Diciamolo: l’accordo finale del vertice Onu di Copenhagen è meno ingannevole dell’ultima bozza circolata, quella che – in assenza di impegni concreti – fissava obiettivi irraggiungibili. Ieri pomeriggio, infatti, si era diffusa la notizia di un nuovo documento, secondo alcuni d’ispirazione europea: riduzione delle emissioni mondiali di CO2 del 50 per cento nel 2050 rispetto ai valori del 1990; i paesi industrializzati avrebbero dovuto contribuire all’obiettivo con un taglio dell’80 per cento, i paesi in via di sviluppo con riduzioni comprese tra il 15 ed il 30 per cento. Francamente, sarebbe stata una presa in giro di livello planetario, che avrebbe contribuito ad inquinare il dibattito dei prossimi anni tanto quanto, per certi versi, ha fatto fino ad oggi Kyoto con le sue rigidità.

Dal vertice danese emerge una verità incontrovertibile, che gli “ambientalisti scettici” sottolineavano da tempo: senza i nuovi Grandi (Cina, India e Brasile) non ci può essere una politica ambientale globale. E come la loro assenza ha contribuito a rendere inefficace il protocollo di Kyoto, così la loro indisponibilità a qualsivoglia accordo che ne freni o condizioni la crescita economica – che poi vuol dire uscita dal baratro della povertà di centinaia di milioni di persone – rappresenta oggi il dato sostanziale del fallimento del summit.

E’ suggestivo che siano stati gli ultimi “comunisti”, i leader cinesi ed il brasiliano Lula, ad affermare al mondo la più capitalista delle verità: la crescita economica non è e non può essere considerata nemica dell’ambiente. Se da questo assunto partiamo, allora scopriamo come anche dal vertice di Copenhagen potrà arrivare qualcosa di buono per il futuro del pianeta.

L’unico punto su cui c’è stata un’intesa vera, riguarda i contributi economici che le nazioni più ricche forniranno ai paesi in via di sviluppo per la ricerca, l’implementazione e la diffusione di nuove tecnologie più efficienti e meno inquinanti. Ogni euro o dollaro può contribuire a ridurre le emissioni di quei paesi molto di più di quanto potrebbe fare nel mondo avanzato, dove il comparto energetico è dotato di un’efficienza molto superiore agli impianti che alimentano oggi l’economia cinese, indiana, brasiliana o sudafricana. Il testo parla di 30 miliardi di dollari entro il 2012, mentre l’ultima bozza, di cui si diceva sopra, parlava di soli 10 miliardi.

A nostro giudizio, aver sostituito obiettivi immaginari con offerte concrete a chi davvero può contribuire a ridurre le emissioni, attraverso robusti investimenti in nuove tecnologie, è un passo avanti di cui dovremmo rallegrarci. Quelle ONG ambientaliste che oggi gridano allo scandalo, dovrebbero rivolgere la loro attenzione a queste cifre e non a quelle – un po’ immaginifiche – sulla riduzione dei gas serra da qui a quarant’anni. E’ su quanto davvero i governi investiranno in efficienza energetica e ricerca sulle fonti alternative che si giocherà il futuro. Come sottolinea spesso Bjorn Lomborg, direttore del Copenhagen Consensus Center, è necessario rendere il taglio delle emissioni più conveniente se vogliamo che paesi come la Cina e l’India s’impegnino a farlo.

Dopo Copenhagen, è bene che s’inizi a parlare di ambiente in modo pragmatico. L’ambientalismo militante abbandoni il più importante dei suoi fardelli: il pregiudizio contro il nucleare. Che piaccia o meno, l’opzione nucleare non potrà restare ancora ai margini della produzione energetica. Al pari del solare e dell’eolico, e molto di più del gas naturale e del carbone pulito, l’energia nucleare è una fonte pulita e sicura. Da migliorare e sviluppare con la ricerca, casomai, ma non da combattere.

Last but not least, se vogliamo che questi grandi paesi contribuiscano allo sforzo globale della riconversione energetica e alla tutela dell’ambiente, dobbiamo probabilmente accettare che, su altri tavoli, siano loro a spuntarla. Per quanto tempo, ad esempio, pensiamo ancora di poter tenere chiusi i nostri mercati ai prodotti agroalimentari brasiliani ed africani e continuare contemporaneamente a chiedere ai governi di questi paesi di tutelare le foreste?