– La levata di scudi contro le proposte, avanzate dal ministro dell’Interno, di provvedere all’oscuramento dei siti Internet che veicolano contenuti tesi ad istigare alla violenza ha prodotto i suoi primi importanti risultati. A scanso di sorprese, da Maroni dovrebbe arrivare un provvedimento più moderato di quanto le prime dichiarazioni “a caldo” lasciassero intendere: anzitutto, si tratterà con buona probabilità di un disegno di legge d’iniziativa governativa e non di un decreto-legge (non si ravvede infatti l’urgenza costituzionalmente intesa ed è bene che sia il Parlamento a discutere di una questione che ha riflessi nel codice penale); secondo elemento, il provvedimento non dovrebbe prevedere nessun potere di oscuramento o censura per il Governo, ma solo “una norma che consenta alla magistratura – per usare le parole dello stesso Maroni – di rimuovere dal web le pagine in cui la magistratura stessa, e non il governo, ravvisi un reato ad esempio di apologia o di istigazione”. Per una volta, sarà meglio se la montagna partorirà un topolino, perché la conseguenza di una politicizzazione eccessiva della vicenda dei gruppi Facebook pro-Tartaglia sarebbe stato troppo, ma proprio troppo, nefasta.

Nella classe politica italiana, o almeno in un pezzo di essa, c’è un atteggiamento ondivago nei confronti del web e di ciò che accade “lì dentro”, come se ci fosse un lì rispetto ad un qui ed un dentro rispetto ad un fuori. Si oscilla tra la sottovalutazione del valore e del peso del web nella vita quotidiana e nel tessuto relazionale di una quota sempre più cospicua di popolazione, l’approccio un po’ bonario ed un po’ superficiale che si concede alle cose esotiche, il desiderio di sfruttare a proprio vantaggio i nuovi ed ignoti spazi e la paura di non controllare – politicamente e statualmente – le dinamiche della Rete. Banalmente, molti esponenti politici non comprendono le logiche del web: come altrimenti potremmo interpretare, se non come il frutto di una scarsa esperienza diretta, le esternazioni del presidente del Senato Schifani, per il quale “Facebook è più pericoloso dei gruppi degli anni Settanta”?

Come ogni forma d’innovazione tecnologica e sociale, Internet ha messo e continua a tenere il diritto e la legislazione in perenne affanno. E molti attori politici e sociali reagiscono a ciò che non controllano nel modo più becero e banale: proponendo di mettere fuori-legge la novità. Vale per Google News e per Facebook, così come – mutatis mutandis – per le unioni civili omosessuali, gli ogm o la ricerca scientifica sugli embrioni.

Internet è un po’ come le unexplored lands dell’immenso continente americano nel Diciottesimo Secolo, quando non si aveva contezza di dove si sarebbe potuti arrivare e di cosa si sarebbe potuto fare con tutta quella terra. Il sogno libertario è quello di tenere il più possibile lo Stato fuori dal web, lasciando alla Rete il compito di essere la nuova Terra Promessa della libertà assoluta. Ma è ovviamente già tardi, o forse non è mai stato davvero il caso di considerare Internet come un “altrove” rispetto al mondo reale e quindi più facilmente schermabile dall’intervento statuale. D’altro canto, come potrebbe la Rete un altrove se la base della virtualità è un’infrastruttura materiale di enorme valore economico, se in Rete si vendono e si comprano prodotti veri, se la gente chatta ma poi s’incontra, se la tutela della privacy e della proprietà intellettuale rappresentano una concretissima questione su cui ci si scontra su Internet come nella vita reale?

La difesa della libertà della Rete e nella Rete va esercitata sul terreno concreto della quotidianità, diffidando sia di chi propone nuovi diritti (la cosiddetta net neutrality, ad esempio, un principio comunista dietro un nome così ammaliante), sia da chi individua inediti reati. Rassegniamoci, insomma, a non avere un Nuovo Mondo: la tutela degli spazi di autonomia individuale sul web va calata nella più generale e classica battaglia per la libertà individuale, perché cedere alla tentazione di considerare Internet un mondo a sé indebolisce la Rete e fornisce argomenti alla diffidenza (purtroppo molto diffusa, come mostrano anche le rilevazioni demoscopiche) dei sessantenni come Schifani.

Chi ha a cuore la libertà, oggi ha un piccolo fioretto da fare: apra un profilo Facebook (o Twitter, MySpace, quel che sia) ad un sessantenne, gli spieghi di cosa si tratta, a cosa serve davvero un social network. Ognuno lo faccia con una persona cara che ha intorno, un parente, un amico, un collega. Non sarà facile dimostrare loro che la stupidità che alberga in Rete è – ahinoi – la stessa che troviamo da sempre in giro per le nostre strade.