– Finisce un anno, ne comincia un altro. E ci si chiede come cambierà l’Italia nei prossimi mesi, ammesso che cambi. Realizzeremo le nostre speranze o attese, ci saranno trasformazioni reali e profonde nel senso da noi auspicato, o tutto continuerà come prima, o peggio il cambiamento, qualunque esso sia, procederà lungo binari non previsti e non desiderati?  In realtà, temo, non c’è una sola ragione perché le cose, nei prossimi mesi, vadano diversamente da come sono andate sinora. Il cambio di calendario è una convenzione, un tornante puramente nominale o al massimo simbolico, che si presta ai bilanci e alle previsioni, ma si tratta appunto di un gioco, di un’esercitazione letteraria magari divertente, divenuta persino obbligatoria, ma al dunque inconcludente. Perché tra dicembre e gennaio il corso degli eventi dovrebbe prendere una direzione improvvisamente diversa? Solo per via di un cambio di cifre? L’Italia che vorremmo, alla fine, sarà fatalmente diversa dall’Italia che concretamente sarà domani, probabilmente così terribilmente simile a quella di oggi. Lo scarto tra speranza e mondo reale è per definizione insuperabile e non basta certo a colmarlo uno sforzo di volontà o di fantasia. Ma un gioco, anche se inutile, si  gioca, senza andare troppo per il sottile, giusto per il gusto di divertirsi un po’, ammesso che nell’Italia che abbiamo sotto gli occhi ci sia qualcosa di cui divertirsi o compiacersi.

Vorrei dunque un’Italia – in particolare un’Italia politica – più civile e meno chiassosa, nella quale tutti possano rispettarsi e lealmente dividersi, senza anatemi e scomuniche, ma so già che non accadrà. Stiamo uscendo dal 2009 con tutti che invocano buoni sentimenti e pensano pensieri generosi. Si parla di dialogo o confronto tra forze politiche, si promette di lasciarsi alle spalle mesi e mesi di polemiche e insulti, si dice di voler rimettere al centro l’interesse generale dopo che per troppo tempo abbiamo ragionato solo di affari privati. Tante belle parole, ma il rischio che rimangano tali – anche contro la volontà di chi le pronuncia, magari in buona fede – è assai alto. Basta guardare ai precedenti, che non lasciano presagire nulla di buono. Ma per essere pessimisti basta leggere tra le righe delle dichiarazioni e dei proponimenti. Sono così tanti i distinguo, le precisazioni e le condizioni posti dai diversi attori che si è già capito quel che accadrà alla ripresa della stagione politica, quando il clima delle feste sarà svanito: tutto tornerà come prima. Stiamo sulle barricate da quindici anni, a guardarci in cagnesco e a maledirci l’uno con l’altro, perché mai tutto dovrebbe cambiare all’improvviso? Basta invocare un inesistente e impossibile “partito dell’amore” perché la politica in questo Paese prenda un’altra piega, più generosa e costruttiva?

Vorrei ancora un’Italia operosa e volitiva, meno ingessata e chiusa in sé, meno vittima della paura più che dell’odio, ma temo che sia anche questo un sogno o una speranza destinato fatalmente a rimanere frustrato. Perché un’Italia così, per esistere davvero, avrebbe bisogno di una diversa classe dirigente, più qualificata e responsabile dell’attuale; avrebbe altresì bisogno di una diversa cornice istituzionale e di forze politiche che invece di prosperare sull’allarme e sull’isteria collettiva, come hanno fatto sinora, siano in grado di offrire rassicurazione e  risposte razionali ai problemi del vivere collettivo; avrebbe infine bisogno di credere in se stessa e nel proprio futuro, invece di macerarsi nel rancore sociale e nel timore panico per tutto ciò che suonando come nuovo o diverso rappresenta per ciò stesso non una sfida creativa, ma una minaccia intollerabile. Purtroppo abbiamo dentro di noi, accumulati negli anni, troppi timori e troppi cattivi umori, per immaginare che in capo a qualche mese la situazione possa radicalmente cambiare. Manchiamo, noi italiani, di autostima, siamo inclini allo spirito di fazione, ci pasciamo nel provincialismo più retrivo, prediligiamo la demagogia e il partito preso ideologico, ci siamo infine assuefatti ad un clima da perenne bar sport, da rissa permanente, che domina ormai nei salotti televisivi come nelle aule parlamentari. Come si può sperare che dall’oggi al domani cambi il mondo d’essere e di fare di un’intera nazione?

Vorrei insomma,nel 2010, un’altra Italia, che abbia ad esempio più memoria e più diffusa considerazione della propria storia, non foss’altro perché ci stiamo avvicinando a festeggiare i centocinquanta anni della nostra unità politica, che dovrebbe essere anche un’unità spirituale e d’intenti, culturale e di tessuto sociale. Ma anche su questo versante come ci si può illudere più di tanto? La nostra storia – antica o recente poco importa – la conosciamo sempre meno; e comunque tendiamo a strattonarla e forzarla a sostegno delle nostre polemiche contingenti. Quanto a ciò che dovrebbe tenerci ancora uniti e solidali, rendendoci ancora una “comunità nazionale”, basta guardarsi intorno: Nord contro Sud, Destra contro Sinistra, Vecchi contro Giovani, Laici contro Credenti, Pubblico contro Privato, Elite contro Popolo. Troppe spaccature e divisioni perché una qualunque Paese possa a lungo sopportarle. L’Italia forse già non esiste più, nell’indifferenza complice della sua classe politica e dei suoi cittadini, e noi stiamo qui a chiederci come sarà domani?
Con queste sconsolanti premesse se solo il 2010 sarà eguale al 2009 – non migliore o peggiore, ma semplicemente eguale – potremmo già ritenerci soddisfatti e contenti. In attesa di sperare nel 2011, nel 2012, nel 2013…