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In Iran tutto è possibile. La ‘fase due’ della protesta scappa di mano al regime di Teheran

– Il 19 dicembre scorso l’ayatollah Montazeri, figura centrale della rivoluzione iraniana, ex-delfino poi ripudiato di Khomeini, sostenitore la scorsa estate delle ragioni delle proteste contro il regime di Ahmadinejad, è morto nella città sacra di Qom, nell’omonima regione dell’Iran, in cui risiedeva da anni. Quest’evento ha dato il via ad una nuova serie di manifestazioni e contestazioni da parte del “popolo dell’Onda Verde”, che già la scorsa estate si espose al rischio di arresti e violenze (emblematico il caso della giovane Neda Agha Soltan), pur di gridare a gran voce il dissenso nei confronti della classe politica al potere.

Dapprima, il 21 dicembre, ci sono stati disordini a Qom, tra i partecipanti al funerale di Montazeri ed alcuni veri o presunti manifestanti filo-Ahmadinejad; sette giorni dopo, poiché la commemorazione del defunto a una settimana dalla morte coincideva con la festività religiosa dell’Ashura, alcuni siti dell’opposizione hanno invitato i militanti antigovernativi a “festeggiare” la doppia ricorrenza manifestando in zone centrali di Teheran,  e gli scontri per la repressione delle dimostrazioni di piazza hanno fatto registrare almeno una decina di morti, tra cui, si presume (la famiglia lo afferma, la polizia lo nega), il nipote di Mir Hossein Mousavi, oppositore di Ahmadinejad nelle elezioni dello scorso giugno.

Molti servizi essenziali di comunicazione sono stati sospesi: dall’Iran oggi è quasi impossibile connettersi ad Internet, effettuare chiamate internazionali e perfino mandare SMS. Nonostante questo, alcuni siti di “ribelli” e parecchie testate internazionali sono fortunosamente riusciti a diffondere notizie e video relativi agli ultimi scontri, consentendo così di farsi un’idea, seppur imprecisa, di cosa stia succedendo.

La situazione è più confusa dell’estate scorsa, ma alcuni dati emergono con chiarezza.

In primo luogo, la protesta non è più circoscritta alla sola capitale, ma si è estesa alle principali città del Paese (Qom, come scrivevamo sopra, ma anche Isfahan ed altre), ed esempi come quello dell’ex DDR sembrano suggerire che questo possa essere un fattore decisivo per un indebolimento definitivo del regime.

In secondo luogo, il “regime di Teheran”, che appena un anno fa presentava un fronte relativamente compatto, appare oggi fortemente incrinato nella sua unità, non più virtualmente incrollabile, ma lacerato e sempre meno in grado di tenere sotto controllo ribellioni, manifestazioni, spinte centrifughe di ogni genere. L’establishment della Repubblica islamica non è più la sola “voce” del nazionalismo iraniano e non ne rappresenta più l’unità politica.

In terzo luogo, il confronto tra i vertici iraniani e la comunità internazionale si sta facendo più complesso e attento alla vicende “interne” del regime islamico. Non solo le ambizioni atomiche e le strategie di sostegno al terrorismo suscitano le denunce dei paesi occidentali, ma anche le repressioni e le resistenze alle richieste di cambiamento. Il sostegno all’opposizione è, insomma, una novità non piccola  e esprime le previsioni sul possibile collasso del partito oltranzista, che si vanno facendo nelle cancellerie occidentali.

Pur trovando condivisibili le perplessità espresse da Stefano Magni in questo articolo del luglio scorso ( che evidenziava come i seguaci di Mousavi abbiano, in alcuni casi, idee addirittura più fondamentaliste di quelli di Ahmadinejad) non possiamo che augurare ai coraggiosi giovani iraniani, che ogni giorno pagano di persona per il proprio coraggio, di riuscire ad instaurare un governo più democratico e, possibilmente, meno lontano dall’Occidente.

Sogni? Utopie? Pensierini dell’anno nuovo? Forse. Ma è davvero possibile che, mentre il mondo assiste a nuove e pericolose fiammate di fondamentalismo terrorista, da un paese islamico arrivino buone notizie, di segno decisamente contrario. Se accadrà, i ragazzi del nuovo Iran ( “ragazzi” non è retorica, ma fotografa la componente generazionale della rivolta, tra le più politicamente esplosive ) dovranno dire grazie soprattutto a se stessi ed alla propria tenacia; come il direttore di Libertiamo.it, però, auspichiamo che almeno una piccola parte di quei ringraziamenti possa andare – con ragione – alle potenze occidentali, che nel 2003 con gli studenti di Teheran non fecero una grandissima figura.

Buon 2010 ai giovani che credono nella politica e non si arrendono.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “In Iran tutto è possibile. La ‘fase due’ della protesta scappa di mano al regime di Teheran”

  1. Buon 2010 agli spiriti liberi che vivono in Iran !

  2. autores scrive:

    e’normale,l’Iran non si ricorda neanche che cosa accade quando in un altro Stato cade il Governo,non sa’che e’ colpa e causa di guerra ai altri Stati?non sa’ che e’ solo e sempre in favore del opposizione,qualsiasi Stato o politica Democratica antidemocratica vige.Pazzesco,alla storia dei Stati non e’ mai accaduto che dove cada il Governo non c’e’ una guerra contro,se si vuole fermare l’opposizione si inizia dal nemico principale che la rafforza,ricordo che in ogni Stato la propria opposizione e’ opposizione,comunque,e la caduta del Governo indicizza ai altri Stati.

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