– “Padrino Nostro, che sei in questi territori, dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i tuoi veleni, come noi li rimettiamo ai nostri spacciatori. Amen”. Liturgia della Camorra. Rito del pane “cafone”, come lo chiamano da quelle parti, cui partecipano ogni giorno svariate centinaia di migliaia di napoletani. “Mazze e panell’ fann ‘a camorra bell” (che in lingua tricolore suonerebbe più o meno come “il bastone e il pane fanno bene alla camorra”, riadattamento del proverbio napoletano “mazze e panell fann ‘e figli bell”) potrebbe essere la sintesi dell’ultimo business illegale che sta soffocando Napoli e la sua provincia estesa nel casertano: quello del pane.

La notizia non è proprio recente (è stato il quotidiano inglese The Guardian a parlarne, la prima volta, nel settembre del 2008) ma è rimbalzata nelle scorse settimane in qualche media nazionale e offre uno spunto per esaminare le pratiche camorristiche alla luce del paradigma del libero mercato. Ma prima i fatti. In quel fazzoletto di “non luogo” che è l’area a nord del capoluogo campano, lavorano ogni giorno a pieno regime centinaia di forni illegali, utilizzando ogni tipo di porcheria come fonte di combustione: legno verniciato, gusci di noci coperti da pesticidi e, dulcis in fundo, bare riesumate. La capitale di questo distretto della pagnotta avvelenata è Afragola, un paesone di oltre sessantamila abitanti che volge al settentrione partenopeo, dove, accanto ai 17 panifici regolari, ne sono stati scoperti 100 illegali, stipati in ogni cavità utilizzabile di quello che è un agglomerato di cemento e disordine antropico. Nel 2008 questo commercio ha fruttato 600 milioni di euro, anche grazie ad una rete di vendita capillare e mobile ( i bagagliai delle auto, ma in parte quel pane è arrivato anche nelle panetterie regolari di Napoli) e ad un’offerta modulata su ogni ora del giorno.

Una tradizione letteraria alquanto diffusa, che ha trovato in Roberto Saviano il suo ultimo e più fulgido esponente, interpreterebbe questa operazione criminale come l’ennesima dimostrazione di nocività del capitalismo, della sua facile connivenza con la spregiudicatezza morale del crimine organizzato, che sarebbe il più fedele esegeta della leva competitiva dei prezzi, del lavoro flessibile e della concorrenza, capace di una gestione demiurgica del ciclo delle merci, in questo caso del pane, della farina e della legna per cuocerla.

Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri… (Introduzione a Gomorra, di Roberto Saviano).

Saviano resta un eroe civile del nostro tempo, ma sbaglia quando identifica il mercato con la zona franca dell’etica, e la criminalità organizzata con un consorzio di imprese. Il pane cotto a vernice, ad esempio, non è il risultato di una scelta imprenditoriale, bensì il frutto avvelenato di un’azione criminale. I meccanismi di commercializzazione di tale prodotto mortifero non sono quelli del “libero mercato”, che proprio perché libero presuppone l’autodeterminazione dei soggetti che vi partecipano, quanto piuttosto quelli dell’intimidazione e della minaccia. Facciamo un giochino d’immaginazione. Immaginiamo che domani, insieme a dieci amici automuniti, io mi metta in testa di vendere pane tra Napoli e Caserta. Io e i miei dieci amici automuniti saremmo spazzati via dalla piazza con violenza tempestiva. Non potremmo competere in nessun modo, né sfruttando la leva dei prezzi, né quella della qualità del pane venduto, semplicemente perché la camorra ce lo impedirebbe. La camorra monopolizza l’offerta erigendo barriere all’ingresso sulle quali siedono guardiani pronti a spararti addosso. E questo non è mercato. Il mercato, inoltre, non avvelena i consumatori. Tutt’altro. Esso tende all’innovazione e al progresso, e il portato consequenziale di tale propensione è (ed è stata) la diffusione del benessere. Per la sua estraneità al mercato, la camorra non conosce in alcun settore la leva competitiva della qualità del prodotto, ma soltanto quella dell’alterazione dei prezzi ottenuta mediante l’uso criminoso dei fattori produttivi e la riduzione violenta della concorrenza. Detto con accenti libertari, più che il mercato la camorra pare emulare lo Stato e lo statalismo, con l’accentramento della coercizione, la distorsione della concorrenza, la violazione della proprietà privata e la creazione di un proprio sistema di prelievo fiscale fondato sull’estorsione.

Nel sistema camorristico, infine, l’esercizio dell’iniziativa economica privata è condizionato al riconoscimento di una legittimazione attiva che proviene dall’essere parte dello stesso sistema o dal conseguimento di tale status criminale mediante un utilizzo altrettanto spregiudicato della forza. Si vis panem, quindi, para bellum…