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‘2010: l’anno che vorrei…’ – Un fisco leggero e competitivo

– Se davvero dovessi parlare di come vorrei veramente che fosse l’anno a venire, sarei costretto a parlare di questioni di scarso o nessun interesse per il lettore. Dovrei fare riferimento ai miei cari, ad amici e a conoscenti, e per giunta finirei per toccare quello che a me pare il senso più intimo della vita: cosa è lecito sperare, e per chi e cosa vale la pena di vivere. In fondo, però, anche questo non dovrebbe sorprendere chi ha un animus libertario, se si considera – in fin dei conti – che il primato della dimensione personale su quella pubblica (e quindi anche il rigetto di ogni “religione civile”) è forse uno dei tratti più caratteristici della tradizione davvero liberale.
Anche per noi – come già si diceva nel Sessantotto – nulla è più politico del privato, ma in un senso esattamente opposto a quanto veniva inteso dai cantori del collettivismo e della “libertà come partecipazione”. È proprio il diritto di ignorare lo Stato, i suoi riti e le sue pratiche, rigettando pure l’ossessione per il militantismo e le sue paranoie, che sta al centro della concreta esperienza di quanti – da liberali – non avvertono la minima attrazione per ogni forma di patriottismo costituzionale, e neppure per le diatribe pro-Cav e anti-Cav.
Non su quanto mi sta più a cuore, comunque, mi concentrerò in queste brevi considerazioni in vista del 2010, ma invece su quanto è giusto augurarsi per la nostra vita pubblica: ovviamente rinunciando a fare riferimento a ogni polemica più o meno artefatta e politicante, ma cercando di richiamare l’attenzione su poche questioni reali. Limitandomi a ricordarne tre.

In primo luogo, un buon 2010 dovrebbe vedere il Paese impegnato a ridimensionare il debito pubblico, che non soltanto è all’origine di elevati oneri (che si traducono in deficit e tassazione), ma rappresenta pure una spada di Damocle sulle nostre teste. Sapendo che vi è un’alta probabilità di assistere a un rialzo dei tassi di interesse, è urgente affrontare con serietà tale enorme pietra d’intralcio sulla strada dello sviluppo e della crescita. Per vincere il debito, però, è necessario incidere con coraggio sulle voci di spesa: smettendola di finanziare imprese assistite e coltivare sterminate clientele (soprattutto nella funzione pubblica e, più in generale, nel settore parastatale).
Comprendere l’urgenza di mettere ordine nella finanza pubblica dovrebbe inoltre indurre a dismettere l’ancor vasto arcipelago del settore pubblico, portando a termine quel processo di privatizzazioni che fu avviato – pur tra molte ambiguità – negli anni Novanta, ma poi lasciato a metà strada. Vendere Enel e Eni (ma anche Ferrovie dello Stato, Poste, Rai, Cassa Depositi e Prestiti, Finmeccanica, Tirrenia e via dicendo) aiuterebbe a ridimensionare il debito, e di conseguenza anche il fabbisogno necessario a pagare gli interessi. Ma oltre a ciò porterebbe a un’apertura dei mercati che avrebbe l’effetto di creare nuovi spazi imprenditoriali e migliorare l’ambiente in cui operano le nostre aziende.

Bisognerebbe, in secondo luogo, intervenire sulla questione delle imposte, smettendola una buona volta con quella “caccia all’evasione” che costantemente è condotta da centro-destra e centro-sinistra, e che ovviamente si traduce in un aumento della pressione fiscale. Le aliquote vanno abbassate e, quanto più è possibile, vanno unificate. La progressività delle imposte è figlia di una logica punitiva nei confronti di chi ha successo, ma in questo modo è impossibile avere mobilità sociale e crescita economica.
Invece che combattere chi cerca di tenere quanto è suo, bisognerebbe fare il possibile perché i diritti di chi produce profitti siano anteposti agli interessi delle industrie automobilistiche che vogliono produrre vetture anche in assenza di domanda, dei giornali e delle radio di partito che sopravvivono anche senza lettori e ascoltatori, degli agricoltori che ottengono una rendita anche quando non lavorano la terra, dei dipendenti pubblici che si considerano inamovibili pure nel momento in cui decine di migliaia di operai e impiegati del tessile o della siderurgia si trovano a spasso. La spesa pubblica deve essere ridotta, ma perché questo si verifichi è urgente che il meccanismo che presiede alle entrate sia modificato in profondità.

In questo senso è urgente, infine, che gli amministratori siano costretti a gareggiare tra loro non solo nel corso della competizione elettorale (quando si danno da fare per diventare sindaci o governatori regionali), ma ogni giorno. Intendo dire che la riforma federale in cantiere non può limitarsi ad aumentare la quota delle risorse che lo Stato consegna agli amministratori locali, ma deve invece dar loro più libertà di iniziativa e la facoltà di aumentare e/o diminuire l’entità dei tributi che permettono a quelle istituzioni di operare. Per questo è indispensabile che le imposte locali siano manovrabili, così che spostarsi da una regione all’altra – ma anche da un comune a quello vicino – possa portare benefici anche significativi.
Solo una decisa concorrenza istituzionale può, nel tempo, costringere gli amministratori pubblici ad adottare comportamenti più virtuosi e ridurre le loro pretese. Fino ad oggi i passi verso un’Italia federale (a partire dalla riforma Calderoli) sono stati molto equivoci e deludenti, ma se nel corso del 2010 si procedesse ad introdurre elementi di vera autonomia fiscale e tributaria, il Paese conoscerebbe al contempo una riduzione della pressione fiscale, una limitazione di spese e sprechi, un miglioramento della qualità dei servizi.


Autore: Carlo Lottieri

Nato a Brescia nel 1960, insegna Dottrina dello Stato a Siena. Ha studiato filosofia a Genova e quando all’ingresso di via Balbi poteva scegliere tra un volantino offertogli dai trockisti e uno offertogli dai leninisti. Direttore del dipartimento Teoria politica dell’Istituto Bruno Leoni, di recente ha pubblicato “Credere nello Stato? Teologia politica e dissimulazione da Filippo il Bello a WikiLeaks” (Rubbettino).

3 Responses to “‘2010: l’anno che vorrei…’ – Un fisco leggero e competitivo”

  1. bill ha detto:

    Sottoscrivo in toto.

  2. vittorio ha detto:

    Completamente condivisibile. Con due postille. La prima: nel dismettere partecipazioni dello stato, soprattutto se pezzi pregiati, sarebbe bene cercare di spuntare il miglior prezzo possibile, senza spingere per la privatizzazione ad ogni costo. Se il prezzo è troppo basso probabilmente allo stato conviene tenere quella partecipazione proprio da un punto di vista patrimoniale ed economico. La seconda: ho sentito parlare a proposito di questa riforma fiscale e ho sentito dire che si punterebbe a “penalizzare la speculazione”. Cosa vuol dire questo? Se questo signica aumentare la cosiddetta tassazione delle rendite, allora per conto mio proprio non ci siamo. Perchè queste così chiamate rendite già tassate da Prodi e compagni coll’aliquota del 12,5%, altro non sono che la remunerazione del risparmio dei cittadini. Queste patrimoniali sul risparmio sono assolutamente deleterie e inique. Sono inique perchè sappiamo tutti che gli Agnelli, i De Benedetti e molti altri non le pagano, potendo trasferire la loro residenza in Svizzera. Chi le paga sono lavoratori, impiegati, liberi professionisti ecc che risiedono sul suolo italiano e che già pagano le tasse sui loro redditi. E sappiamo bene perchè i sindacalisti si ostinano a chiedere tasse sui cittadini italiani: primo perchè i loro fondi pensione trarrebbero vantaggio da una maggiore pressione fiscale sui cittadini italiani; secondo perchè da sempre i sindacati italiani ideologizzati al marxismo preferiscono tassare la gente piuttosto che tagliare la spesa corrente. Questa forma di tassazione poi è deleteria perchè incoraggia proprio quell’evasione che favorisce i paradisi fiscali. Perchè una persona dovrebbe mantenere i capitali in Italia e dichiararli quando con gli strumenti opportuni si possono tranquillamente trasferirli a Panama, alle bermuda o dovunque si voglia ed evitare così le patrimoniali italiane? Tremonti si è rallegrato per i 100 miliardi entrati con lo scudo. Ma si sa che stime informali delineano la dimensione dei capitali italiani non dichiarati e occultati nei paradisi su valori che sono di almeno un ordine di grandezza maggiore. Inoltre pensate ad un industriale che risiede in Italia e che paga le tasse allo stato italiano. Egli avrà tutto l’interesse a dichiarare utili nulli o negativi e trasferire il nero verso paesi compiacenti. Perchè dovrebbe passare per fesso e dichiarare utili, essere tassato a livello aziendale prima e poi a livello personale sui dividendi? E questo quando i furbi Agnelli e Benedetti pagano solo l’aliquota a livello aziendale? E a proposito di questo che dire del De benedetti che di recente ha suggerito di tassare “permanentemente e pesantemente” il risparmio dei residenti italici, al fine di raccogliere il gettito necessario ad abbassare le aliquote a livello corporate, cioè le uniche che il De Benedetti paga per le sue aziende stanziate in Italia? Le patrimoniali di questo tipo sono dunque inique e deleterie. E se Tremonti per caso vuole assecondare i sindacati e il De Benedetti su questo piano, allora posso già dire che non darò più il mio voto al PdL.

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