– La discussione sulla cittadinanza, in corso alla Camera dei Deputati, è un’occasione da non sprecare per il futuro del Paese. La sostanziale conferma dello status quo (il testo a prima firma Bertolini, sul quale si sviluppa per il momento il lavoro parlamentare) rischia purtroppo di rimandare sine die la soluzione di un problema che avrà dimensioni sempre più grandi negli anni a venire. L’Italia avrebbe invece bisogno di un vero e proprio Quattordicesimo Emendamento.

Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”( “All persons born or naturalized in the United States, and subject to the jurisdiction thereof, are citizens of the United States and of the State wherein they reside”). Così recita il primo comma del Quattordicesimo emendamento grazie al quale venne introdotta nella Costituzione americana una concezione ampia e universale di citizenship. Ma non è stato sempre così.

Fino al 1868, l’anno dell’approvazione dei cosiddetti Reconstruction Amendments (le modifiche costituzionali di “pacificazione”, dopo la guerra civile), il riconoscimento della cittadinanza aveva un connotato anzitutto razziale, basato sull’astrusa classificazione giuridica della “bianchezza” (whiteness), che per decenni costrinse le corti statunitensi a tentativi goffi di tracciare confini oggettivi tra razza bianca e razza nera, o tra razza bianca e nativi.

Il riconoscimento della cittadinanza ai maschi neri (per le donne si dovette aspettare ancora, ma questo è un altro argomento) e ai naturalizzati rappresentò un profondo punto di rottura nella storia americana: da diritto di proprietà ereditabile ma inevitabilmente non acquistabile, la cittadinanza diveniva un traguardo raggiungibile, una scelta individuale, un futuro per i proprio figli. La patria americana smetteva di essere una mera questione di sangue: il figlio dell’ultimo degli schiavi di colore o del disperato giunto sulle coste dell’America per trovare lavoro, se nato su suolo americano, sarebbe stato cittadino. Come è noto, l’affermazione dello ius soli non pose immediatamente fine alle politiche razziali di alcuni Stati e non esaurì in un colpo solo i problemi della cittadinanza. Ma la sua costituzionalizzazione rappresentò un “germe” che avrebbe poi inesorabilmente e positivamente contaminato il futuro della società americana: l’emendamento fu la leva grazie alla quale, a metà del ventesimo secolo, la Corte Suprema smantellò la segregazione razziale (famoso il caso Brown v. Board of Education, del 1954); e ancora prima, era stato l’appiglio costituzionale grazie al quale nel 1898 vennero riconosciuti come cittadini i bambini nati sul suolo americano, ma figli di cittadini di altri paesi, (questi ultimi, infatti, a differenza dei discendenti degli schiavi neri, erano soggetti ad altra giurisdizione e fino alla sentenza di fine secolo questo elemento era stato ritenuto ostativo). Ancora oggi, è il Quattordicesimo Emendamento il terreno dello scontro su cui Democratici e Repubblicani dibattono sul riconoscimento della cittadinanza ai figli dei clandestini nati sul territorio USA.

E allora: cosa vorrebbe dire dotare l’Italia di un suo Quattordicesimo Emendamento? Significherebbe stabilire un tracciato, o se vogliamo porre le fondamenta solide su cui costruire, anno dopo anno, decennio dopo decennio, il concetto di cittadinanza nel nostro Paese. Un concetto che presumibilmente continuerà a cambiare significato con ogni generazione, in parte a svuotarsi di contenuti, in pare a caricarsi di altri. Ma qualunque sia il senso che lo status di cittadino avrà negli anni, difficilmente si sfuggirà alla “potenza” dello ius soli. Un criterio non discrezionale, e quindi liberale. Una traduzione del principio di uguaglianza delle opportunità.

Insomma, possiamo discutere a lungo su quanti anni di residenza siano necessari affinché un immigrato possa chiedere ed ottenere la cittadinanza, o quali prove debba superare il candidato cittadino, ma difficilmente potremo sfuggire alla domanda par excellence: vogliamo o no che nell’Italia di domani sia cittadino italiano chi, figlio di persone che hanno scelto il nostro paese per costruire il proprio benessere, nasce in Italia? Ecco che la questione si pone in tutta la sua ruvida concretezza: se non vogliamo che la cittadinanza sia il movente di una profonda e duratura guerra civile della quotidianità, non potremo sfuggire a lungo al principio dello ius soli.