– Il Ministro dell’Interno Maroni ha dichiarato che l’intenzione non è più quella di legiferare direttamente, d’urgenza o meno, in materia di crimini on line (diffamazioni, istigazioni, apologie di reato, ecc.), viste le proteste e le accuse di “attacco alla libertà della Rete”, bensì sarebbe quella di varare un codice di autoregolamentazione, presumibilmente concordato tra Governo e industrie di internet.

Le contestazioni all’idea di intervenire con norme ad hoc per regolare la libertà di espressione on line erano venute un po’ da tutte le parti, con i soliti eccessi di certa anti-politica (o politica estremista e complessata di superiorità sui temi tecnologici, che in Italia, purtroppo, trova terreno fertile per fare disinformazione strumentale e che grida sempre e comunque allo scandalo, quando solo si “sfiora” il web) e con diversi saggi consigli provenienti dai riformatori di ogni schieramento e da stakeholders che conoscono bene il problema. Tra i suggerimenti più pregevoli, quelli di chi segnalava l’esistenza di numerose norme penali già applicabili senza dover invocare nuove leggi speciali, e quelli di chi auspicava non nuove fattispecie di reato, né maggiori poteri di controllo governativo (ad alto rischio “censura”) ma, semplicemente, strumenti più adeguati ed efficienti per i giudici ordinari.

La notizia della concertazione presso il Viminale viene diffusa in queste ore come qualcosa di positivo: vincerebbe il dialogo, prevarrebbe la soft-law, la libertà di espressione sarebbe salva. Invece, cercando di entrare nel dettaglio della questione senza farci ammaliare dai titoli di giornali e settimanali (catastrofisti o candidi che siano), la direzione intrapresa non sembra né liberale né garantista. E la maggioranza farebbe bene a non cascare in un equivoco dalle conseguenze significative sui principi cardine che, non per caso, ma perché intelligentemente voluti dai costituenti, hanno tenuto salda la nostra democrazia in questi decenni.

Se la decretazione d’urgenza sarebbe stata sbagliata, un accordo permanente e costante tra potere esecutivo e imprese private in materia di libertà civili e diritto penale pare ancora più pericoloso e fuori luogo. Le auto-regolamentazioni si dovrebbero sempre favorire in materia di libertà economiche, o per dare più garanzie agli utenti e con la partecipazione di questi alla trattativa, ma assolutamente non per stabilire a tavolino norme con impatti penali e comprimenti le libertà fondamentali, che devono rimanere tassative, vincolate alla legge e riferite ai poteri della magistratura ordinaria. Tradotto in termini bruti, seguendo l’opzione del codice condiviso tra esecutivo e industrie si passerebbe dalla padella alla brace: si vuole evitare l’ingerenza del Governo sulla libertà di espressione e di internet, si contesta un possibile decreto e poi si accetta un patto tra imprese ICT e Governo su questioni così delicate? Siamo da sempre favorevoli alla soft-law e ai codici di autoregolamentazione, ci battiamo perché siano più diffusi e più riconosciuti, ma non quando in discussione c’è la repressione dei reati. Si noti bene, la repressione e non la mera prevenzione: vale a dire che, se Tizio scriverà un’opinione sul suo blog, sarà il giudizio dell’hosting provider, basato sul codice di autoregolamentazione e dunque concordato con l’esecutivo, a valere di fatto come criterio di intervento, e Tizio potrebbe trovarsi cancellata quell’opinione all’improvviso, senza possibilità di difendersi e non per provvedimento cautelare di un giudice. Idem, con la cancellazione di un profilo personale su Facebook o altri social network per asserite “non conformità espressive”. Insomma, quello che non tollereremmo da parte del Governo, in mancanza di norme di copertura, lo andremmo (e spesso lo andiamo) ad accettare dalle industrie, magari coordinate con il Governo. Manca un po’ di logica.

Il “rischio far west” su internet esiste (negarlo è da sconsiderati) e non sono tollerabili violazioni dolose dell’altrui privacy, soprusi, minacce, offese, pedofilia, pirateria organizzata, terrorismo, plateali istigazioni a delinquere ecc., ma le soluzioni in parte sono già vigenti e in parte vanno cercate altrove, in senso sia geografico (il web è globale) sia qualitativo (in alto tra Stati, non in basso tra operatori). Non è “benaltrismo”, è rispetto per i diritti fondamentali.

Molto meglio in primo luogo un dibattito parlamentare, sano e aperto, che porti all’approvazione di alcuni aggiornamenti legislativi compatibili con la disciplina UE, come il cosiddetto “anonimato protetto”, cioè il sistema per cui ogni utente dovrebbe poter essere identificato con certezza dal provider al momento dell’accesso al web, restando tuttavia libero di risultare anonimo verso chiunque nella navigazione; in caso di reato, però, un magistrato potrebbe “togliergli la maschera” e identificarlo. Meglio ancora, in secondo luogo, un’evoluzione del quadro europeo, a monte, che dia poteri più efficaci ai giudici nella repressione dei reati on line, estendendo l’ambito applicativo della Direttiva 2006/24/CE anche ai content providers (motori di ricerca, social networks) e prevedendo l’obbligo di conservazione per 12 mesi dei contenuti che siano anche dati di traffico (es. IP di destinazione), oggi esclusi dalla normativa ed invece indispensabili per rintracciare i delinquenti su internet. In terzo luogo, l’Italia si faccia promotrice e sostenitrice del percorso verso una Convenzione internazionale in materia di internet (si chiami essa “Internet Bill of Rights” o in qualunque altro modo) che vada rispettata da tutti, Stati, cittadini e industrie ICT.

Tornando al nostro “piccolo”, alla dimensione nazionale, una constatazione e un auspicio (quasi una richiesta a Babbo Natale). Dal tavolo governativo, dove in gennaio si discuterà il “codice di autoregolamentazione”, mancheranno giocoforza proprio i cittadini, cioè gli unici veri “aventi diritto” ai quali la Costituzione e i Trattati europei e internazionali riconoscono voce in materia di norme penali e libertà civili. Chi rappresenta i cittadini in Italia come in tutte le liberaldemocrazie? Il Parlamento. Si sposti il tavolo dal Viminale a Montecitorio, “invitando” il potere legislativo a decidere senza urgenze né pressioni di corporazioni private o di pubblica polizia.