Il Natale è tradizione. Certo. E’ panettone e comunione. E’ il bambinello e l’alberello. E’, in termini culturali, una sorta di origine della specie, che dovremmo tenere presente, per sapere da dove siamo venuti, visto che non sappiamo dove stiamo andando. E’ il confine della nostra identità e il segno della nostra differenza, cui dovremmo aggrapparci per poterci riconoscere e cui dovremmo obbedire, almeno nel suo contenuto morale, come ad una “verità naturale”, perché in qualcosa dobbiamo pure credere… o no?

Questa idea occidentalistica del Natale e della fede, che in Italia va per la maggiore tra i “politici cristiani”, pare a molti di noi profani, non atei e non devoti, contrastare con lo spirito di una fede universalistica, di una cattolicità che per essere tale non può essere “identitaria”, né rispecchiare i confini geografici, culturali e politici dei continenti e delle nazioni.

A una discussione sul Natale che sembra una parodia di “Natale in casa Cupiello” (“Te piace ‘o presepe?? No, nun me piace”), preferiremmo una riflessione sulla forza di inculturazione della fede cristiana, sulla sua capacità di trovare in ogni civiltà e in ogni storia i “semi” che lo Spirito può fecondare, per realizzare la piena cattolicità della Chiesa e adempiere compiutamente il messaggio del Vangelo, che elegge tutti gli uomini e tutti i popoli ad un cammino di salvezza.

Oggi, centinaia di milioni di persone celebreranno con la Natività lo scandalo e non la “normalità” della fede in un Dio straniero alla cultura e alla memoria dei padri. Una fede di pura libertà e quindi, senza imbarazzi né riserve politiche, apertamente proselitistica. Una fede, che sfida il sospetto, e spesso affronta la violenza e la persecuzione. Una fede così sfrontatamente fiduciosa e umanistica da infondere un senso di irresistibile buonumore.

Se oggi le nuove vocazioni sgorgano dall’Asia e dall’Africa, dove il cristianesimo è impegno pastorale, testimonianza missionaria e dissidenza civile, ma non “tradizione” e meno che mai “potere”, perché dovremmo festeggiare il Natale all’insegna del campanilismo culturale e non di questa allegra e spericolata libertà religiosa?