Non si potrà sfuggire a lungo al principio dello ius soli

– La discussione sulla cittadinanza, in corso alla Camera dei Deputati, è un’occasione da non sprecare per il futuro del Paese. La sostanziale conferma dello status quo (il testo a prima firma Bertolini, sul quale si sviluppa per il momento il lavoro parlamentare) rischia purtroppo di rimandare sine die la soluzione di un problema che avrà dimensioni sempre più grandi negli anni a venire. L’Italia avrebbe invece bisogno di un vero e proprio Quattordicesimo Emendamento.

Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”( “All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside”). Così recita il primo comma del Quattordicesimo emendamento grazie al quale venne introdotta nella Costituzione americana una concezione ampia e universale di citizenship. Ma non è stato sempre così.

Fino al 1868, l’anno dell’approvazione dei cosiddetti Reconstruction Amendments (le modifiche costituzionali di “pacificazione”, dopo la guerra civile), il riconoscimento della cittadinanza aveva un connotato anzitutto razziale, basato sull’astrusa classificazione giuridica della “bianchezza” (whiteness), che per decenni costrinse le corti statunitensi a tentativi goffi di tracciare confini oggettivi tra razza bianca e razza nera, o tra razza bianca e nativi.

Il riconoscimento della cittadinanza ai maschi neri (per le donne si dovette aspettare ancora, ma questo è un altro argomento) e ai naturalizzati rappresentò un profondo punto di rottura nella storia americana: da diritto di proprietà ereditabile ma inevitabilmente non acquistabile, la cittadinanza diveniva un traguardo raggiungibile, una scelta individuale, un futuro per i proprio figli. La patria americana smetteva di essere una mera questione di sangue: il figlio dell’ultimo degli schiavi di colore o del disperato giunto sulle coste dell’America per trovare lavoro, se nato su suolo americano, sarebbe stato cittadino. Come è noto, l’affermazione dello ius soli non pose immediatamente fine alle politiche razziali di alcuni Stati e non esaurì in un colpo solo i problemi della cittadinanza. Ma la sua costituzionalizzazione rappresentò un “germe” che avrebbe poi inesorabilmente e positivamente contaminato il futuro della società americana: l’emendamento fu la leva grazie alla quale, a metà del ventesimo secolo, la Corte Suprema smantellò la segregazione razziale (famoso il caso Brown v. Board of Education, del 1954); e ancora prima, era stato l’appiglio costituzionale grazie al quale nel 1898 vennero riconosciuti come cittadini i bambini nati sul suolo americano, ma figli di cittadini di altri paesi, (questi ultimi, infatti, a differenza dei discendenti degli schiavi neri, erano soggetti ad altra giurisdizione e fino alla sentenza di fine secolo questo elemento era stato ritenuto ostativo). Ancora oggi, è il Quattordicesimo Emendamento il terreno dello scontro su cui Democratici e Repubblicani dibattono sul riconoscimento della cittadinanza ai figli dei clandestini nati sul territorio USA.

E allora: cosa vorrebbe dire dotare l’Italia di un suo Quattordicesimo Emendamento? Significherebbe stabilire un tracciato, o se vogliamo porre le fondamenta solide su cui costruire, anno dopo anno, decennio dopo decennio, il concetto di cittadinanza nel nostro Paese. Un concetto che presumibilmente continuerà a cambiare significato con ogni generazione, in parte a svuotarsi di contenuti, in pare a caricarsi di altri. Ma qualunque sia il senso che lo status di cittadino avrà negli anni, difficilmente si sfuggirà alla “potenza” dello ius soli. Un criterio non discrezionale, e quindi liberale. Una traduzione del principio di uguaglianza delle opportunità.

Insomma, possiamo discutere a lungo su quanti anni di residenza siano necessari affinché un immigrato possa chiedere ed ottenere la cittadinanza, o quali prove debba superare il candidato cittadino, ma difficilmente potremo sfuggire alla domanda par excellence: vogliamo o no che nell’Italia di domani sia cittadino italiano chi, figlio di persone che hanno scelto il nostro paese per costruire il proprio benessere, nasce in Italia? Ecco che la questione si pone in tutta la sua ruvida concretezza: se non vogliamo che la cittadinanza sia il movente di una profonda e duratura guerra civile della quotidianità, non potremo sfuggire a lungo al principio dello ius soli.


Autore: Rosita Romano

Nata nel 1984. Dottoressa con lode in Giurisprudenza e fondatrice del movimento Rompiamo il Muro, la lobby della Generazione F. E’ Cultore della materia di Diritto Commerciale e collaboratrice di cattedra presso la LUISS Guido Carli. Ha lavorato agli Affari Istituzionali di UniCredit Group, alla Camera dei Deputati e presso la Commissione Industria Ricerca ed Energia del Parlamento Europeo a Bruxelles. Il suo programma elettorale da rappresentante degli studenti è divenuto riforma universitaria. E’ stata primo membro studentesco donna eletto in Commissione Diritto allo Studio della LUISS. E’ membro del Comitato di Direzione di Scelgo l’Italia.

24 Responses to “Non si potrà sfuggire a lungo al principio dello ius soli”

  1. DM ha detto:

    Brava Rosita!

  2. enrico ha detto:

    Io credo che molta gente sia convinta dell’esistenza dello ius soli. Non vi è mai capitato di sentire persone dirvi: “Ah perchè non è italiano un bambino che nasce in Italia?”. Poi ci sono anche quelli che danno alla parola italiano un significato di razza. Secondo me lo ius soli avrebbe il vantaggio della semplicità: chi nasce qui è italiano, punto.

  3. Claudio ha detto:

    Sono contrario all’introduzione dello ius soli, non basta nascere in Italia per essere italiani, non è una questione etnica, ma più che altro culturale, non vedo come si possa considerare automaticamente italiano chi per esempio nato in una famiglia di immigrati, vive in qualche ghetto etnico frequentando quasi esclusivamente amici della sua stessa nazionalità/etnia, va in una qualche scuola “di frontiera” in cui gli immigrati sono la stragrande maggioranza e rimane quindi inevitabilmente legato soprattutto alla sua cultura di appartenenza.
    Per come la vedo io la cittadinanza per l’immigrato (o per i suoi figli) dovrebbe essere un traguardo da raggiungere con il tempo e l’impegno e dovrebbe quindi essere concessa solo a chi dimostra di essersi effettivamente integrato nel nostro paese, non deve essere invece concepita come un automatismo da concedere automaticamente alla nascita (o dopo solo 5 anni di permanenza di Italia) nell’illusione che ciò possa favorire l’integrazione come sostengono i finiani e la sinistra; basterebbe osservare i problemi che creano le seconde e terze generazioni di immigrati (soprattutto magrebini con regolare cittadinanza) negli altri paesi europei come Francia, Olanda o Svezia (dove l’immigrazione di massa è iniziata ben prima che da noi) per rendersi conto di come la cittadinanza non sia affatto una garanzia di integrazione.

  4. Claudio ha detto:

    @Enrico: la realtà è complessa, e la semplicità non è necessariamente un vantaggio, tra l’altro se dovessimo dare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia come dici tu l’Italia diventerebbe un ricettacolo di clandestini ancora più di quanto oggi è, sarebbero infatti italiani anche tutti i figli di clandestini nati in Italia, ergo non potremmo più espellere nemmeno i loro genitori.
    Nel precedente post mi sono dimenticato infatti di far presente anche questo punto, se concediamo la cittadinanza italiana ai figli di immigrati regolari nati in Italia, poi non potremo più espellere i loro genitori quando eventualmente perderanno il permesso di soggiorno.

  5. Luca Cesana ha detto:

    condivido alla lettera, ma un testo a prima firma Bartolini è già sputtanato in partenza:)

  6. Il Conte di Cavour si riporta abbia affermato: “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Vi risulta -e mi riferisco a tutti coloro che giuochicchiano col concetto e col problema dell’essere cittadini – che vi siano italiani compiuti in numero sufficentemente elevato da poter assorbire per assimilazione ed emulazione anche altri, nati o non nati in Italia non importa, appartenenti a culture ben meno labili e meno ondivaghe e superficiali di quella che si potrebbe – in astratto – definire la cultura italiana? Solo la televisione – cara memoria quella del Maestro Manzi – insegnò un poco di lingua e scrittura italiana a masse di analfabeti e semianalfabeti eradicando, però, al contempo, la loro vera cultura, localistica e contadina, folkloristica sì ma profonda e profondamente diffusa. La scuola, demolita dalle democristianerie di Galloni e della sua media unificata e dai postumi ed esiti della follia sessantottina e dalla pervicace occupazione marxista del potere mediatico, formativo e giudiziario vi sembra uno strumento atto a formare cittadini? Vi pare che possano avere appeal verso masse profondamente ed intimamente intrise nella loro cultura cose diverse dal piattume bidimensionale delle televisioni generaliste, quelle che “coi quiz vi danno i milioni”? Una mia collaboratrice, dopo circa quindici anni di permanenza in Italia l’italiano, anche quello elementare, lo balbetta ancora (spesso parliamo in inglese) e così pure fanno tutti coloro che ho avuto modo di incontrare nella mia vita di relazioni e lavoro, tranne qualche rarissima, intelligente eccezione. E, guarda caso, le eccezioni sono tutti imprenditori. Suggerisce qualcosa questo?
    La cittadinanza è una roba tremendamente seria, ne va dell’esistenza stessa del nostro stare insieme organizzati. Non ci si giuoca e non la si svende per quel misero piatto di lenticchie che è un pacco di voti elettorali, amministrativi o politici che siano.

  7. Piercamillo Falasca ha detto:

    @Pier Carlo De Cesaris: Tu poni il problema della debolezza del nostro essere “nazione” e da questa debolezza fai discendere l’impossibilità ad “assorbire per assimilazione o emulazione” altri… Io dico che nel tuo ragionamento la questione è mal posta. Come diceva Ernest Renan, una nazione è data da ciò che insieme ricordiamo, ma soprattutto da ciò che dimentichiamo. E mi spiego. In un paese che è e sempre di più sarà multietnico, dobbiamo agevolare questo “oblio”: le nuove generazioni dovranno dimenticare di essere altro, di essere figli di emarginati, di essere figli di culture ancestralmente diverse, magari di essere cresciuti in contesti religiosi intolleranti. E noi dovremo dimenticare le nostre diffidenze e paure del diverso. Lo ius soli è l’unica vera risposta liberale alle incognite dell’integrazione, perchè è un criterio di assegnazione della cittadinanza che “dimentica” il passato cromosomico di ognuno di noi, le fortune o le sfortune delle generazioni passate. Lo ius soli può davvero contribuire a trasformare un paese multietnico in una nazione di valori e non di sangue.

    @Claudio: La tua è una concezione inconciliabile con la nostra su questo argomento. Ti poni il problema dell’espulsione, noi ci poniamo il problema dell’integrazione. Ed è appunto per non seguire la via francese, che discutiamo non di becero assimilazionismo, come purtroppo fai tu.

  8. @Piercamillo Falasca. La Signora Storia anche questa volta è stata una maestra inascoltata. Acqua ed olio non sono miscibili ed il loro miscuglio è indigesto e disgustoso. E’ ora di smetterla con le “utopie” e di guardare la realtà per quella che è non per quella che vorremmo fosse. Il sonno della ragione genera mostri. Ripeto ancora una volta non giuochiamo con gli esplosivi, specie se non siamo assolutamente in grado di renderli inoffensivi per noi e per gli altri. E poi, diciamolo in chiaro, per qualche voto in più…
    L'”altro da sé” può essere, ripeto, una ricchezza quale termine individuale di confronto ma mitizzare le ricordanze o le dimenticanze e farne un valore di identità è tanto dissennato quanto demolire, come è stato fatto nel corso dei decenni, i luoghi e le metodiche di formazione. Essere cittadino significa vivere nel profondo le valorialità solide che ciò anima e sottende e vivere per esse una vita di relazioni della quale formazione e valorialità sono strumenti ed asse portante. Ti pare, ripeto ancora, che la scuola italiana, ridotta così come è da decenni di malaffare politico ideologico e da trionfante demagogia pseudosociologica, possa avere un qualche, sia pur piccolo momento positivo non solo per coloro che sono nati per definizione italiani ma anche e soprattutto per coloro che per definizione a forza di legge potrebbero essere qualificati come tali?
    E se non lo è, come non lo è, la scuola quale altro luogo e momento potrebbero portare alla formazione del “cives” senza la qual cosa non v’è società civile ma ammasso di egoismi, spesso solo localistici e di condizione peculiare di questo o quel gruppo più o meno organizzato, che si confrontano, si scontrano, “inciuciano” in un balletto di bassure e malaffare degno di una bolgia dantesca. Cosa è stata di diverso da ciò l’Italia repubblicana dopo lo sforzo ricostruttivo e fino ad oggi? Ed ora non v’è nemmeno più lo schermo – sia pure deformante – dell’ideologia. Cureresti il male annegandolo in una generale “dimenticanza” fatta di ricordi altrui?
    La cittadinanza è una roba seria, un argomento la cui trattazione non ammette demagogia di alcun genere e tipo.

  9. Claudio ha detto:

    Vedi Piercamillo Falasca, l’integrazione degli immigrati e le espulsioni sono due aspetti dello stesso problema che vanno affrontati contemporaneamente, limitarsi invece ad affrontare solo uno di questi due aspetti tralasciando l’altro mi sembra invece sintomo di una profonda miopia, infatti, se è vero che lavorare per l’integrazione degli immigrati è indispensabile, è anche vero che il nostro paese (così come l’intera Europa) non è in grado di accogliere ed integrare tutti i bisognosi di questo mondo, ergo (per quanto sia triste) un rigido sistema di espulsioni per chi non avendo lavoro non ha più diritto di rimanere nel nostro paese è indispensabile, negarlo è come detto sintomo di miopia, così come è miope preoccuparsi solo delle espulsioni degli immigrati tralasciando invece le politiche di integrazione.
    Poi tra il sostenere che la concessione della cittadinanza italiana vada riservata solo a chi si sia effettivamente integrato nel nostro tessuto sociale e abbia qualche familiarità con la nostra cultura e il propugnare il modello assimilazionista mi sembra che francamente ci sia un’abisso…
    Infine mi rendo conto che le mie idee politiche in materia di immigrazione e cittadinanza non siano molto in linea con quelle popagandate in questo sito, ma penso comunque di avere il diritto di esprimerle, tra l’altro io ho sempre guardato con simpatia i riformatori liberali e Della Vedova del quale condivido le posizioni laiche e quelle in materia economica.

    P.S. definire poi “becero” un sistema di integrazione che non si condivide mi sembra poi esagerato, irrispettoso e piuttosto “finiano”, nel senso che è tipico da parte di molti finiani definire le posizioni politiche diverse dalle loro “becere” e “rozze”, tralasciando il fatto che magari quelle stesse posizioni le sostenevano pure loro non più di 1-2 anni fa, prima delle ultime elezioni politiche.

  10. Bravo Claudio. Non si tratta di assimilazionismo, si tratta di confronto costruttivo affidato ad un meccanismo serio, efficace ed efficente che conduca a vivere concordemente una valorialità condivisa, senza la quale non v’è società civile. E poi, ripeto, la “becera” Francia e la “non so cosa” Inghilterra dimostrano ad abundantiam le nostre affermazioni. Ancora il famigerato Quattordicesimo Emendamento sembrerebbe aver trovato solo ora, con l’elezione di Obama, a decine e decine di anni di distanza dalla sua introduzione nella struttura costituzionale statunitense, il suggello della definitiva applicazione sostanziale. Sembrerebbe ma…Chi conosce gli States sa come il concetto di cittadinanza al di là dei doveri reali e dei diritti reali che ciò comporta e consegue sia del tutto avulso ed astratto dalla connotazione culturale. E’ il melting pot il cui sobbollire “mai non resta” come la dantesca bolgia. E’ quella situazione che ha creato svariati States, non Stati federali ma situazioni sociali e culturali e civili diversissimi fra loro e sostanzialmente immiscibili fra di loro, per la qual cosa, oggi, sarebbe meglio parlare di razzialità e culture federate piuttosto che di unità federale di stati territoriali. E causa non secondaria di ciò è la pessima qualità del meccanismo di formazione pubblico. China Towns e quartieri latini, ghetti negri e riserve native in nulla e per nulla dialogano fra loro anche se magari territorialmente contigui o mescolati. E le incessanti, diuturne esplosioni di violenza della bande giovanili(etniche) e delle consorterie organizzate (etniche), quando i territori abbiano demarcazioni labili, come il caso della capitale federale, lo dimostrano pienamente In intere zone degli Stati del Sud la vera lingua corrente non è più l’inglese versione americana ma il castigliano versione latino americana. E chi guarda alle sue radici in Oriente, cinesi e vietnamiti per tutti, le esalta e non le deprime. Chi è portatore, infatti, di memorie e culture antiche non le baratta per nulla e men che meno per un pugno di voti in più. Becera è solo la demagogia, anche se paludata di begli ariosi concetti filosofici o sociologici. E dispiace profondamente se menti brillanti e tendenzialmente libere si lascino irretire da simili panie.

  11. Simone Colombo ha detto:

    Visione alta del problema, complimenti all’autrice

  12. Maralai ha detto:

    secondo me il problema non è difficile come lo si vuole presentare; è reso difficile e complesso dal modo come è stato proposto. è stato semplicemente un errore strategico di Fini, un vero atto di supponenza politica, che voleva strafare su un tema caro alla sinistra italiana per mettere in difficoltà berlusconi e la Lega. che difatti sono stati messi al ludibrio “razzistico” dalla stampa di sinistra, odiosamente ostile a Berlusconi. Fini ha commesso una scorrettezza imperdonabile politicamente, in quanto doveva necessariamente investire gli alleati del problema tenendo conto del momento anche inopportuno, con il governo c.d. amico oggettivamente impegnato in un terreno “minato” ad introdurre una nuova e più rigorosa disciplina sull’immigrazione clandestina. Io penso che per diventare italiani sia sufficiente in primis la nascita in Italia; o che l’immigrato sia riuscito a nutrirsi di pane e legalità per almeno 5 anni, e la sua famiglia paghi regolarmente le tasse. Si potrebbe osservare: ma la fedina penale? la conoscenza della cost.? del c.p.? rispondo: se si cacciassero fuori dagli italici confini chi non è all’altezza di queste risposte, l’Italia si svuoterebbe in diverse parti del suo territorio e molti posti vuoti resterebbero persino in parlamento e nei consigli regionali, provinciali e comunali. Il problema a questo punto non tanto quello dell’integrazione degli immigrati, ma della “reintegrazione” di Fini nel Pdl.
    Maralai
    (mario nanni)

  13. Maralai ha detto:

    con il consenso dell’autrice del post nei prossimi giorni pubblicherò nel mio blog la sua riflessione sul delicato tema dell’integrazione degli immigrati in Italia
    Maralai
    (marionanni)
    http://www.maralai.ilcannocchiale.it

  14. Maralai ha detto:

    visto che ci siamo un complimentone a questo sito. dal momento che ho espresso nel mio blog riserve critiche sull’atteggiamento di Fini spesso inopportunamente ostili al premier Berlusconi, che ho reputato disastroso al Pdl, il mio link (Maralai) è sparito dal box “blog attivi” del sito “Libertiamo”. Coincidenze? Ho anche segnalato l'”anomalia” a Benedetto della Vedova, senza ottenere alcuna risposta. Sapere di un’atto di censura deliberata, sarebbe, per un liberale di pensiero e d’impegno politico una grossissima soddisfazione.
    M

  15. Marco Faraci ha detto:

    Sono in disaccordo con la posizione di Rosita e sono un convinto difensore dello jus sanguinis.
    Proprio perché ritengo che l’immigrazione diverrà nei prossimi anni un fenomeno inevitabilmente più significativo e – se correttamente inquadrata – in larga misura positivo, ritengo che si debba separare in modo netto il concetto di immigrazione intesa come residenza legale in un paese con quello di cittadinanza inteso come accesso ai processi di decisione politica.
    Io in questo momento sono in vacanza in un albergo, dove risiedo legalmente (pago), ma non per questo decido come deve essere gestito l’albergo. E se mi nascesse un figlio nella camera di albergo, questo non farebbe di lui il coproprietario della struttura.
    Ugualmente, come amo ricordare, se fai il maggiordomo nella casa di un milionario non acquisisci per questo i diritti delle persone di famiglia, neppure alla seconda generazione.
    Penso inoltre che il concetto di cittadinanza (e conseguentemente il diritto di voto) vada per molti versi demitizzato e non credo che debba essere necessariamente un obiettivo per una persona. In fondo non si vota all’interno delle famiglie, non si vota al proprio posto di lavoro, non si vota (in senso tradizionale) in qualità di utenti e di consumatori. I rapporti di mercato si fondano sulla libera interazione e sui diritti di proprietà, non sul concetto di voto.
    Incidentalmente lo jus soli comporta effetti collaterali molto pesanti. Se il bambino nato in Italia diventa automaticamente itaaliano che ne è dei genitori? Inevitabilmente far nascere un figlio in Italia diverrebbe per molti immigrati una testa di ponte per accedere a tutti una serie di diritti sociali dai quali altrimenti sarebbero esclusi.
    Questo vorrebbe dire passare in pochi da anni da un’immigrazione positiva fatta soprattutto di gente produttiva ad un’immigrazione fatta di ragazze madri sul welfare, secondo un paradigma che si è già ampiamnete verificato in altri paesi.
    Dal mio punto di vista, in definitiva, la via maestra è quella della riconferma dello jus sanguinis e di un indurimento dei criteri per la naturalizzazione.

  16. @Marco Faraci. Sono assolutamente d’accordo. la Sua è una visione – se vogliamo cruda – ma in tutto e per tutto realistica. Guarda ella alla realtà per quella che è e non per quella che vorremmo potesse essere. Ma è difficile far ragionare anche menti brillanti – e mi riferisco al Piercamillo falasca – quando sono fisse su visioni utopiche le quali, in nulla e per nulla, hanno titolo a definirsi “liberali”. Lo dimostra il termine “becero” che Lui usa quando non sa replicare a dovere.
    Una economia sana e cosciente sa esattamente quando e come e perché immettere forza lavoro a qualifica adeguata nel giuoco della domanda e dell’offerta del mercato specifico ed è il mercato, temperato dalle regole che la Comunità si dà liberamente, a governare i fenomeni economici non il sogno di una notte di mezza estate. La storia assassina e folle del Novecento dimostra quanto e come le utopie (illiberali) possano fare danni incommensurabili.
    La primogenitura non la si baratta per un piatto di lenticchie e la cittadinanza neppure. E non si trasforma la propria casa in un ricettacolo di ogni esigenza altrui, solo per seguire i propri fantasmi interiori.

  17. Francesco Violi ha detto:

    Per prima cosa vorrei spezzare una lancia a favore di Rosita e Piercamillo (anche se non hanno di certo bisogno della mia difesa). La proposta di introdurre una forma di Ius Soli nel nostro paese cerca di dare una soluzione ad un problema effettivo, che sarebbe stupido continuare a negare.
    Oggi siamo in una situazione nella quale ci sono persone, che esprimono la volontà di essere pienamente italiani e non possono esserlo. Altrove, ci sono realtà nella quale comunità intere tendono ad isolarsi sotto l’ombrello di un largo stato sociale e non partecipano alla vita pubblica, pur avendone la possibilità. Per cui credo che forse dovremmo percorrere altre strade invece che fossilizzarci sulla dicotomia Ius Soli/Ius Sanguinis. Credo che dovremmo creare un nuovo sistema, nel quale vengano progressivamente favoriti quegli immigrati che decidono di essere italiani e non ridotti alla frustrazione di vedere respinte le loro richieste, allo stesso modo di come coloro che vengono qui per lavorare senza integrarsi.
    @ Claudio: mi sembra eccessivo definire utopia illiberale la proposta di introdurre lo Ius Soli anche in Italia.
    @ Marco: non voglio sembrare saccente, le mie sono soltanto proposte figlie del mio intuito e della mia fantasia. Permettimi di dire che l’esempio dell’hotel mi sembra più che fuori luogo. Intanto perché gli immigrati non sono turisti ma sono gente che vengono qui con altri scopi. Se quindi una persona abita in un hotel, per mantenerci sul tuo esempio, allora ha il dovere di pagare solo una tariffa, non anche le tasse sull’attività e i vari oneri e spese di manutenzione. Qualora venga coinvolto anche nell’attività di impresa, o diventa dipendente oppure diventa socio. Qualora decida di diventare socio, allora ha anch’esso diritto a dire la sua in assemblea e ad esprimere il suo voto.
    Si cita la storia, allora credo che si dovrebbe ricordare che i romani erano maestri nel creare gradi di cittadinanza. Non esito a dire che i nuovi immigrati che decidono di essere italiani ed europei e che esprimono la volontà di essere anch’essi parte della nazione, abbiano diritto a veder riconosciuto per se e per i propri figli lo ius soli.

  18. Claudio ha detto:

    @Francesco Violi: Ma infatti gli immigrati che vogliono essere italiani possono benissimo diventarlo, dopo 10 anni di regolare presenza sul nostro territorio…
    Comunque pur essendo decisamente contrario allo ius soli non ho mai scritto (nè pensato) che sia un’utopia illiberale.

  19. Francesco Violi ha detto:

    Le chiedo scusa infatti, ho esagerato io con l’uso delle parole.
    Il punto a cui volevo arrivare è questo. Non sono forse eccessivi 10 anni ? E’ il caso di mantere un limite uguale per tutti ? Ci sono persone che meriterebbe di essere cittadini italiani dopo solo un anno e altre che ne dovrebbero impiegare forse anche più di dieci. Non sarebbe il caso di introdurre uno “spettro” anche su questo?

  20. Maralai ha detto:

    vorrei soggiungere un’altra considerazione; che in ogni caso la cittadinanza non dovrà essere un adempimento automatico a prescindere dalla permanenza in Italia. dovrà essere fatta richiesta, accettazione e rinuncia alla cittadinanza del Paese d’origine.
    M

  21. Claudio ha detto:

    @Francesco Violi: Indubbiamente è vero che non tutte le persone sono uguali, e così come ci sono immigrati che in Italia si integrano dopo solo 2 anni di permanenza, ce ne sono altri che non solo non si integrano nemmeno dopo dieci, ma probabilmente non si integreranno mai (perchè in fondo non lo desiderano), tuttavia non vedo come si possa risolvere questo problema dimezzando i tempi per l’ottenimento della cittadinanza ed introducendo lo ius soli…
    In ogni caso, tenendo conto di come non sia affatto semplice verificare l’effettiva integrazione di uno straniero, mi sembra sia inevitabile (come accade del resto in tutto il mondo) prevedere un periodo di tempo medio prima di avviare l’iter per la concessione della cittadinanza (che secondo me dovrebbe prevedere una serie di esami linguistici e culturali).
    In alternativa, si potrebbero prevedere tempi differenti in base all’etnia e alla nazionalità dell’immigrato, del resto mi sembra ovvio che un europeo dell’est od un sudamericano essendo più vicini a noi dal punto di vista culturale, linguistico ed in buona parte dei casi anche religioso siano mediamente destinati ad integrarsi più facilmente (e quindi in minor tempo) nel nostro tessuto sociale piuttosto di un magrebino di religione islamica, tuttavia ho paura che una proposta simile scatenerebbe le ire ed accuse di razzismo/fascismo/nazismo dei soliti benpensanti che il razzismo lo vedono ovunque.

    P.S. Ho letto gli ultimi post, probabilmente più che esagerare con l’uso delle parole mi sa che devi aver scambiato utente, è stato pier carlo de cesaris a parlare di utopia illiberale, non io.

  22. Marco Faraci ha detto:

    @Francesco
    Certo che credo che si debba poter diventare “soci” di un paese. Quello che penso, tuttavia, è che serva un percorso apposito e che sia controproducente invece istituire automatismi.

  23. Francesco Violi ha detto:

    @Claudio. Hai ragione, L’ho confuso con Pier Carlo. Mi scusi.

  24. @ Claudio e Francesco Violi e Marco Faraci.
    Inizio dalla nota di Marco Faraci che condivido, opinione, per altro che ho cercato di articolare riferendomi in dettaglio alla esperienza storica più interessante e cogente allo scopo, quella dell’Imperium Romanum che annega nell’indistinto e nell’incapacità di dare contenuto concreto e coinvolgente al concetto generalizzato di cittadinanza. Ho continuato esprimendo il concetto di fondo anch’esso, della impossibilità a definire una cittadinanza senza il meccanismo formativo cogente che porti l’idea a fatto vivente nella coscienza e nella prassi civile di ciascuno, cioè della scuola. E la scuola italiana grazie al dissennato destrutturarla degli ultimi decenni in combutta fra marxisti e cattolici è inane, a dir poco.
    Continuo con gli altri due gentili interlocutori.
    La storia del secolo breve ed assassino, il ventesimo, dimostra ad abundantiam come e perché le utopie siano per loro stessa natura illiberali: sono totalizzanti ed escludenti e, in base a diritti autoassegnati, divini o civili che siano, non discutono, affermano apoditticamente. Così le religioni rivelate – e sarebbe “rivelatore” andare a calcolare, sia pure a spanne, i disastri ed i danni incommensurabili che hanno inflitto all’umanità con la loro illiberalità – così le “religioni” civili gli “ismi” di vario genere e colore, hanno trattato l’altro da sé come una roba immonda da eliminare e non come un portatore di pari dignità col quale è interessante il confronto proprio ai fini della propria personale crescita. I roghi degli eretici fanno il paio con i pogrom degli ebrei in Russia, l’aggressività islamica cosiddetta fondamentalista (che interpreta alla lettera la Scrittura)fa il paio con gli stalag ed i campi di sterminio. Non vado oltre. Fare un moloch del percorso automatizzato e accorciato nei tempi che fa di un estraneo al tessuto civile e culturale del mio Paese, un estraneo alla mia vita ed alla mia storia, alle mie passioni ed ai miei difetti un portatore di pari diritti il cui voto può influire sulla gestione della vita mia e della mia famiglia e di tutti senza che ciò comporti una adesione ai valori fondanti del nostro stare insieme organizzati è una utopia. Come tale è illiberale.
    In una società si entra perché i suoi valori fondanti, il suo modello di business, lo si ritiene portatore di vantaggi ed utili, ma lo si fa solo conoscendoli a fondo e soppesandoli in ogni minimo dettaglio.

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