– In anticipo sulla scadenza, dopo due mesi di trattative, praticamente senza dover ricorrere a scioperi, altri 200mila lavoratori dell’industria chimica e farmaceutica vanno ad aggiungersi ai metalmeccanici, agli alimentaristi, ai cartai e ai dipendenti dell’industria delle telecomunicazioni che, da settembre ad oggi, hanno varcato il traguardo del rinnovo contrattuale, con reciproca soddisfazione di ambedue le parti e nonostante le grandi difficoltà del mondo dell’impresa e dell’economia nel corso del 2009.

Eppure, all’inizio, le tre federazioni di categoria non avevano trovato l’intesa su di una piattaforma comune. Ciò non ha impedito di lavorare insieme alla ricerca di un accordo comune. I primi a riflettere su questa situazione dovrebbero essere i metalmeccanici iscritti alla Fiom-Cgil.

La stagione dei rinnovi nazionali – riguardante centinaia di migliaia di lavoratori – è caratterizzata, infatti, da un clima di insolita normalità che stride violentemente con la conflittualità esasperata di cui si è resa protagonista la Fiom, soprattutto nelle aree territoriali dove essa è in grado di mettere in campo una presenza politica ed organizzativa di rilievo. In sostanza, è la realtà concreta delle relazioni industriali, per come si stanno evolvendo alla luce dell’accordo di riforma del 22 gennaio scorso, a dimostrare l’eccezionalità del caso dei metalmeccanici.

La Fiom non è stata oggetto di alcuna discriminazione. E’ stato il suo gruppo dirigente a ricercare, puntigliosamente ed irresponsabilmente, l’auto-esclusione da quel contesto di rapporti che la gran parte delle federazioni consorelle della Cgil hanno giudicato non solo condivisibile, ma pure utile e vantaggioso per i lavoratori con riferimento ai contenuti economici e normativi. Certo, tutte le organizzazioni – che oggi hanno sottoscritto patti di rinnovo – si sono confrontate con problemi molto seri, perché i dispareri tra Cisl, Uil e Ugl, da un lato, e Cgil, dall’altro, hanno condizionato inevitabilmente la loro linea di condotta e quella delle istanze categoriali della Confindustria. Eppure il miracolo è riuscito. Divise sulle regole del gioco – tracciate nell’accodo quadro di gennaio – le federazioni di categoria sono state in grado di trovare quelle soluzioni “diplomatiche” che consentivano a ciascuna di esse di non smentire la posizione della propria confederazione. E non si è trattato di qualche caso particolare, ma di una prassi pressoché generale.

Nessuno – quando si consumò l’ultimo strappo della Cgil – avrebbe scommesso sugli esiti attuali. Era diffuso il timore di un nuovo autunno caldo, connotato da un’esasperata conflittualità tra le organizzazioni sindacali, prima di tutto. La cronaca ha smentito tale previsione: a rimanere in una posizione d’intransigenza – sempre più parolaia ed impotente –   sono la Fiom e la Funzione pubblica, unicamente in nome di calcoli di bassa cucina congressuale. Intanto, anche la possibilità di rinnovare i contratti, in un momento di grave crisi, “fa la differenza” tra il nostro ed altri Paesi: ciò significa che il sistema delle imprese nutre fiducia nella ripresa. La medesima fiducia ha il Governo, che, nella legge di bilancio, ha riconfermato il ri-finanziamento della detassazione delle voci retributive erogate in azienda, in cambio di una maggiore produttività.