Pubblichiamo il Numero Zero della rubrica ‘Riforme in libertà’, che Giuliano Cazzola terrà su Libertiamo.it ogni settimana. Un appuntamento periodico sui temi del welfare, del mercato del lavoro e dell’immigrazione, che l’economista e deputato del Pdl affronterà con pacatezza, seduto su un divano in compagnia di un gatto.

– Nell’ambito della legge finanziaria, votata in seconda lettura dalla Camera, il Governo ha inserito una norma che consente di usare le risorse del Fondo Tesoro, gestito dall’Inps, per finanziare il patto per la salute stipulato con le Regioni. Ciò ha suscitato delle critiche strumentali da parte delle opposizioni con l’accusa rivolta all’esecutivo di mettere a rischio il tfr dei lavoratori. Come stanno invece le cose? E’ bene chiarire puntualmente la vicenda, cominciando dalle sue origini e senza allarmare inutilmente nessuno. E’ noto che, a partire dal 2007, i lavoratori possono destinare – esplicitamente o tramite la procedura del silenzio-assenso – le quote ‘maturande’ del loro tfr ad una forma di previdenza complementare di loro scelta. Ma possono anche decidere di tenersi la vecchia e cara liquidazione che, per legge, rimane nella disponibilità del datore di lavoro, il quale la eroga al proprio dipendente all’atto della risoluzione del rapporto. Il governo Prodi ha stabilito che le imprese che occupano più di 49 dipendenti sono tenute a versare il tfr maturato dal 2007 e loro affidato dai lavoratori (i quali hanno rinunciato, così, a servirsene per costituire e finanziare una posizione individuale presso una forma di previdenza complementare) al c.d. Fondo Tesoro, gestito dall’Inps, Ciò a fronte di misure compensative sul piano fiscale e contributivo a favore delle aziende suddette. Nel 2007, il Fondo Tesoro fu destinato a sostenere politiche di investimento e di opere pubbliche ed infrastrutturali (in fase di prima attuazione il Fondo fu cifrato in 6 miliardi su base annua, una previsione sostanzialmente azzeccata). Nelle imprese in cui siano impiegati da 49 dipendenti in giù, il tfr rimane in azienda ed è formalmente accantonato nel bilancio (in realtà svolge la funzione di autofinanziamento delle piccole imprese). In tutti questi anni le risorse accumulate dal Fondo Tesoro sono servite per il finanziamento della TAV, delle FFSS e delle leggi a favore del sistema delle imprese. Come già ricordato, il lavoratore che ha lasciato il suo tfr in azienda non corre alcun rischio perché la legge stabilisce che titolare dell’obbligazione nei suoi confronti resta il datore di lavoro (sarà lui a liquidare le sue spettanze all’atto della risoluzione del rapporto), anche se quest’ultimo ha dovuto versare, negli anni, il relativo importo al Fondo Tesoro. Il datore potrà conguagliare gli esborsi a titolo di tfr con eventuali versamenti dovuti ad altro titolo all’Inps. Le liquidazioni, poi, non corrono alcun pericolo per un altro motivo: per saldare da parte delle imprese le liquidazioni – che maturano mediamente in un anno – è sufficiente meno della metà di quanto viene incamerato dal Fondo Tesoro. E il governo si è avvalso, in Finanziaria, solo dell’altra metà, come ha sempre agito anche il governo precedente nelle operazioni intraprese. Tremonti, allora, non ha fatto niente di nuovo e di diverso, salvo cambiare la destinazione delle risorse del Fondo che saranno rivolte, nel 2010, al fabbisogno del patto per la salute. Si tratta in gran parte di spesa corrente, è vero. Ma c’è qualcuno in grado di sostenere che la tutela della salute dei cittadini è un obiettivo sbagliato?