La Rete non è un mondo diverso. Apriamo un profilo Facebook ad un 60enne

– La levata di scudi contro le proposte, avanzate dal ministro dell’Interno, di provvedere all’oscuramento dei siti Internet che veicolano contenuti tesi ad istigare alla violenza ha prodotto i suoi primi importanti risultati. A scanso di sorprese, da Maroni dovrebbe arrivare un provvedimento più moderato di quanto le prime dichiarazioni “a caldo” lasciassero intendere: anzitutto, si tratterà con buona probabilità di un disegno di legge d’iniziativa governativa e non di un decreto-legge (non si ravvede infatti l’urgenza costituzionalmente intesa ed è bene che sia il Parlamento a discutere di una questione che ha riflessi nel codice penale); secondo elemento, il provvedimento non dovrebbe prevedere nessun potere di oscuramento o censura per il Governo, ma solo “una norma che consenta alla magistratura – per usare le parole dello stesso Maroni – di rimuovere dal web le pagine in cui la magistratura stessa, e non il governo, ravvisi un reato ad esempio di apologia o di istigazione”. Per una volta, sarà meglio se la montagna partorirà un topolino, perché la conseguenza di una politicizzazione eccessiva della vicenda dei gruppi Facebook pro-Tartaglia sarebbe stato troppo, ma proprio troppo, nefasta.

Nella classe politica italiana, o almeno in un pezzo di essa, c’è un atteggiamento ondivago nei confronti del web e di ciò che accade “lì dentro”, come se ci fosse un lì rispetto ad un qui ed un dentro rispetto ad un fuori. Si oscilla tra la sottovalutazione del valore e del peso del web nella vita quotidiana e nel tessuto relazionale di una quota sempre più cospicua di popolazione, l’approccio un po’ bonario ed un po’ superficiale che si concede alle cose esotiche, il desiderio di sfruttare a proprio vantaggio i nuovi ed ignoti spazi e la paura di non controllare – politicamente e statualmente – le dinamiche della Rete. Banalmente, molti esponenti politici non comprendono le logiche del web: come altrimenti potremmo interpretare, se non come il frutto di una scarsa esperienza diretta, le esternazioni del presidente del Senato Schifani, per il quale “Facebook è più pericoloso dei gruppi degli anni Settanta”?

Come ogni forma d’innovazione tecnologica e sociale, Internet ha messo e continua a tenere il diritto e la legislazione in perenne affanno. E molti attori politici e sociali reagiscono a ciò che non controllano nel modo più becero e banale: proponendo di mettere fuori-legge la novità. Vale per Google News e per Facebook, così come – mutatis mutandis – per le unioni civili omosessuali, gli ogm o la ricerca scientifica sugli embrioni.

Internet è un po’ come le unexplored lands dell’immenso continente americano nel Diciottesimo Secolo, quando non si aveva contezza di dove si sarebbe potuti arrivare e di cosa si sarebbe potuto fare con tutta quella terra. Il sogno libertario è quello di tenere il più possibile lo Stato fuori dal web, lasciando alla Rete il compito di essere la nuova Terra Promessa della libertà assoluta. Ma è ovviamente già tardi, o forse non è mai stato davvero il caso di considerare Internet come un “altrove” rispetto al mondo reale e quindi più facilmente schermabile dall’intervento statuale. D’altro canto, come potrebbe la Rete un altrove se la base della virtualità è un’infrastruttura materiale di enorme valore economico, se in Rete si vendono e si comprano prodotti veri, se la gente chatta ma poi s’incontra, se la tutela della privacy e della proprietà intellettuale rappresentano una concretissima questione su cui ci si scontra su Internet come nella vita reale?

La difesa della libertà della Rete e nella Rete va esercitata sul terreno concreto della quotidianità, diffidando sia di chi propone nuovi diritti (la cosiddetta net neutrality, ad esempio, un principio comunista dietro un nome così ammaliante), sia da chi individua inediti reati. Rassegniamoci, insomma, a non avere un Nuovo Mondo: la tutela degli spazi di autonomia individuale sul web va calata nella più generale e classica battaglia per la libertà individuale, perché cedere alla tentazione di considerare Internet un mondo a sé indebolisce la Rete e fornisce argomenti alla diffidenza (purtroppo molto diffusa, come mostrano anche le rilevazioni demoscopiche) dei sessantenni come Schifani.

Chi ha a cuore la libertà, oggi ha un piccolo fioretto da fare: apra un profilo Facebook (o Twitter, MySpace, quel che sia) ad un sessantenne, gli spieghi di cosa si tratta, a cosa serve davvero un social network. Ognuno lo faccia con una persona cara che ha intorno, un parente, un amico, un collega. Non sarà facile dimostrare loro che la stupidità che alberga in Rete è – ahinoi – la stessa che troviamo da sempre in giro per le nostre strade.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

10 Responses to “La Rete non è un mondo diverso. Apriamo un profilo Facebook ad un 60enne”

  1. Paolo Emilio Taddei ha detto:

    Quando le disquisizioni diventano troppo lunghe si perde di vista l’essenza del problema. Istigare a commettere delitti, esultare per quelli commessi, con aggiunta di espressioni oltremodo ingiuriose ed oscene, rafforzare i propositi criminosi con supposte associazioni virtuali, di cui nessuno può verificare la reale consistenza, sono tutti reati previsti e puniti dal codice penale. Il problema è l’individuazione e la punizione concreta dei colpevoli, che sono così arroganti perché sanno che è quasi impossibile risalire alla loro vera identità. L’uso di pseudonimi (c’é chi ne usa centinaia o migliaia, come gli spammers) e l’esistenza di programmi che impediscono, o rendono incerta, l’individuazione dell’IP ed ancor più quella del singolo computer (nel caso di connessioni multiple tramite router) e del singolo utilizzatore tra molti (per esempio in un gruppo di c.d. “attivisti della rete”), porta ai limiti dell’ipocrisia la negazione della necessità di nuove norme, come la responsabilizzazione oggettiva ed assoluta del titolare dell’account e la rilevanza penale della dichiarazione di false generalità al provider. In questi giorni i gestori della telefonia mobile stanno contattando milioni di utenti per avere carta di identità e codice fiscale; perchè internet dovrebbe essere diverso?
    Dimenticavo, ho 60 anni compiuti e sono su facebook.

  2. MARKUS ha detto:

    @Paolo Emilio Taddei:
    sei vecchio e si vede.. o meglio si legge.

  3. Alessandro Caforio ha detto:

    Il ragionamento di Falasca in gran parte mi convince. Bisogna distinguere i comportamenti “sconvenienti” da quelli penalmemnte rilevanti e questi dalle opinioni. Per riprendere il ragionamento di Paolo Emilio Istigare a commettere delitti è sicuramente un reato.Esultare per quelli commessi, forse. Con aggiunta di espressioni oltremodo ingiuriose ed oscene siamo al livello contravvenzionale, una multa. Rafforzare i propositi criminosi con supposte associazioni virtuali, di cui nessuno può verificare la reale consistenza invece è solo una cosa molto stupida ma se ci mettiamo a perseguire la stupidità allora bisogna rafforzare e di molto il c.d. Piano Carceri… Rimane la questione dell’anomimato a meno di teorizzarlo come parte integrante della libertà di espressione cosa che, credo tutti d’accordo, non è e non può essere. Si tratta di soluzioni tecniche legate all’evoluzione della rete: l’estensione progressiva della PEC, ad esempio, potrebbe essere un buon compromesso.

  4. Paolo Emilio Taddei ha detto:

    @MARCUS, il solo fatto che ti vergogni di dire il tuo vero nome basta a qualificarti e conferma appieno quanto da me sostenuto. Comunque meglio essere vecchi con il cervello che giovani con la testa piena d’aria.
    @Alessandro, la cassazione ha oggi sentenziato che la linguaccia è un’ingiuria grave; l’ingiuria e la diffamazione sono delitti, non contravvenzioni (queste, peraltro e in generale, reati punibili anche con l’arresto). Gruppi tipo “Spacchiamo la testa al nano pedofilo” creati da poche persone con migliaia di finte adesioni con nomi inesistenti o con centinaia di pseudonimi dello stesso individuo, dubito siano irrilevanti sotto il profilo penale.
    Per inciso, girando per il web, ho trovato “spariti” un mucchio di post tipo “finalmente gli hanno spaccato la faccia a quel porco!”
    La tattica del rinvio e dei buoni propositi da parte di chi le ha date ed ora ha solo paura di prenderle, confido che non abbia seguito.
    Vero è che, a dare credito ad internet, in Italia ci sarebbero solo nemici dell’attuale maggioranza, mentre dalle urne, le uniche che contino in democrazia, sono usciti quattro milioni di voti in più…..

  5. Alessandro Caforio ha detto:

    @ Paolo Emilio art. 594 del codice penale: Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino ad euro 516. La competenza è del Giudice di pace.

  6. Paolo Emilio Taddei ha detto:

    Facciamo chiarezza: i reati si distinguono in 1)delitti, puniti con la reclusione e/o con la multa, 2) contravvenzioni, punite con l’arresto e/o con l’ammenda. Quindi ingiuria e diffamazione sono delitti, cioè i reati più gravi. Improbabile che tramite internet si possa commettere il delitto di ingiuria, che richiede la presenza della persona offesa, o una comunicazione diretta a quella, si versa quasi sempre in ipotesi di diffamazione (art. 595 c.p. e seguenti) aggravata (2° capoverso) perché recata “…con qualsiasi altro mezzo di pubblicità…” Reclusione da sei mesi a tre anni o multa ecc. L’ineffabile magistratura ha sostenuto che ad internet non si applichino le leggi sulla stampa (articoli citati del c.p. e L. n. 47 del 8/2/1948). Siamo all’assurdo che una diffamazione sul foglio parrocchiale o scolastico, letto da poche persone, è punita molto più severamente di una diffamazione fatta sul web, che distrugge moralmente la vittima nei confronti di decine o centinaia di milioni di internauti. Bisogna che l’interpretazione della legge sia coerente e non manifestamente grottesca, per i noti motivi di politica giudiziaria. Occorrono nuove leggi che tolgano alla magistratura una discrezionalità che rasenta l’arbitrio.

  7. Alessandro Caforio ha detto:

    Grazie per avermi rinfrescato qualche concetto di Diritto. In ogni caso il reato, come dici correttamente, è stato depenalizzato oramai da 10 anni ed è nella competenza del Giudice di pace che ben difficilmente sentenzierà l’arresto. Non credo che occorrano nuove leggi, semmai memo leggi e applicate con certezza.

  8. Già. Meno leggi. Chiare leggi (non interpretabili per gli amici ed applicabili per i nemici). Celerità del procedimento e certezza della pena. L’ultrasessantenne che scrive sa benissimo cosa sia la rete, cosa se ne possa fare e quali siano i limiti e le utilità in genere dei presidi tecnologici di cui oggi si dispone.

  9. filipporiccio ha detto:

    Peccato che il PdL abbia ora partorito la proposta Lauro: fino a 12(!) anni di carcere per il reato di istigazione o apologia di reati contro la vita e l’incolumità delle persone, con in più l’aggravante dell’uso di mezzi telematici. Stiamo cadendo nel ridicolo, vogliamo considerare l’apologia di un reato più grave del reato stesso? Le lesioni personali vengono punite con la reclusione da 3 mesi a 3 anni, si arriva fino a 12 anni solo nel caso di lesioni gravissime.

    Inoltre sul Corriere on line si legge che il sen. Lauro avrebbe detto: “insieme con il disegno di legge ho presentato una mozione parlamentare, già sottoscritta da più di 50 senatori di maggioranza e opposizione, per discutere al Senato di cultura informatica e degli effetti perversi derivanti dall’uso patologico del cellulare da parte di giovani e giovanissimi, e delle conseguenze nei rapporti genitori-figli e sulle istituzioni scolastiche”. E’ vero?

    Io ormai spero solo che alle prossime elezioni venga eletto un parlamento completamente paralizzato dai veti incrociati in modo da limitare i danni per il paese. Solo l’ingovernabilità ci consentirà di salvare il salvabile.

Trackbacks/Pingbacks