fazione, ci pasciamo nel provincialismo più retrivo, prediligiamo la demagogia e il partito preso ideologico, ci siamo infine assuefatti ad un clima da perenne bar sport, da rissa permanente, che domina ormai nei salotti televisivi come nelle aule parlamentari. Come si può sperare che dall’oggi al domani cambi il mondo d’essere e di fare di un’intera nazione?

Vorrei insomma,nel 2010, un’altra Italia, che abbia ad esempio più memoria e più diffusa considerazione della propria storia, non foss’altro perché ci stiamo avvicinando a festeggiare i centocinquanta anni della nostra unità politica, che dovrebbe essere anche un’unità spirituale e d’intenti, culturale e di tessuto sociale. Ma anche su questo versante come ci si può illudere più di tanto? La nostra storia – antica o recente poco importa – la conosciamo sempre meno; e comunque tendiamo a strattonarla e forzarla a sostegno delle nostre polemiche contingenti. Quanto a ciò che dovrebbe tenerci ancora uniti e solidali, rendendoci ancora una “comunità nazionale”, basta guardarsi intorno: Nord contro Sud, Destra contro Sinistra, Vecchi contro Giovani, Laici contro Credenti, Pubblico contro Privato, Elite contro Popolo. Troppe spaccature e divisioni perché una qualunque Paese possa a lungo sopportarle. L’Italia forse già non esiste più, nell’indifferenza complice della sua classe politica e dei suoi cittadini, e noi stiamo qui a chiederci come sarà domani?
Con queste sconsolanti premesse se solo il 2010 sarà eguale al 2009 – non migliore o peggiore, ma semplicemente eguale – potremmo già ritenerci soddisfatti e contenti. In attesa di sperare nel 2011, nel 2012, nel 2013…


Autore: Alessandro Campi

Direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, dal 1997 professore associato di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugina, già Segretario generale della Fondazione Ideazione.

4 Responses to “‘2010: l’anno che vorrei…’ – Non sarà il tempo a curare le ferite di un paese diviso”

  1. DM ha detto:

    Benvenuto! Il 2010 è qui, per gli altri si vedrà…

  2. Euro Perozzi ha detto:

    ..e si, siamo realisti. I dati che ci circondano volgono al peggio, siamo sempre concentrati sul fare, sulle scelte politiche “pure” e in raltà quello che sembra mancare è il capitale “umano”. Mancano i visionari e trionfano i paranoici. Se, per assurdo, si “ragionasse” politicamente e socialmente liberi da ogni “desiderio” forse la nostra sfera di cristallo si schiarirebbe e potremmo “vedere” almeno i processi fondamentali. Insomma forse questo scenario fosco che abbiamo davanti va guardato per quello che è senza farsi illusioni. E’ un processo che si stà dispiegando e il degrado “entropico” della nazione procederà ancora…

  3. alce ha detto:

    Egregio Professore Alessandro Ciampi Direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, da lei mi sarei aspettato una considerazione su Fini, mi parrebbe doverosa dall’alto del suo pulpito .
    Che ne pensa?
    Che ci può dire?
    Grazie e Buon 2010 anche a lei

  4. bill ha detto:

    La classe politica riflette chi la elegge.
    Che il paese sia diviso è poco ma sicuro, ma al di là delle polemiche giornalistiche e gossippare, che nonostante il can can mediatico, spesso autoreferenziale, in realtà interessano una minoranza degli italiani, cosa divide davvero il paese?
    Per me una cosa molto semplice: una metà del paese vive sulle spalle dell’altra metà. E questa metà che vive, esagero, a sbafo è costituita da chi vive di assistenzialismo, nelle varie forme che questo può assumere in Italia. Per cui, ne fanno parte persone, categorie, imprese ed interi settori, protetti e ben pasciuti e perchè ritenuti influenti dal lato della formazione della pubblica opinione e quindi da un punto di vista elettorale, e perchè si ha una paura tremenda di scioperi, cortei e proteste che questa minoranza “chiassosa” potrebbe mettere in atto.
    Se a questo aggiungiamo un’età media dei cittadini particolarmente elevata, che fa sì che qualsiasi cambiamento dall’assistenza verso il merito venga visto come uno sfaldamento di questo stato intimamente socialistoide che si è andato formando dagli anni 70 ad oggi.
    Ma il problema è proprio questo: questo stato (di cose) non funziona e non può funzionare.
    Finchè davvero qualcuno non metterà in essere quella “rivoluzione liberale” di cui spesso si è parlato (ed è inutile fare risse sui mille argomenti che sono sul tappeto: il primo passo è una vera riforma fiscale, che comporti meno presenza delle istituzioni pubbliche e meno spesa, e quindi un grosso taglio delle aliquote, nel numero e nella loro entità), continueremo a parlare di niente. Mentre il resto del mondo corre..

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