‘2010: l’anno che vorrei…’ – Una riforma costituzionale senza tabù

– A costo di essere banale (in questi giorni tanti dicono queste cose…..) auguro ai lettori e agli italiani tutti per il 2010 un bipolarismo mite, vissuto con più serenità, in cui molti depongano le armi degli eccessi verbali, quelli che fino al giorno prima si consideravano nemici, diventino invece avversari politici, certi editoriali non siano veri e propri fucili spianati e si dismetta il killeraggio a mezzo stampa. Pur con le stesse perplessità manifestate dal Presidente della Repubblica, spero che possa nascere un clima propizio alle riforme che servono al Paese, compresa ovviamente quella della seconda parte della Costituzione, specie in riferimento alla forma di governo, al federalismo, al bicameralismo, alla riduzione del numero dei parlamentari. Anche questo, a dire il vero, lo dicono e lo chiedono in tanti.

Per quanto mi riguarda, invece, vorrei sgombrare il terreno dagli idola fori, che giustificherebbero la vantata intangibilità della prima parte della Costituzione. Non penso tanto ai diritti e ai doveri fondamentali così ben scolpiti dalla Carta fondamentale del 1948. Penso invece al Titolo III (rapporti economici) della prima parte, in cui troviamo casi significativi di inattuazione costituzionale e norme che soffrono l’usura del tempo.

Quanto ai primi, mi riferisco in particolare all’articolo 39, che prevede l’obbligo di registrazione dei sindacati a condizione che abbiano un “ordinamento interno a base democratica”. Sulla base della personalità giuridica così acquisita, “rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti”, potrebbero stipulare contratti collettivi di lavoro con validità erga omnes. Si tratta forse dell’articolo forse più disatteso della Costituzione. I sindacati infatti, pur essendo un vero e proprio moloch burocratico e finanziario, dal punto di vista giuridico continuano ad essere pure associazioni di fatto. Né esiste alcuna seria  verifica sulla loro rappresentatività in sede di stipulazione dei contratti di lavoro.

In parte analogo è il discorso per i partiti, che, secondo l’articolo 49 della Costituzione, dovrebbero “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per un verso anche essi risultano pure associazioni di fatto, pur disponendo di una ingente mole di finanziamenti pubblici, per altro verso la vigenza “del metodo democratico” al loro interno è per vari di essi a dir poco dubbia. Né le ricorrenti iniziative di qualche parlamentare sulla definizione di uno “Statuto pubblico dei partiti” hanno mai avuto neanche il minimo successo.

Tornando al titolo sui rapporti economici, emerge che quella che viene definita la “Costituzione economica”  è, in più di qualche parte, vetusta. L’articolo 42, relativo alla “proprietà”, risente di spinte dirigistiche e di qualche tono non poco socialisteggiante.  Analogo è il discorso dell’articolo 43 sul possibile trasferimento allo Stato, mediante espropriazione, di alcune tipologie di imprese.

Si tratta di osservazioni mirate e puntuali, che non intendono intaccare il cuore della prima parte della Costituzione, la quale, però, non può rimanere racchiusa nel mito dell’intoccabilità.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

One Response to “‘2010: l’anno che vorrei…’ – Una riforma costituzionale senza tabù”

  1. Vito Kahlun ha detto:

    Come sempre le analisi di Tivelli risultano essere convincenti!!!

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