– La violenza subita da Silvio Berlusconi a Milano e la creazione di gruppi Facebook inneggianti all’aggressore hanno portato alcuni autorevoli esponenti di maggioranza e di governo a proporre l’oscuramento di siti internet e il divieto dell’anonimato in Rete, come misure per arginare quelli che gli americani definiscono hate crimes, crimini d’odio. La questione non è nuova ed è spesso riassunta in questi termini: porre un “argine all’odio” o salvaguardare il principio della “rete libera”?

Lo scorso febbraio, sull’onda delle polemiche suscitate dalla presenza su Facebook di gruppi inneggianti al boss mafioso Totò Riina ed al capo camorra Raffaele Cutolo, un emendamento al cosiddetto “Pacchetto sicurezza” del senatore Udc Gianpiero D’Alia aveva provato a dotare il Ministro dell’Interno della facoltà di oscurare un sito o una pagina internet, nel caso in cui per via telematica fossero state compiute attività di apologia di reato o di istigazione alla violenza. Nelle intenzioni di D’Alia, per evitare possibili oscuramenti i gestori dei siti sarebbero stati indotti a filtrare a priori i contenuti. Nei fatti, chi ha cognizione del funzionamento di strumenti come Facebook, Youtube, Twitter o la stessa Google, sa bene quanto questo fosse difficile e poco auspicabile, pena lo scadimento del valore di queste “infrastrutture” private virtuali. L’emendamento D’Alia avrebbe reso molto difficile l’attività in Italia di questo o quel sito, con possibili e frequenti oscuramenti dovuti a questa o a quella vicenda: il mese scorso la pubblicazione su Youtube di un video con gli infami atti di bullismo compiuti ai danni di un bambino down, oggi i gruppi di fan di Massimo Tartaglia.

I responsabili di Facebook Inc. hanno ragione quando affermano che il loro portale sta ai contenuti devianti come una linea ferroviaria sta ai messaggi scritti sui muri delle stazioni: si può mai pensare di inibire il servizio ferroviario per colpa di quei graffiti? A meno che non si voglia fare guerra alla logica stessa di queste nuove piazze virtuali, che è data dalla libertà dello stesso utente – di noi tutti – di creare i contenuti in tempo reale, bisogna accettare l’impossibilità di filtri preventivi. Se chiedessimo a Facebook o a Youtube di verificare il contenuto di ogni messaggio prima che questa venga pubblicato, banalmente staremmo chiedendo loro di cambiare mestiere. E soprattutto decreteremmo la fine della gratuità: ci conviene?

Ai gestori dei siti, non può allora essere attribuita la responsabilità della pubblicazione stessa. A costoro (ma non a Google, che non è proprietaria dei contenuti) va semmai chiesta la rimozione di determinati contenuti considerati penalmente rilevanti, che si tratti di un video, un’immagine, un gruppo o un articolo su un blog. Come a dire: non sei responsabile della scritta sul muro, ma ti posso chiedere di cancellarla sulla base delle mie leggi (che già ci sono, non c’è bisogno di creare nuovi e strampalati reati “virtuali”). A poco serve, invece, la furia iconoclasta dell’oscuramento di Stato. Vorremmo davvero attribuire ad un ministero la possibilità di oscurare – anche solo per qualche ora – le piazze virtuali attraverso cui comunichiamo e “viviamo”?

Accettiamo piuttosto l’efficientissima “imperfezione” del mondo di oggi, con un diritto sempre in affanno rispetto ai nuovi strumenti di interattività, ma anche con una costante tensione all’innovazione ed al cambiamento delle nostre abitudini sociali. Chi usa Facebook nel proprio quotidiano, sa che i gruppi pro-Tartaglia sono come delle cartacce in terra ai bordi della strada: ci sono, ma non sono tutta la strada, che è invece piena di gente che comunica liberamente, che compra e che vende, che s’abbraccia o che litiga.

L’aggressione a Berlusconi è l’apice casuale di una situazione politica preoccupante, ma Facebook non ha fatto altro che evidenziare dei sentimenti deprecabili che purtroppo animano un pezzo di opinione pubblica italiana. La “normalizzazione” non passa dal social network.