Islam e diritto: la necessaria durezza delle corti giudiziarie

Robert Cover è autore poco conosciuto, ma di grande importanza. Ampia parte della sua riflessione scientifica è dedicata ai conflitti che riguardano il proliferare dei differenti gruppi religiosi e culturali all’interno degli ordinamenti giuridici dei diversi paesi. Secondo Cover la pluralità dei “significati” prodotti da queste comunità viene spesso a scontrarsi con la logica dell’autorità dello Stato. Per diminuire l’incidenza di tali conflitti sulla società e per evitare la saturazione degli spazi normativi è necessario che le corti intervengano per chiarire quali sono i “significati giuridici” destinati a rimanere in vita. Secondo Cover non è sempre la legge prodotta dall’autorità dello Stato ad essere intrinsecamente superiore rispetto ai significati giuridici prodotti dagli altri gruppi.
Tramite questa attività “giuspatica” le corti eliminano alcune parti di un diritto e ne fanno rimanere in vita altre. E’ questa la violenza delle corti: uccidere il diritto che non deve sopravvivere.

Il punto è il criterio con cui le corti decidono di esercitare questa “necessaria” violenza.  Ad esempio, il tribunale d’appello dell’ordine degli avvocati che in Olanda ha assolto l’avvocato Mohammed Enait.
Da venerdì Enait ha il diritto di non alzarsi in tribunale quando entra la corte e di indossare un copricapo musulmano durante le udienze. Secondo Enait la sua fede musulmana stabilisce l’assoluta eguaglianza fra gli uomini. Questo gli impedisce di prestare una forma di rispetto di tipo “particolare” nei confronti della corte. I giudici hanno deciso che va bene così, che il diritto dello Stato deve cedere di fronte  a questa domanda.

Cover avrebbe detto che il “significato” dell’ordinamento dello Stato deve cedere di fronte a quello dell’ordinamento particolare. Enait resterà seduto in tribunale, “uguale”, ma diverso. Un privilegiato.
A mancare, in questo caso, è stato l’uso opportuno della “necessaria violenza che uccide un significato”. Le leggi generali dello Stato non possono cedere davanti alle richieste particolari avanzate dai singoli per motivazioni religiose. Certo, con criteri di ragionevolezza, ed in pochi casi specifici, è possibile concepire delle deroghe. Ma questo non sembrava esser il caso.
A volte la “violenza” dello Stato dovrebbe prevalere. Con ragionevolezza.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

2 Responses to “Islam e diritto: la necessaria durezza delle corti giudiziarie”

  1. Lucio Scudiero ha detto:

    Molto interessante la prospettiva. Mi piace molto la logica della “pulizia” degli spazi normativi per via di interpretazione giurisdizionale, un po’ meno quella dell’autorità dello Stato che dovrebbe prevalere con ragionevolezza. Tra ius positum e diritto vivente preferisco quest’ultimo.

  2. pasquale ha detto:

    Lucio comprendo la tua sensibilità, che in una logica totalmente antistatalista fila. Il mio voleva essere un ragionamento un po’ piu’ realista. Con raginevolezza.

Trackbacks/Pingbacks