Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare

– La rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, pubblicata dall’Istat lo scorso 17 dicembre, ha evidenziato che nel terzo trimestre il numero di occupati si è ridotto su base annua di 508.000 unità, il 2,2 per cento, con un calo destagionalizzato dello 0,5 per cento sul secondo trimestre. In occasione della pubblicazione dei dati trimestrali, Istat ha rivisto anche la stima mensile del dato di disoccupazione, portandola dall’8 all’8,2 per cento. Come spesso accade ad ogni pubblicazione di questo dato, abbiamo assistito all’abituale rincorsa alla dichiarazione da parte di ministri ed esponenti della maggioranza, per i quali il tasso di disoccupazione italiano sarebbe conferma della migliore condizione della nostra economia rispetto a quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. Una lettura più attenta del comunicato Istat, oltre che della serie storica relativa alle forze di lavoro avrebbe evitato manifestazioni di autocompiacimento che sono in larga misura fuori luogo.

Il dato mostra, in primo luogo, una riduzione annuale dell’offerta di lavoro, pari a 222.000 unità, lo 0,9 per cento in meno. Istat osserva inoltre:

«Peraltro, la crescita più contenuta della disoccupazione in rapporto alla caduta dell’occupazione si accompagna ancora una volta ad un incremento dell’inattività (+2,7 per cento, pari a +392.000 unità), dovuto all’attesa dei risultati di passate azioni di ricerca, alla mancata ricerca del lavoro delle donne per motivi familiari e al ritardato ingresso dei giovani nel mercato del lavoro»

Analizziamo i due quozienti di riferimento utilizzati da Istat per monitorare l’evoluzione del mercato del lavoro: tasso di attività e tasso di occupazione. Il primo indica l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa della somma di occupati e persone che stanno attivamente cercando un’occupazione. Il tasso di occupazione indica invece l’incidenza sul totale della popolazione in età lavorativa di quanti stanno effettivamente lavorando. Il tasso di attività è in calo, come sopra riportato, per effetto di un aumento degli inattivi, ed è passato da un picco triennale del 63,5 all’attuale 62,1 per cento.

Quando la forza-lavoro si restringe, a parità di ogni altra condizione il tasso di disoccupazione tende a crescere meno. Semplificando, e per meglio comprendere il concetto, se il tasso di attività fosse rimasto al 63,5 per cento, e le persone che hanno ingrossato le fila degli inattivi avessero invece continuato a cercare attivamente lavoro, oggi il tasso di disoccupazione italiano sarebbe ampiamente superiore al 9 per cento.

Non conosciamo i motivi dell’aumento di inattività. Potrebbe derivare dal fenomeno dello scoraggiamento, per cui dopo un certo periodo passato in infruttuosa ricerca di occupazione, le persone smettono di cercare. Oppure potrebbe derivare dal fatto che la crisi tende ad alimentare l’economia sommersa ed informale. Entro dati limiti verosimilmente l’aumento dell’inattività deriva dalla presenza di una rete di protezione familiare. Come che sia, e premettendo che il tasso di disoccupazione è indicatore inadatto, se preso da solo, per fotografare la reale situazione del mercato del lavoro, non esiste alcuna motivazione razionale per continuare ad affermare che la situazione italiana sul piano occupazionale è migliore di quella di altri paesi. Dal dato del terzo trimestre emerge infatti come la perdita di occupazione, dopo aver interessato nel recente passato l’occupazione precaria, stia ora colpendo il lavoro a tempo indeterminato, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Senza contare, ancora, che molti degli interventi in regime di cassa integrazione straordinaria sono effettuati su aziende destinate a non sopravvivere alla congiuntura, e quindi con l’effetto di occultamento di ulteriori quote di disoccupazione.

La considerazione politica che deriva da questi dati economici è piuttosto immediata. Non esiste una “via italiana” alla gestione della crisi, tale da assegnare un primato positivo al nostro paese nei confronti internazionali. Né esiste una gestione di eccellenza della crisi occupazionale da parte del nostro governo, che si è invece mosso “al margine” di un quadro esistente di strumenti a sostegno, con interventi incrementali a cui qualsiasi soggetto dotato di buon senso avrebbe fatto ricorso. Resta, per contro, un quadro congiunturale estremamente fragile, con il concreto rischio di una jobless recovery, che sarebbe grave per un paese che ha un rapporto debito-Pil al 120 per cento.

Occorre prepararsi alla ripresa, promuovendo riforme che rilancino la crescita potenziale: riformare il mercato del lavoro superandone il dualismo, ad esempio introducendo quello che impropriamente viene definito il “contratto unico”, con un livello crescente di protezione dell’occupato, disegnando al contempo un sistema di ammortizzatori sociali universalistico, come recentemente richiesto (o meglio, reiterato) dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Liberalizzare i mercati, il sistema di trasporti, le professioni, il commercio, tutto quello che può servire ad innalzare la crescita di lungo periodo. Tutto il resto sono espedienti dialettici di un paese impegnato a costruirsi alibi e nemici.


5 Responses to “Dal mercato del lavoro cattive notizie. Sbagliato minimizzare”

  1. mauro ha detto:

    47% dei cittadini italiani produce il 94% delle entrate fiscali dello Stato. Queste sono dinamiche che non possono funzionare. Non possiamo continuare ad aumentare il carico di chi tira il carretto. Questa è la base del nostro ragionamento e per cui è indispensabile, urgente e irrimandabile una riforma fiscale: deve tornare ad essere conveniente lavorare. Prestazioni devono convenire e chi lavora deve permettersi di più di chi non lavora, altrimenti non vi è giustizia sociale.
    Per chiunque in Europa, in Italia deve esserci la differenza fra chi la mattina si alza e lavora e chi rimane a letto. Se non vi è più alcuna differenza fra chi si alza e chi resta a dormire è chiaro che chiunque resta a dormire. La ragazza madre che lavora alla cassa del supermercato che si da da fare per lei e per la sua piccola famiglia deve avere maggiori possibilità e un migliore tenore di vita rispetto alla possibilità di essere nelle liste di disoccupazione e magari fa un paio di ore in nero. Ci deve essere una differenza se un apprendista fa gli straordinari in officina, oppure no, se è diligente oppure no, arriva a casa un paio di ore più tardi oppure no, anche per lui il maggior sforzo deve valerne la pena. Non è più tollerabile che a causa della progressione fiscale un lavoratore che si dedica, si applica è diligente si trovi in busta paga con un 200,00 € di più che vengono totalmente fagocitate dal sistema fiscale. Vogliamo uscire dalla crisi: dobbiamo essere più prestanti, più efficienti. Se vogliamo introdurre una maggiore efficienza nel sistema economico dobbiamo introdurre un sistema fiscale che riconosca e premi l’efficienza. Dobbiamo reintrodurre la meritocrazia. Chi più fa più guadagna. Proponiamo un immediata defiscalizzazione delle famiglie. Un assurdo del nostro sistema fiscale è che per un figlio si hanno minori deduzioni che non per un adulto. Qui si nasconde l’assurda logica del sistema fiscale. Si ritiene che un bambino costi meno di un adulto. Ma basta guardarsi intorno per accorgersi che proprio nella fase dell’educazione, dell’istruzione i figli richiedono il maggior sforzo economico e che si spende molto di più che per un adulto. Noi proponiamo quindi che una famiglia di 4 persone abbia una franchigia di 50.000,00 € e solo al superamento di tale valore paghi all’erario per la maggior somma un 19% di imposte. Questa è la politica fiscale più equa e sociale che l’Italia-Europa possa introdurre. Molto più equa e sociale di qualsiasi bandiera rossa il primo maggio.
    I partiti, tutti, di destra, di sinistra, di centro sia centristi che autonomisti ci dicono che non è possibile una simile riforma fiscale; un sistema semplice ed affidabile non è possibile. Non possiamo permettercelo. Noi libertari diciamo non possiamo più permetterci di non introdurre un simile sistema fiscale

  2. goldrake ha detto:

    Modernizzare l’Italia. Bella idea. Però dovrete passare sul cadavere dei sindacalisti. A contraddirvi però ecco la candidatura della “socialista” Polverini nel Lazio. Socialista? Forse sarebbe meglio dire pseudo comunista.

  3. Anche questa volta mi tropo piacevolmente d’accordo con l’Autore. Tenderei a pensare che la motivazione sia un mix di scoraggiamento e di rifugio nelle spire dell’economia sommersa vuoi per sollecitazione dell’imprenditore che per l’offerta del lavoratore. Il quadro di jobless recovery si appalesa sempre di più nei suoi contenuti reali di dirompente potenziale di ingovernabilità ferme restando le strutture e le normazioni. Draghi ha molte ragioni ed andrebbe ascoltato di più e meglio.Purtuttavia mi chiedo come potrebbe essere possibile una svolta virtuosa se a doverla e poterla operare sono coloro che traggono dal quotidiano e solo dal quotidiano la loro ragion d’essere e di adoperarsi. Mi chiedo come sarebbe possibile attuarla senza disegnare ex novo tutto il nostro stare insieme organizzato e non solo questo o quel settore di esso.

  4. Luca Cesana ha detto:

    Mario, ti posto su Fb senza nemmeno leggerti
    so già che sono d’accordo:)

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