Perchè noi liberali non siamo ‘di sinistra’ sui temi civili

– I liberali, con la loro coerente difesa delle libertà individuali in tutti gli ambiti della vita economica e sociale, tendono a sfuggire alle tradizionali categorie della politica ed a scombinare ordini concettuali scontati e preconfezionati. Proprio per questa ragione è abbastanza comune la tentazione di ricondurre il pensiero liberale a schemi più familiari e collaudati, operando le semplificazioni e le interpolazioni del caso. In questo senso di frequente si sente affermare che i liberali sono “di destra sui temi economici e di sinistra sui temi civili”. E’ opinione di chi scrive che questo sintetico assunto abbia arrecato negli anni notevoli danni ai liberali, generando spiacevoli equivoci e compromettendo la possibilità di comprendere le diverse implicazioni delle loro idee. E’ sbagliato pensare che i liberali debbano essere “di sinistra sui temi civili”, perché su questi argomenti – come su qualsiasi altra questione – i liberali sono per il diritto soggettivo alla scelta, cosa che è ben diversa dall’essere di sinistra. Alcune delle proposte liberali sui temi civili possono indubbiamente apparire “di sinistra”, nel senso che ci si può in linea di principio aspettare che siano condivise dalla sinistra politica, come alcune questioni che attengono alla sfera più intima (l’orientamento sessuale, le scelte riproduttive o l’eutanasia).

Al tempo stesso, su basi liberali, si possono affermare anche molte idee che stridono con le classiche posizioni progressiste. Una delle questioni più paradigmatiche da questo punto di vista è quella della “non discriminazione”: se un liberale difende un principio di neutralità dello Stato rispetto ai suoi cittadini, non necessariamente sottoscrive un sistema sociale in cui ai privati sia negata la possibilità di discriminare, cioè di selezionare i propri rapporti sociali ed economici sulla base di criteri personali, magari anche ampiamente discutibili.
Discriminare significa operare delle scelte. Ed ogni scelta è sempre necessariamente inclusione nei confronti di alcuni ed esclusione nei confronti di altri. Le ragioni che ci conducono a determinate scelte, quelle di avere a che fare o non avere a che fare con qualcuno, sono evidentemente soggettive. Possono essere più o meno sagge, possono essere giudicate come economicamente inefficienti sulla base di considerazioni macroeconomiche, possono essere infine considerate “sbagliate” secondo la morale in vigore in un certo periodo. Ma quello che è certo è che tali scelte devono essere considerate insindacabili, nel momento in cui si collocano nella sfera della libertà di ciascuno. Se decidiamo di non comprare più la carne dal nostro macellaio abituale può essere per un ampio ventaglio di possibili ragioni. Perché abbiamo deciso di diventare vegetariani, perché abbiamo trovato un macellaio con carne migliore o a prezzi migliori, perché in un altro negozio a servire c’è una bella ragazza, perché il nostro macellaio ultimamente sta diventando maleducato, perché è interista, perché si è fatto un piercing al naso, perché tutto sommato ha la pelle troppo scura. Sono fatti nostri.

Il recente dibattito sull’omofobia, ad esempio, ha bene evidenziato i possibili termini della questione. Se a destra si continua a rifiutare che la famiglia tradizionale possa essere messa a tutti gli effetti in concorrenza con patti di convivenza alternativi, a sinistra si pretende molto spesso di mettere in clandestinità qualsiasi giudizio negativo sull’orientamento omosessuale.
In realtà il pieno diritto dell’omosessuale di esprimere le proprie scelte sessuali dovrebbe poter pienamente convivere con il diritto di altri di non gradire tali scelte, e di manifestare conseguentemente in forme non violente il proprio punto di vista. Non è ammissibile, da una prospettiva di vista liberale, pensare di neutralizzare per legge le preferenze culturali delle persone, perché questo rappresenterebbe un’evidente aggressione alla libertà di opinione e di associazione.
Per questo occorre difendere – per le stesse identiche ragioni – il diritto dell’omosessuale ad esternare la propria sessualità ed il diritto dell’omofobo ad esternare la propria contrarietà allo stile di vita omosessuale.
Il liberale non deve temere di creare scandalo tra i “conservatori” sostenendo magari la possibilità dell’adozione per le coppie omosessuali e allo stesso tempo di creare scandalo tra i “progressisti” battendosi contro qualsiasi ipotesi di introduzione del “reato di omofobia”.
Del resto è persino paradossale che lo Stato da un lato vieti alle coppie gay il diritto di sposarsi e di crescere bambini – relegandole esso stesso quindi in una condizione di minorità morale – dall’altro pretenda di punire “discriminazioni” (anche presunte) quando sono messe in atto da soggetti privati.

L’elaborazione liberale e libertaria ha saputo produrre sul tema dell’egualitarismo argomentazioni robuste contro molti capisaldi dell’agenda politica progressista, come quote, azioni positive, integrazione forzata e leggi anti-discriminazione.
Intellettuali laissez-faire come Wendy McElroy o Thomas Sowell hanno fornito contributi importanti al dibattito sostenendo come l’emancipazione delle donne e delle minoranze etniche debba passare attraverso le dinamiche di mercato – che peraltro si sono dimostrate straordinariamente efficienti in tal senso – e mettendo in guardia invece contro l’invadenza normativa e la tentazione di forzare la mano imponendo soluzioni politiche “a tavolino”.
Tali soluzioni sono da rigettare perché limitano la possibilità degli individui di rapportarsi liberamente, entrando nel merito delle decisioni economiche di soggetti privati e sottoponendo tali decisioni ad un vaglio di accettabilità politica, e perché si traducono inevitabilmente in una reverse discrimination istituzionalizzata nei confronti della cosiddette “classi privilegiate” (di volta in volta gli uomini, i bianchi, etc.).
Come scrive, in proposito, la McElroy “se ad un uomo viene negata l’assunzione o la promozione che merita in base ad un sistema di quote, questa non è giustizia, è vendetta – ed è sbagliato”.
Le sociologhe Cathy Young, Christina Hoff Sommers e Daphne Patai hanno speso negli ultimi anni molte pagine per evidenziare come questo tipo di politiche di genere contribuiscano peraltro ad avvelenare il clima tra i sessi creando in taluni ambienti un clima di caccia alle streghe “politicamente corretta” contro il maschio.
Un’importante conseguenza inintenzionale dell’approccio progressista – ben enfatizzata dal “nero” Sowell – è infine il rafforzamento di una cultura dell’eterno vittimismo e della dipendenza nelle “classi” che sono beneficiarie delle affirmative actions, una cultura che non contribuisce a favorire lo spirito d’iniziativa e l’obiettivo di una vera autosufficienza.

Fondamentalmente essere liberali vuol dire rifiutare la prospettiva costruttivista, cioè l’idea che si debba implementare attraverso mezzi politici una visione del mondo “giusta a priori”.
L’idea da rifiutare è che gli individui si debbano allineare per legge alla morale maggioritaria di una certa epoca. Questo deve valere sia quando la morale in questione sia quella bigotta e tradizionalista, sia quando la morale in questione sia quella progressista che si nutre di concetti quali il multiculturalismo e l’egualitarismo. Meglio invece che gli equilibri culturali emergano dal basso, come esito di una grande pluralità di interazioni libere tra gli individui. In effetti uno degli aspetti meno convincenti della visione di sinistra su certe questioni è l’ossessione per l’uniformità, per l’applicazione armonica e su larga scala di determinati principi di fratellanza ed uguaglianza, dove ogni deviazione rispetto alla visione ideale è considerata inevitabilmente una stortura da correggere.

Il liberale è per natura più scettico rispetto alle pretese della politica di creare società perfette e nei confronti di ogni progetto di ingegneria sociale. Preferisce di norma la varietà all’uniformità, le decisioni decentrate a quelle centralizzate, le soft laws alle hard laws.
Una società libera e non “pianificata”, del resto, sarà inevitabilmente una società fatta di regole e di decisioni disomogenee, a macchia di leopardo, determinate dagli attori coinvolti: ci saranno scompartimenti in cui si può fumare e scompartimenti anti-fumo, quartieri inclusivi e quartieri esclusivi, multietnica in certi luoghi e meno in altri, spiagge nudiste e quelle in cui è vietato il topless. Ci saranno posti in cui due gay potranno baciarsi in pubblico ed altri in cui sarà particolarmente sconveniente farlo.

Anche sul tema dell’immigrazione sarebbe sbagliato che i liberali non rivendicassero la propria originalità e la propria alterità rispetto all’elaborazione politica di sinistra.
Se la semplificazione populista e “cattivista” di alcuni ambienti di destra appare inadeguata a gestire ed a comprendere la complessità del fenomeno migratorio, la ricetta giusta non è nemmeno il “volemose bene” caro alla sinistra ed a larga parte del mondo cattolico.
La sfida che si presenta ai liberali è pertanto quella di prefigurare una terza via tra la xenofobia preconcetta e l’integrazione forzata, basata sul rispetto per gli immigrati che vengono in Italia per lavorare, ma al tempo stesso su una rigorosa difesa del concetto di proprietà privata e di libertà di associazione (inclusiva della libertà negativa di associazione).
In questo senso un mero rilassamento delle attuali politiche di immigrazione e di cittadinanza non appare una risposta soddisfacente: secondo Murray Rothbard, padre del moderno libertarianism, un liberalismo spinto alle sue estreme conseguenze non significa affatto “frontiere aperte”. Il modello di società “privatizzata” che ne conseguirebbe sarebbe “chiuso quanto gli specifici abitanti/proprietari lo desiderassero”.

Certo, noi non viviamo nel modello anarcocapitalista teorico prefigurato da Rothbard bensì in un sistema in cui una parte del territorio è posseduto dai privati, ma la maggior parte del territorio è pubblico. Tuttavia in questo contesto effettivo appare un po’ semplicistico pensare che le restrizioni all’accesso possano essere applicate solo alla parte privata, mentre la proprietà pubblica debba essere considerata una sorta di res nullius, pertanto aperta in linea di principio a qualsiasi immigrazione incontrollata.
E’ invece più ragionevole e pragmatico che gli abitanti di un certo paese esercitino una forma di controllo e di selezione su chi viene ammesso all’interno dei confini di quel paese e a maggior ragione su chi viene ammesso all’utilizzo dei “mezzi politici” (cioè alla possibilità attraverso il voto di influenzare la redistribuzione statale della ricchezza). Dal punto di vista utilitaristico l’immigrazione comporta indubbi vantaggi, tra cui la possibilità di disporre di una forza lavoro fresca ed ad un minor costo, ma va riconosciuto che essa comporta anche una serie di esternalità negative, in primo luogo in termini di sicurezza reale e percepita.

L’economista libertario Hans Hermann Hoppe propone un modello di gestione dell’immigrazione non privo di interesse e che di fatto prevede che chi invita un immigrato si faccia carico anche di una quota parte delle esternalità negative legate all’immigrazione.
Nel modello di “immigrazione su invito” prefigurato da Hoppe non esiste immigrazione completamente “non sollecitata”, ma ogni immigrato ha un referente nel paese ospitante (il datore di lavoro, un amico, un innamorato, etc.) che garantisce per lui, nel caso si renda responsabile di qualche danno. Questa garanzia potrebbe anche essere offerta stipulando un’assicurazione (referenze positive o cattiva reputazione personale, così come età ed altre condizioni sociali, avrebbero naturalmente un peso importante nella determinazione del premio assicurativo).

Il modello di Hoppe ha il merito di ricondurre l’immigrazione ad una dimensione contrattuale e volontaristica, basata sul rispetto dei diritti di proprietà: è solo all’interno di una simile cornice che un fenomeno così complesso può essere inquadrato e gestito senza che si generino conflitti, ostilità e illusioni “rivoluzionarie”. L’alternativa, infatti, è che l’immigrazione sia vissuta dai residenti italiani come aggressione e accaparramento e al tempo stesso che si legittimi nella popolazione immigrata l’idea di una via politica all’emancipazione sociale, più sbrigativa ed “efficiente” di quella basata sui meccanismi di mercato. Questa via politica deve rimanere chiusa, pena il sicuro prendere piede di logiche redistributive e neosocialiste.

Un aspetto su cui occorre riflettere è che, se deve essere riconosciuto un diritto assoluto all’emigrazione, questo non significa in modo automatico che sussista un diritto speculare all’immigrazione.
Insomma – al di là degli audaci accostamenti cari all’estrema sinistra – il muro di Berlino che serviva per non fare uscire chi era stato benedetto da un regime comunista ed il muro tra Stati Uniti e Messico costruito per limitare l’afflusso di clandestini sul suolo americano sono due cose radicalmente diverse.

Come nota Rothbard, le politiche di cittadinanza basate sullo jus sanguinis sono per molti versi più liberali di quelle basate sullo jus soli, in quanto maggiormente riproducono i meccanismi di trasferimento dei diritti e della proprietà che sussistono in ambito privatistico. La cittadinanza, quindi, non dovrebbe scaturire in modo automatico, dalla nascita o dalla semplice permanenza anche di lungo periodo in un certo luogo. Potrebbero semmai essere istituite commissioni ad hoc – elettive oppure nominate da organi elettivi (in modo che siano largamente rappresentative nella loro composizione) – con il potere di approvare le singole naturalizzazioni ad una maggioranza fortemente qualificata sulla base di un insieme di fattori, quali l’anzianità di permanenza in Italia, le tasse pagate, la conoscenza della lingua, delle leggi e della civiltà italiana ed il livello complessivo di adattamento alla società del nostro paese.
In altre parole, la cittadinanza dovrà essere il punto di arrivo del percorso di integrazione di un nuovo arrivato, non un passo (tanto meno il primo) di tale percorso.

Le questioni della (non-)discriminazione e dell’integrazione sono destinate nei prossimi anni ad assumere maggiore rilevanza, non solamente in virtù dell’evidente incremento del flusso migratorio, ma anche in virtù del graduale superamento in Italia delle tradizionali contrapposizioni di classe novecentesche (“lavoratori” contro “padroni”).
Insomma, come già da tempo avviene in un paese come gli USA – che non ha conosciuto se non minimamente la questione socialista tradizionale – anche in Italia la politica si farà sempre più anche su questi temi.
E’ per questo che i liberali non debbono farsi trovare impreparati e sono chiamati a produrre oggi una riflessione originale, coraggiosa e non subalterna, senza mai sentirsi frenati dal fatto che le loro posizioni possano suonare “di sinistra”, “di destra” o qualche volta persino un po’ “leghiste”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

18 Responses to “Perchè noi liberali non siamo ‘di sinistra’ sui temi civili”

  1. Stefano Iuretich ha detto:

    una serie di ragionamenti coraggiosa e approfondita! purtoppo le persone che riescono ad avere questo atteggiamento sono un’esigua minoranza (e non solo in Italia)… una politica seria ragionerebbe così, senza preconcetti ma valutando caso per caso la soluzione migliore. Discutendo, ma senza insultarsi in continuazione. Invece siamo prigionieri di atteggiamenti rozzi, ideologici o “politicamenti corretti”…

  2. Roberto Bolis ha detto:

    Nell’analisi, che condivido appieno, c’è un punto che, a mio avviso, va esplorato con attenzione. Nel sancire il diritto a discriminare per proprie ragioni si lascia spazio alla erronea deduzione che questo implichi il “diritto a sapere”.
    In altre parole se ho il diritto di discriminare a seconda di ciò che ritengo opportuno valutare allora ho il diritto ad avere le informazioni necessarie a tale valutazione.
    Ma questo è, a mio avviso, inaccettabile. Del resto non sarebbe diverso da quello che fecero i nazisti quando obbligarono gli esercizi tenuti da ebrei a scriverlo in vetrina “per permettere a chi non volesse comprare da loro di operare una libera scelta”.
    E’ un tema molto delicato questo e, se posso fare una critica a questo post, mi pare non sia stato trattato.

  3. marco ha detto:

    Ci sono argomentazioni valide e altre un po’ deboli (alcune non mi piacciono proprio).
    In generale non ci trovo nulla di male nel pensare di essere a destra su temi economici e a sinistra sui diritti civili. Non sono paranoiato dalla parola “sinistra”. In fondo non esiste una geografia del pensiero, sono solo “posizioni” che ci siamo inventati per amore dell’ordine mentale.
    Io penso, non “sto”.

  4. Domenico Monea ha detto:

    Non condivido questa chiusura:

    Insomma, come già da tempo avviene in un paese come gli USA – che non ha conosciuto se non minimamente la questione socialista tradizionale – anche in Italia la politica si farà sempre più anche su questi temi.

    In Italia la politica si fa ogni giorno più demagogica e slegata dai problemi reali e, vista la crisi all’orizzonte con possibile default, totale o parziale, di molte istituzioni sulle quali gli Italiani si affidavano(previdenza, sanità ecc), il rischio è che si arrivi ad un riflusso di quelle tematiche socialiste e dirigiste che hanno avvelenato il novecento.

    Esempio di questo è che proprio quegli americani che lei cita in questo passaggio si sono andati ad infilare felici e contenti in un baratro di una presidenza socialisteggiante anche se, per fortuna loro e nostra, hanno gli anticorpi forti contro chiunque voglia limitare la loro libertà e l’esperimento Obama dimostra già tutti i suoi limiti di fondo.

    Inoltre rimane la domanda di fondo: i liberali non sono di sinistra ma potranno mai essere di destra in uno scenario come quello italiano dominato da una classe politica dirigista che non vuole abdicare ad un briciolo del suo potere?

    Cosa ha portato ad esponenti liberisti come il prof. Martino o allo stesso ispiratore di questa testata una militanza ultradecennale nello schieramento di centrodestra? Soprattutto cosa ha portato al paese questa pattuglia liberista all’interno di un partito che è stato al governo complessivamente per più di 8 anni?

  5. leonardo signorini ha detto:

    interessante l’articolo di Marco( anche se pisano!)..a parte gli scherzi nutro dubbi che nelle assemblee elettive consigli comunali o per parlare della Toscana in assemblee come quella regionali vi è la voglia di parlare e vincolare certe scelte sull’immigrazione ai principi di Hoppe ..anche se il centrosinistra si è mosso con una propria proposta di legge approvata prima dell’estate..ho forti dubbi che nel PDl si affronti questi temi con un “profilo moderno”..basta vedere la questione della candidatura alle regionali della PDl toscana..in alto mare..con “risse”.. tra ex An e.. ex Fi!!

  6. assolutamente d’accordo; in fondo è molto semplice, ognuno mette al centro della propria valutazione un qualche “elemento”, per gli altri possono essere la divinità, il gruppo, la partia o che so io, per noi il centro è semplicemente l’individuo

  7. DM ha detto:

    Marco, colpito e affondato. Un manifesto liberale di pregio.

  8. m29768 ha detto:

    Condivido il concetto nella totalità dell’espressione, ma secondo me ci sono alcuni punti che forse necessitano di chiarimenti e uno tra tutti riguarda l’aspetto della discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. E’ corretto il principio di libero arbitrio e libertà di manifestare il proprio assenso-consenso o dissenso sullo stile o sulla condizione di vita degli omosessuali, ma dire che vige il diritto a manifestare un sentimento di omofobia, mi sembra che tale affermazione possa essere fuorviante . Innanzitutto va chiarito o andrebbe chiarito, il concetto proprio dell’omofobia che nell’accezione comune è riferito ad un comportamento irrazionale e pregiudizievole nei confronti degli omosessuali. In realtà tale definzione ha tre gruppi distintivi nei quali può essere esplicata: pregiudiziale, psicopatologica e discriminatoria. Ogni gruppo ha una sua spiegazione e come tale andrebbe spiegata per non generare incomprensioni nella lettura dell’articolo di cui parliamo.
    Ovviamente posso inquadrare in una forma di espressione del libero pensiero, non violento, l’espressione pregiudiziale omofoba, ma non posso accettare che si giustifichi una una forma psicopatologica o discriminatoria dell’omofobia e non vi si ponga rimedio con una legge che tuteli chi è vittima di tali atteggiamenti. E’ pur vero, ed è alla base delle motivazioni della bocciatura della legge antiomofobia (anche se tale spiegazione è stata usata, a mio giudizio, in maniera strumentale), che è difficile distinguere a quale delle tre categorie potrebbe essere afferibile un atteggiamento omofobo, ma credo che si possa pensare ad un concetto più aderente al rispetto dell’essere umano, sia omosessuale che eterosessuale, che una norma deve garantire.

  9. Marco Faraci ha detto:

    Innanzitutto grazie a tutti per i molti commenti.

    @Roberto
    Non sono d’accordo che il “diritto a scegliere” implichi il “diritto di sapere”. Mi sembra francamente forzato.
    Tutta la nostra vita è fatta di scelte eppure ogni scelta che prendiamo nella nostra vita la prendiamo in presenza di informazioni incomplete. Si cerca di fare la scelta che riteniamo migliore in relazione alle informazioni che abbiamo – e allo stesso modo legittimamente si cerca di dare all’esterno le informazioni migliori possibili su di noi, non necessariamente le più veritiere, in modo da renderci più “vendibili”.
    Chi ha mai detto “tutto” di sé in un colloquio di lavoro? O similmente chi ha mai detto “tutto” di sé al primo appuntamento con una ragazza?
    E’ ovvio che quella ragazza ha il diritto di scegliere se uscire con te o no, ma certo non può pensare di avere un “diritto legale” di estortercerti informazioni private finalizzate a facilitarla nella scelta.

    @m29768
    Chiaramente non ho dubbio alcuno che violenze, intimidazioni o molestie motivate da sentimenti omofobi debbano essere punite – anche se sono tra quelli che ritengono che non servano norme ad hoc, ma sono sufficienti le leggi generiche che puniscano questi atti in quanto tali. Eventualmente sono favorevole all’utilizzo dell’aggravante dei “futili motivi”.
    Sulla discriminazione in generale faccio un esempio. Supponiamo che io abbia un datore di lavoro e che abbia un dipendente che lavora a contatto con la gente che renda evidente un orientamento omosessuale oppure dubbi sull’identità di genere. E supponiamo che io ritenga che questo atteggiamento possa infastidire alcuni clienti e quindi pregiudicarmi il business. In tal caso ho o meno il diritto di prendere provvedimenti? E se lo faccio devo essere condannato per omofobia?
    Oppure la richiesta di non evidenziare la propria identità sessuale o di genere è altrettanto ragionevole e legittima quanto quella magari di essere gentili e sorridenti con il clienti oppure di vestire in maniera ordinata?

  10. Marco Faraci ha detto:

    @Roberto
    Scusa ho risposto troppo di fretta al tuo commento. Rileggendolo ho colto meglio che siamo d’accordissimo sul fatto che la deduzione “diritto di scelta”=>”diritto di sapere” è erronea.

  11. Luca Cesana ha detto:

    Marco, ovvia la mia condivisione.
    A mio parere la ragione dello slogan “i liberali sono di dx sulle politiche economiche e di sx sul diritti” trova la sua spiegazione nel continuo uso/abuso della ancronistica divisione destra-sinistra morta insieme alle idelogie che ne erano fondamenta.
    Certo anche noi continuiamo, volenti o nolenti, ad utilizzare questi termini per comodità e, in questo senso, non è poi così assurda la frase in oggetto. E’ un dato di fatto che, un nome a caso, Bush era tra virgolette molto più si sinistra di Obama in politica estera e molto più di destra sui temi civili. E, in questa logica, tutti noi, comunque radicali, siamo altro tanto da Bush quanto da Obama.

  12. Splendido articolo! I miei complimenti vivissimi all’autore! Chapeau.

  13. m29768 ha detto:

    credo che bisogna fare una precisazione sull’esempio che citi: innanzitutto va detto che “evidenziare” il proprio orientamento sessuale significa riferirsi a soggetti che estremizzano il loro vivere l’omosessualità e qui mi vengono in mente i cosiddetti “effemminati” il cui atteggiamento però potrebbe essere spontaneo, ma non sempre tale atteggiamento corrisponde ad un orientamento omosessuale, ma solo ad una formazione individuale viziata da presenze femminili nella fase di crescita. mi viene in mente anche un parallelismo sul quale vorrei tu mi rispondessi e cioè se ho un dipendente di colore e sapessi che la sua presenza infastidisse i miei clienti se lo licenzio sarei tacciato di razzismo? E

  14. m29768 ha detto:

    … per errore ho pubblicato senza aver finito il mio commento…
    dicevo:
    è chiaro che la discriminazione gioca su fattori psicologici non definiti, soggettivi e viziati da un contesto sociale mutevole, pertanto generalizzare non è ovviamente opportuno e se restiamo all’interno di un “gioco” di accondiscendenza aul “fastidio”, sull”accettazione” o sulla”tolleranza”, dobbiamo anche considerare reazioni favorevoli e contrarie ad ogni atteggiamento messo in atto.
    Perchè è vero che, ove fossi un imprenditore e avessi un dipendente in front office, mi porrei una serie di dubbi sui suoi atteggiamenti, ma se fosse gay in maniera eccessivamente manifesta e lo spostassi da quel lavoro, sarei sicuro di venire incontro alla clientela “infastidita” dalla sua presenza, ma altrettanto di non provocare una reazione opposta nella clientela che lo accetta e che vedrebbe nel mio atteggiamento una forma discriminatoria? Si potrebbero, appunto, avviare una serie infinita di azioni e reazioni e in tutti i casi si attiverebbe una forma di limitazione alla libertà individuale, sul cui valore mi sembra l’articolo ponga un’importanza fondamentale. Ovviamente l’esempio del negozio è solo esemplificativo, il punto è in effetti una forma di esasperazione da parte degli omosessuali che partono spesso da un loro pregiudizio di discriminazione e qundi reagiscono in modo anche eccessivo, ma anche degli eterosessuali che si sentono aggrediti da un pregiudizio omofobico spesso solo frutto di una non comprensione di dinamiche relazionali errate. In ogni caso è l’estremizzazione l’errore base da cui salvaguardarsi.

  15. Emiliano ha detto:

    “In realtà il pieno diritto dell’omosessuale di esprimere le proprie scelte sessuali dovrebbe poter pienamente convivere con il diritto di altri di non gradire tali scelte, e di manifestare conseguentemente in forme non violente il proprio punto di vista.”

    QUESTO ARTICOLO E’ VIZIATO DA ALCUNI FRAINTENDIMENTI. L’OMOSESSUALITA’ OVVERO LA SESSUALITA’ NON E’ UNA scelta. NESSUNO SCEGLIE LA PROPRIA SESSUALITA’. COME NESSUNO SCEGLIE IL COLORE DELLA PROPRIA PELLE.

    Per questo occorre difendere – per le stesse identiche ragioni – il diritto dell’omosessuale ad esternare la propria sessualità ed il diritto dell’omofobo ad esternare la propria contrarietà allo stile di vita omosessuale.

    ANCHE QUI, CHE SIGNIFICA ESTERNARE? LA CONTRARIETA’ E’ UN’ OPINIONE, LA SESSUALITA’ NON E’ UN’OPINIONE. SI STANNO CONFONDENDO I PIANI. ANCHE QUI SCELTA E CONDIZIONE VENGONO CONFUSI. E’ DIFFICILE RIUSCIRE A RAGIONARE QUANDO I TERMINI SONO COSI’ AMBIGUI. SE UNA DONNA LESBICA O UN UOMO GAY VANNO IN UN BAR PER INCONTRARE QUALCUNO, STANNO ESTERNANDO UNA SESSUALITA’ OPINABILE? PERCHE’ NON CHIUDERE I BAR GAY ALLORA? SI FINISCE NELL’APPARTHAID…ATTENZIONE. OPPURE PERCHE’ NON ARRESTARE DUE DONNE CHE SI BACIANO IN PUBBLICO? IN IRAN FUNZIONA COSI’, SIAMO MOLTO LONTANI DA QUALSIASI DI FORMA DI LIBERALISMO.

    Del resto è persino paradossale che lo Stato da un lato vieti alle coppie gay il diritto di sposarsi e di crescere bambini – relegandole esso stesso quindi in una condizione di minorità morale – dall’altro pretenda di punire “discriminazioni” (anche presunte) quando sono messe in atto da soggetti privati.

    E’ PARADOSSALE IN ITALIA, PERCHE’ SI VOGLIONO METTERE D’ACCORDO CLERICALI E DEMOCRATICI. COSA IMPOSSIBILE CHE GENERA CONTRADDIZIONI A IOSA. SE UN CITTADINO NON E’ DISCRIMINABILE PER MOTIVI DI RAZZA O RELIGIONE, LO DIVENTA PER MOTIVI LEGATI ALL’ORIENTAMENTO SESSUALE.
    QUESTO E’UN TEMA CENTRALE SU CUI RIFLETTERE PERCHE’METTE IN CRISI TUTTO IL SITEMA DI VALORI DEMOCRATICI.

  16. Marco Faraci ha detto:

    Emiliano,
    non entro nel merito della scelta/non scelta perché è una questione annosa e secondo me è politicamente irrilevante.

    Sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che due gay debbano avere la possibilità di stare insieme e tenersi una mano in un bar.
    Sinteticamente la differenza tra il mio punto di vista e il tuo è che per me la soluzione per sono “più bar” e non “più leggi”.

  17. iulbrinner ha detto:

    “Del resto è persino paradossale che lo Stato da un lato vieti alle coppie gay il diritto di sposarsi e di crescere bambini – relegandole esso stesso quindi in una condizione di minorità morale – dall’altro pretenda di punire “discriminazioni” (anche presunte) quando sono messe in atto da soggetti privati.”

    Sono d’accordo su gran parte delle tesi sostenute nell’articolo, tranne che per questo passaggio e per i correlati di senso che coinvolge. Io credo che lo Stato – il Legislatore, nel caso – non vieta alle coppie omosessuali alcun diritto al matrimonio ed alla crescita di bambini ma disconosce la validità di queste evenienze, l’ammissibilità sociale e, quindi, la sussistenza di un diritto coseguente, che è cosa completamente diversa dal “vietare”.

    Il “diritto soggettivo alla scelta”, in altri termini, è cosa ben diversa dal diritto oggettivo che lo Stato-comunità riconosce in sede pubblica. Non si dovrebbero confondere questi due ambiti, a mio modo di vedere.

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