Il furto di Auschwitz: una “breve in cronaca”

Fortunatamente è stata ritrovata. La celebre targa con la scritta “Arbeit macht frei”che sovrasta il cancello del campo di sterminio di Auschwitz era stata rubata all’alba di venerdì scorso da cinque individui che sono stati arrestati dalla polizia polacca.
Non sappiamo se il furto fosse stato ispirato da una matrice politica, ideologica o antisemita. Molto probabilmente, a quanto sembra, i cinque balordi hanno agito per conto di un collezionista. Un povero idiota mosso dal desiderio di trascorrere il resto dei suoi giorni in adorazione della reliquia custodita in cantina.

Il furto aveva suscitato reazioni di sdegno: il primo ministro polacco, il presidente israeliano Shimon Perez, il leader storico di Solidarnosc, Lech Walesa hanno gridato il loro stupore e la loro rabbia. La direzione del museo di Auschwitz-Birkenau aveva offerto una ricompensa di 100mila zloty, equivalenti a circa 25mila euro, per chi avesse fornito informazioni utili a ritrovare l’insegna (). Tra le tante reazioni, il noncurante silenzio dell’Europa ricorda il rumore dei fiocchi di neve che in questa stagione ricoprono la campagna di Oswiecim (Auschwitz in polacco) .
Eppure, chi ha visitato quel luogo, chi ha transitato sotto quell’insegna, ha potuto rendersi conto di come l’Olocausto non sia solo il simbolo del martirio del popolo ebraico, ma sia forse l’unico vero simbolo di un’Europa unita e libera.
Auschwitz è un nome che mette i brividi, non lo si riesce a pronunciare con indifferenza. E’ la nostra Statua della Libertà. Nessun altro luogo in Europa, neanche il muro di Berlino, ha la stessa forza evocativa. Perché quella scritta, “il lavoro rende liberi”, rappresenta in sé tutta la stupidità, l’orrore e la bestialità del totalitarismo, e perché attraverso quel cancello, lungo quelle rotaie, attraverso il fumo di quei camini è passata la redenzione degli uomini e delle donne del nostro continente-nazione.

Eppure, dagli uffici della nostra stanca e inoperosa burocracija europea nessuno ha ritenuto che fosse necessario far sentire la propria voce. Nessuno dei nostri leaders rientrati dalla passerella di Copenhagen ha lanciato un grido di dolore. I cittadini europei non si sono soffermati a guardare le news davanti ai negozi di televisori, nei bar e nei pub, e gli stessi notiziari del nostro continente hanno relegato la notizia fra le “curiosità”.
Ma un’Europa che lascia al solo popolo ebraico la difesa della memoria dell’Olocausto è un Europa indifferente a se stessa. Un’Europa inutile, incapace di riconoscersi e quindi anche di “pensarsi” al futuro.

Quanto si è polemizzato negli scorsi anni sulle radici comuni dell’Europa, e sulla loro natura giudaica, greca, romana, cristiana, umanista, illuminista… E quanto si discute sulle diverse simbologie politico-religiose (dalla croce ai minareti) che segnano la topografia geografica e civile del continente e i suoi cambiamenti. La ricerca e la difesa dell’identità come DNA, come fatto “genetico”, hanno tradito il senso della storia europea del secondo dopoguerra, e di una costruzione, quella dell’Unione, che non era affatto inscritta nei “geni” della cultura politica del continente, ma ne rappresentava un esito imprevedibile e inaspettato. Un esito reso possibile proprio da Auschwitz e dall’estremo sacrificio della ragione e dell’umanità, sull’altare dell’odio, del fanatismo e della barbarie morale che l’Europa serbava da secoli dentro di sé.
La pace europea e l’unità del continente sono nati dalla guerra e dalla massima divisione dell’Europa e i cittadini europei hanno cominciato il loro cammino di uomini liberi tra le ceneri dei campi di sterminio. Ebbene, l’immenso monumento dell’Olocausto rappresenta l’emblema di questo processo di espiazione e di purificazione. Per questo credo che la gente d’Europa non potrà mai rivendicare con dignità le proprie radici se non si sente ferita al cuore dalla profanazione del cancello di Auschwitz.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

2 Responses to “Il furto di Auschwitz: una “breve in cronaca””

  1. Luca Cesana ha detto:

    direi che non servono commenti

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