– Quell’anima persa di Massimo Tartaglia, che ha aggredito il premier ieri sera in Piazza Duomo, ricorda Antonio Pallante, che nel 1948, a pochi passi da Montecitorio, sparò tre colpi di rivoltella a Palmiro Togliatti. Pallante era uno studente fuori corso,  fragile e invasato, che tentava di riscattare i propri fallimenti personali con un gesto “patriottico” contro un membro del Cominform. Di Tartaglia non sappiamo molto, ma possiamo supporre che il suo gesto, a cui il clima di scontro civile montante ha offerto l’occasione più che la motivazione, sia stato lo sbocco di un disagio mentale grave, che gli ha – forse – persino impedito di concepire le conseguenze politiche e materiali della sua aggressione.

D’altra parte ai politici, come a molti personaggi pubblici, capita di diventare bersaglio degli psicolabili per ragioni del tutto private e non politiche: John Warnock Hinckley nel 1981 sparò a Reagan, che si salvò per miracolo, per fare colpo su Jodie Foster di cui era segretamente innamorato.

Ciò detto, è impossibile rubricare i rischi a cui Berlusconi è esposto alla voce “follie private”. Anche perché la follia privata e il fanatismo politico spesso confinano e si sovrappongono. Basti pensare ai gesti assassini delle Nuove Brigate Rosse, che hanno ammazzato D’Antona e Biagi, sulla base di una “piattaforma rivoluzionaria” che, anziché interpretare i sentimenti delle masse, dava voce ad un sentimento di alienazione psichica e politica e ad una somma di piccole disperazioni individuali.

Per evitare gli effetti collaterali che il gesto di Tartaglia potrebbe avere, bisognerebbe che tutti nell’opposizione evitassero di accusare la vittima di vittimismo (come ha fatto la Bindi) e l’aggredito di istigazione all’aggressione (come ha fatto Di Pietro). Ma sarebbe opportuno che nella maggioranza si evitasse il giochino disonesto  di dire che chi non sta con Berlusconi sta con Tartaglia e di annoverare tra i mandanti morali anche “certi politici del centro-destra”.