Categorized | Il mondo e noi

Medvedev e Putin, good cop/bad cop

– Saranno anche cambiate molte cose a Mosca dai tempi dell’Unione Sovietica, ma non per questo è diventato più facile comprendere le dinamiche del potere all’interno del Cremlino.

La suscettibilità e l’ira nei confronti di chi, fuori dal palazzo, contesta le scelte di governo è quella di sempre: prigione o peggio per giornalisti troppo indipendenti, avvocati testardi, imprenditori arrembanti.

Come collocare allora la nonchalance con la quale Medvedev e Putin esibiscono la loro diversità? In democrazie parlamentari più stagionate, con una stampa vigorosa a soffiare sul fuoco, basterebbe molto meno per insinuare il dubbio sull’intesa tra Presidente e Primo Ministro. Nel tono e nella sostanza, per come difendono il proprio operato e rivendicano per il presente e per futuro le rispettive priorità, sembrano infatti voler prendere le distanze.

Medevedv, maestro dell’autocritica costruttiva, e fautore di una modernizzazione un po’ paternalistica e un po’ mercatista, non ha esitato a prendersela con le compagnie di stato – tutte legate alla catena di potere putiniano – e con l’eccessiva dipendenza dell’economia e dei bilanci pubblici dalle risorse naturali e dal prezzo del petrolio; ha bacchettato il partito ‘Russia Unita’, cui in teoria appartiene, per il modo in cui vince le elezioni (non sempre, diciamo, all’insegna della limpida correttezza democratica); ha deplorato le sentenze di assoluzione nel processo sul assassinio di Anna Politovskaya e ha ammesso che i giornalisti aggrediti ed uccisi dovevano essere meglio protetti dallo Stato.

Putin, guardiano di un patriottismo auto-assolutorio, anche quando deplora l’uccisione di Anna Politovskaya, non riesce a farlo senza sminuirne il ruolo; non ha difficoltà a definire il crollo dell’Impero sovietico come la peggiore tragedia geopolitica del 20° secolo, e anche a Stalin, ricordandone l’eredità, riconosce i dovuti meriti.

Insieme Medvedev e Putin offrono un’idea più plurale e un’immagine più rassicurante del gigante russo. Sembrano giocare al “poliziotto buono” e al “poliziotto cattivo”, che confondono e fiaccano la resistenza dei criminali alternando comportamenti opposti e imprevedibili. Oggi sono l’uno alla presidenza e l’altro a capo dell’esecutivo, domani probabilmente si ripresenteranno a ruoli invertiti, come era già avvenuto in passato. La loro intercambiabilità sostituisce il meccanismo dell’alternanza politica: come il Politburo sovietico prendeva decisioni solo all’unanimità, all’insegna di un consenso popolare monoclasse, la diversità orchestrata tra presidente e premier conferma il principio che il bene della Russia passa comunque per il non-dissenso interno.

E i risultati ci sono: l’allargamento Ue e Nato ad Est è stato rallentato; la Cecenia è ridotta a un buco nero della storia, del diritto e dell’umanità; il tracciato di gasdotti verso l’Unione Europea segna la capitolazione dei disegni atlantici e dei paesi “infedeli”; l’amministrazione USA ha rinunciato allo scudo missilistico e alle basi in Polonia e Repubblica Ceca; Abkazia e Ossezia del Sud sono divenuti due protettorati russi e a tutti va benissimo così.

Puntare troppo sulle divisioni tra Medvedev e Putin potrebbe essere azzardato. Con la pax americana di nuova generazione, è cambiata la musica. Il bushiano guardarsi negli occhi per capire con chi si aveva a che fare a Mosca ha fatto il suo tempo, che andava bene quando regnava la dottrina dell’attacco preventivo. Nell’era dell’obamiano “si parla con tutti, tanto più se non ci vado d’accordo”, bisogna restare sciolti, agili e meno prevenuti possibile, finchè l’altro è pronto a sedersi ad un tavolo. Se c’è un paese con il quale l’Europa imposta da sempre i rapporti giocando di sponda con l’America è la Russia.

Se gli Americani fanno proprio l’europeizzante soft-power del dialogo, il gioco di squadra passa per la capacità di giocare anche a ruoli invertiti. L’Europa aiutando se stessa aiuterà la Russia a diventare un paese normale. Le occasioni non mancano. Fare in modo che i paesi ex-satelliti diventino a loro volta paesi normali è un buon inizio. E la loro normalità passa dall’ammissione ai vari club che ne assicurano l’ancoraggio ad occidente (i paesi balcanici nella zona Euro, l’Ucraina nell’Unione Europea, la Georgia nella Nato). La Russia a sua volta, anche per le conseguenze della crisi finanziaria, sempre meno può nascondere quanto le faccia gola l’ingresso nel WTO.

Facendo gioco di squadra, USA e UE possono ottenere molto per se stessi, la Russia e gli ex-satelliti. Se USA-UE imparano anche l’arte del good cop/bad cop, allora ci sarà del nuovo, non solo sul fronte dell’Est.


Autore: Martin Schulthes

Nato ad Abbeville (Francia) nel 1968, mini-laureato (biennio) in Economia e laureato (quadriennio) in Lettere - prima a Parigi e poi a Roma - è munito di patente d’auto e di patentino da allenatore di calcio (Federazione tedesca). A Bruxelles dal 2000, si è sempre occupato di politica internazionale, prima da assistente al Parlamento Europeo e in seguito con l’ONG Non c’è Pace Senza Giustizia.

One Response to “Medvedev e Putin, good cop/bad cop”

  1. Lorenzo Pastori ha detto:

    Francamente spererei che lo scontro tra Putin e Medvedev sia reale, ma temo che l’autore abbia ragione e che sia un semplice gioco delle parti.

Trackbacks/Pingbacks