“Il mio amico Eric” di Ken Loach: c’è posto in una favola per la violenza proletaria?

– “Il mio amico Eric” è un film leggero, una commedia con qualche tratto di favola; meno frontalmente e drammaticamente “impegnato” dei film più noti di Ken Loach.
Eppure, qualche traccia di ideologia marxista c’è anche qui. E compromette, a mio parere, lo spirito della favola.


Il film è occupato per un buon terzo dal ritratto di un personaggio; un ritratto di alta qualità descrittiva.
E’ un postino inglese, sui cinquant’anni, che vive ormai come per forza di inerzia.
E’ stato lasciato da sua moglie; abita con i due figli adottivi.
Vive per inerzia, non tanto perché sembra ormai aver rinunciato a trovarsi una nuova compagna, ma perché, pur essendo insoddisfatto della propria vita, non trova l’energia per migliorarla neppure minimamente.
Ad esempio, i suoi due figli – uno sui quattordici, l’altro sui diciotto anni – apertamente non lo rispettano: bivaccano con gli amici nelle loro camere, ubriacandosi, e trasformandole in dormitori maleodoranti. L’uomo sbraita contro di loro, ma come senza vigore. E i figli non lo ascoltano. Del resto, ai loro occhi il padre è un fallito. Così non gode di autorità, e nemmeno della stima necessaria a suscitare la minima confidenza. Lo trattano come un estraneo rompiscatole.

Se l’uomo si è lasciato andare, c’è una ragione precisa. Nutre un grande rimpianto: tanti anni prima, a vent’anni, aveva abbandonato la ragazza che amava e che aspettava un figlio da lui, spaventato dalla responsabilità di mettere su famiglia.
E ora, oppresso dal senso di colpa, non ha il coraggio di avvicinarla e di dirle che la ama ancora, anche se non desidererebbe altro.
E’ un ritratto, ripeto, di alta qualità, per verità psicologica; e perché alla psicologia corrisponde l’aspetto fisico del personaggio: sempre trascurato; dallo sguardo opaco; e con qualcosa di fragile e di spossato nella corporatura e nel  modo di muoversi.

Anche la seconda parte del film è notevole. L’uomo segue i consigli di un manuale di psicologia, che gli legge un collega. Il consiglio è dialogare immaginariamente con un eroe di sua scelta, che sappia dargli qualche buon consiglio per raddrizzare la sua vita. E l’eroe, nel suo caso, è un campione di calcio: Eric Cantona, campione del Manchester United.
(Il protagonista è un tifoso accanito. Soltanto allo stadio con i colleghi ritrova una scintilla di energia giovanile ).
I duetti fra il postino e Cantona sono molto belli. Quando Cantona, surrealisticamente, sembra materializzarsi in carne ed ossa nella sua camera, il postino, passata la meraviglia, riversa sul suo idolo tutto l’entusiasmo del fan; ma ha anche le arrabbiature improvvise, senza alcuna timidezza, di chi sa che, alla fine, sta soltanto parlando fra sé e sé. (Arrabbiature dovute alla filosofia un po’ a buon mercato del calciatore; e anche al fatto che i suoi consigli lo spingono a prendere decisioni di fronte alle quali aveva recalcitrato per anni).
Come in una favola, nella quale gli ostacoli e i contrattempi della vita reale sono alleggeriti, i consigli di Cantona funzionano, e la vita del postino ricomincia a marciare.

Le favole, si sa, fanno sorridere e mettono di buon umore. E per quanto mi riguarda, avrei voluto che il registro della favola, una volta scelto, fosse mantenuto dal film fino alla conclusione.
Ma Ken Loach non si è dimenticato di essere un regista “impegnato”. E io sarò l’ultimo a condannare artisticamente i film per la loro ideologia, qualunque essa sia. Ma in questo caso, l’ideologia produce stonature.
Se ne era avuta una spia già nella prima parte del film. I rapporti dei colleghi del lavoro con il protagonista non erano forse troppo solidali? Non era un po’ incredibile che tutti facessero a gara per aiutarlo? Questo ambiente di lavoratori, di lavoratori a basso reddito, così caldo, così positivo, senza ombre, non ricorda un po’, ad esempio, quello di “Riff raff”, un film peraltro bello di Loach di qualche anno fa, ma che tesseva anche un elogio di tono propagandistico della classe operaia?
Ma si dirà: “Il mio amico Eric” è una favola, e in una favola i buoni sono molto buoni e i cattivi sono molto cattivi.

D’accordo. Ma consideriamo la terza parte del film. Il figlio del postino ha un grosso problema. E’ succube di un malvivente psicopatico, che lo sta mettendo nei guai con la giustizia.
Ecco allora che i colleghi, mascherati e armati di mazze da baseball, vanno a trovare il malvivente: che, guarda caso, non è povero come loro, ma abita in un bel villino residenziale. Gli spaccano i vetri e la cristalleria di casa. E quando è mezzo nudo, gli spruzzano addosso della vernice rossa. E minacciano di divulgare su Youtube la sua pubblica umiliazione, se continuerà a infastidire il figlio del collega.
Certo non gli rompono la faccia. Ma la loro azione, nonviolenta non la si può decisamente definire. Il film la racconta come una simpatica beffa. Ma la violenza è violenza. E se l’autore sembra assolverla perché è una violenza giusta, “sana”, virile e anche proletaria, ci fa ricadere dalla favola in un’aspra realtà, dove sembra vigere la massima di Brecht: “Solo violenza aiuta dove violenza regna”.

Non potevano i postini rivolgersi alla polizia, far valere la legge?
E’ un’ipotesi che è presa in considerazione, ma scartata subito. Nei confronti della legge e della polizia, Ken Loach nutre forse un’antica diffidenza.
La morale del film è in una delle immagini conclusive: il postino e il suo alter-ego calciatore, si congedano l’uno dall’altro con il pugno chiuso.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

3 Responses to ““Il mio amico Eric” di Ken Loach: c’è posto in una favola per la violenza proletaria?”

  1. Piercamillo Falasca ha detto:

    Io dico che la violenza ha un valore poetico da sempre, al contrario della non violenza che è una scelta della ragione (ed in quanto tale è meno poetica…)

  2. Gianfranco Cercone ha detto:

    Se è proprio così, speriamo che si crei o si rafforzi una poesia della nonviolenza, perché la nonviolenza diventi una scelta anche del cuore!

  3. ste ha detto:

    Ma qui si tratta di legittima difesa. E’ facile chiedere non-violenza al povero e sopraffatto, che già le piglia!
    Qui è anche metaforico.
    Mi pare interessante il finale che mostra come il mutuo appoggio e la socializzazione possano aiutare a superare i più gravi problemi.

    L’amico Cantona, è la spinta interiore a non lascirsi andare e lottare. E’ quasi un richiamo ad una divinità umana e imperfetta che dà consigli senza pretese assolutistiche, per l’appunto un amico. Più che Marx ci vedo molti tratti libertari e attenzione per gli ‘ultimi'(come del resto in molti altri film es. Terra e Libertà).
    La inutilità della polizia è una tesi libertaria.
    Non c’è necessità della polizia, perchè la sopraffazione non ha giustificazione e deve essere eliminata. Cio può e deve essere fatto dagli stessi oppressi, non delegato ad istituzioni che applicano poi la giustizia a loro modo.

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