E’ Natale anche dove il cristianesimo non è ‘tradizione’

Il Natale è tradizione. Certo. E’ panettone e comunione. E’ il bambinello e l’alberello. E’, in termini culturali, una sorta di origine della specie, che dovremmo tenere presente, per sapere da dove siamo venuti, visto che non sappiamo dove stiamo andando. E’ il confine della nostra identità e il segno della nostra differenza, cui dovremmo aggrapparci per poterci riconoscere e cui dovremmo obbedire, almeno nel suo contenuto morale, come ad una “verità naturale”, perché in qualcosa dobbiamo pure credere… o no?

Questa idea occidentalistica del Natale e della fede, che in Italia va per la maggiore tra i “politici cristiani”, pare a molti di noi profani, non atei e non devoti, contrastare con lo spirito di una fede universalistica, di una cattolicità che per essere tale non può essere “identitaria”, né rispecchiare i confini geografici, culturali e politici dei continenti e delle nazioni.

A una discussione sul Natale che sembra una parodia di “Natale in casa Cupiello” (“Te piace ‘o presepe?? No, nun me piace”), preferiremmo una riflessione sulla forza di inculturazione della fede cristiana, sulla sua capacità di trovare in ogni civiltà e in ogni storia i “semi” che lo Spirito può fecondare, per realizzare la piena cattolicità della Chiesa e adempiere compiutamente il messaggio del Vangelo, che elegge tutti gli uomini e tutti i popoli ad un cammino di salvezza.

Oggi, centinaia di milioni di persone celebreranno con la Natività lo scandalo e non la “normalità” della fede in un Dio straniero alla cultura e alla memoria dei padri. Una fede di pura libertà e quindi, senza imbarazzi né riserve politiche, apertamente proselitistica. Una fede, che sfida il sospetto, e spesso affronta la violenza e la persecuzione. Una fede così sfrontatamente fiduciosa e umanistica da infondere un senso di irresistibile buonumore.

Se oggi le nuove vocazioni sgorgano dall’Asia e dall’Africa, dove il cristianesimo è impegno pastorale, testimonianza missionaria e dissidenza civile, ma non “tradizione” e meno che mai “potere”, perché dovremmo festeggiare il Natale all’insegna del campanilismo culturale e non di questa allegra e spericolata libertà religiosa?


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “E’ Natale anche dove il cristianesimo non è ‘tradizione’”

  1. Alessandro Cascone ha detto:

    in qualcosa dobbiamo pure credere… o no?

    certo, ma nell’uomo non fuori dall’uomo, e forse potremmo cominciare ad incamminarci verso un progresso culturale e sociale con tutti gli annessi e connessi che si addicono ad una società definita civile e progredita

  2. Giampaolo Mercanzin ha detto:

    Sorpresa: I cinesi che gestiscono un’attività commerciale dalle mie parti, hanno addobbato il loro esercizio con i festoni di natale!!!!
    Commercio direte voi. No, rispetto. Loro sono buddisti. Noi, con le nostre fisime, l’avremmo fatto nei loro confronti?????

  3. SIC TRANSIT GLORIA MUNDI! ;-)
    Bell’articolo, comunque, Carmelo, tutto sommato! A proposito: Buon Natale, anche se in ritardo… :-)

  4. elenasofia ha detto:

    Secondo me, avrebbe dovuto tenere in maggiore considerazione gli elementi non strettamente cristiani che rendono il Natale una festa assimilabile anche dai non-occidentali, e cioè le preesistenti e tutt’oggi perduranti TRADIZIONI

    ROMANA:
    dei Saturnalia, con lo scambio di doni e statuine, e con festeggiamenti, banchetti e giochi –
    e del culto del Dio Mitra di cui si celebrava la nascita il 25 dicembre, detto il Dies Natalis … giorno del solstizio d’inverno –

    CELTICO-NORDICA:
    della misteriosa figura del Babbo Natale che porta i regali ai bambini con la sua slitta trainata dalle renne/alci, e dell’ albero di Natale addobbato….

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