– Nella discussione sul cosiddetto “processo breve”, la polemica sulla legge ad personam ha finito per travolgere  qualunque considerazione di carattere tecnico e politico sul contenuto normativo del disegno di legge oggi all’esame del Senato. In questa analisi di Giuseppe Naimo, che pubblichiamo tra oggi e domani, sono esaminati in parallelo il cd. disegno di legge Gasparri e quello Brutti e altri, presentato dal Pd nella scorsa legislatura, che con la proposta del Pdl sul processo breve presenta più di un’analogia.  Parte prima. (Qui la parte seconda)

Rimarrà certo nell’immaginario collettivo la scena che ha visto il Capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro, lanciare contro il muro il disegno di legge ormai noto come “processo breve”, visto da quasi tutti i commentatori come gesto di estrema indignazione avverso il testo.Mi permetto di andare controcorrente, individuando possibili cause alternative al “lancio di testo”: la rabbia e l’imbarazzo.

Infatti, pur con le notevoli diversità che di seguito si andranno ad esaminare, il meccanismo delineato nel DDL Gasparri è identico al meccanismo delineato nel DDL 878/06, primo firmatario il Senatore Brutti, presentato al Senato – tra gli altri – proprio dalla Senatrice Finocchiaro: una sanzione processuale (prescrizione o estinzione del procedimento, a seconda del DDL preso in esame) che incide sulla punibilità.

Può quindi ragionevolmente ritenersi che la presentatrice, anche per l’indubbia competenza giuridica che possiede, abbia immediatamente colto l’analogia, e si sia resa conto delle difficoltà cui tale dato l’avrebbe esposta: ecco perché ritengo che il lancio del documento non sia derivato da indignazione. Pare quindi perlomeno singolare che il PD, per bocca del suo neo segretario Bersani, dichiari in radice irricevibile la proposta: la genesi del meccanismo è merito (colpa?) loro.

Ciò detto, veniamo ad esaminare le misure contenute nel DDL Gasparri, in parallelo col DDL Brutti – Finocchiaro.

Innanzi tutto, bisogna rilevare che, per la prima volta si tenta di introdurre una misura che, dettata in materia processuale, incide sulla punibilità, estinguendo il reato.

Ora, in entrambi i casi, ed in disparte la confusione terminologica (il DDL Gasparri prevede la pronuncia di non luogo a procedere per “per estinzione del processo”, il DDL Brutti prevede l’identica pronuncia per “prescrizione del processo”), non è chiaro perché si affidi ad un istituto processuale (l’estinzione o prescrizione del processo) il raggiungimento di un fine sostanziale (l’estinzione della punibilità del soggetto processato).

In realtà, quindi, e nella sostanza, il regime dettato nella normativa in esame, andrebbe a affiancarsi, (per i soli reati con  pena edittale inferiore ai 10 anni, ed escluse alcune tipologie di delitti e tutte le contravvenzioni, nel DDL Gasparri; a tutti  i reati, anche  quelli“sostanzialmente” imprescrittibili  -art. 157, u.c., c.p. – per il DDL Brutti), alla disciplina dettata dagli artt. 157 ss. c.p., e quindi a tale istituto va paragonato quello in esame.

Già qui alcuni problemi: per il tramite del nuovo art. 346 bis c.p.p., nel nostro ordinamento verrebbe introdotto un sistema di prescrizione processuale parallelo a quello sostanziale, che di fatto abbrevia oltre ogni ragionevole aspettativa il termine prescrizionale di alcuni reati, addirittura anche quelli sostanzialmente non prescrittibili (nella formulazione Brutti): a tal proposito, è bene precisare che il limite dei dieci anni previsto dal DDL Gasparri deve essere calcolato in maniera autonoma per il reato consumato e per quello tentato, guardando soltanto alla pena detentiva, anche se sia prevista congiuntamente o alternativamente anche quella pecuniaria.

Giusto per fare un esempio, il  reato di cui al c. 1 dell’art. 319 ter c.p. (corruzione in atti giudiziari) può – con la nuova norma, in entrambe le formulazioni – prescriversi anche in due anni (ove non venga pronunciata la sentenza di 1° grado – art. 346 bis, c.1, lett. a) DDL Gasparri; ove non vengano svolte le attività indicate alle lettere a) b) e c) dell’art. 346 bis DDL Brutti), mentre il reato di furto in abitazione (art. 624 bis c.p.), punito con pena edittale inferiore sia nel minimo che nel massimo alla fattispecie in precedenza esaminata, continua a scontare, nel DDL Gasparri, il normale regime prescrizionale “sostanziale”.

Quanto poi alle contravvenzioni, nel DDL Gasparri la confusione è massima: poiché la contravvenzione è punita con l’arresto (e non con la reclusione), l’art. 346 bis non si applicherebbe; ma l’art. 2, c.5, del medesimo DDL parla di “delitti”,  tra i quali le contravvenzioni non sono naturalmente ricomprese, con la sola esclusione di quelle previste in materia di immigrazione dal d.lgs. n. 286/98 (art. 2, c.5, lettera n).

Per cui si danno due possibilità.

O tutte le contravvenzioni sono escluse (e quindi l’esclusione specifica delle contravvenzioni in materia di immigrazione è mera superfetazione), ma ciò non si concilia con l’assenza di allarme sociale di molte di esse, e con il regime sanzionatorio più attenuato previsto per le stesse, anche se questa esclusione pare coerentemente discendere dalla previsione dell’introdotto c art. 346-bis c.p.p., che stabilisce che l’estinzione scatti per “processi per i quali la pena edittale determinata ai sensi dell’articolo 157 del codice penale è inferiore nel massimo ai dieci anni di reclusione” (si precisa, in proposito, che la reclusione è pena che si applica solo ai delitti e non alle contravvenzioni).

Oppure dal campo di applicazione dell’art. 346-bis sono escluse solo le contravvenzioni specificamente indicate, cioè quelle previste dal testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione, ed allora non si apprezza la differenza fondata solo sull’allarme sociale (peraltro, già espressamente escluso dal Legislatore, che ha punito tali contravvenzioni solo con l’ammenda ed ha previsto la competenza a giudicarle del Giudice di Pace), e non su gravità e tipologia della pena irrogabile.

Tali differenze paiono esporre il DDL Gasparri a censura di incostituzionalità per irragionevolezza e disparità di trattamento di situazioni uguali, ex art. 3 Cost.

E ciò senza considerare un profilo di enorme rilievo, comune ad entrambi di disegni di legge: con un comunicato sulla GU n. 271 del 20-11-2009 il Ministero degli Esteri ha reso noto che a seguito dell’emanazione della legge di autorizzazione alla ratifica del 3 agosto 2009, n. 116, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 188 del 14 agosto 2009, si è provveduto a depositare, in data 5 ottobre 2009, lo strumento di ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, che è ufficialmente entrata in vigore il 4 novembre scorso.

Tale Convenzione, all’art. 29, impegna gli Stati sottoscrittori a “ fissare un lungo termine di prescrizione entro il quale i procedimenti possono essere avviati per uno dei reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione e fissa un termine più lungo o sospende la prescrizione quando il presunto autore del reato si è sottratto alla giustizia”: il provvedimento in questione, in entrambe le formulazioni, pare evidentemente divergere dagli impegni assunti con l’adesione a tale Convenzione.

A parte l’analogia sopra indicata, i due disegni divergono invece in modo notevole nell’articolazione e nella fissazione dei termini: molto più brevi e netti quelli fissati dal DDL Gasparri; più articolati ed ampi quelli delineati dal DDL Brutti, che contiene, tra l’altro, un meccanismo di “recupero” nelle fasi successive del processo dei termini eventualmente non completamente decorsi nelle fasi precedenti.

A proposito dei termini previsti, deve segnalarsi come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nell’applicare l’art. della C.E.D.U. (cui dichiarano di ispirarsi i disegni di legge in commento), abbia sempre ritenuto – proprio in relazione all’Italia – che una durata del giudizio di primo grado di tre anni sia ragionevole: il termine fissato dal DDL Gasparri per il primo grado, quindi, comprime addirittura il termine ritenuto ragionevole!