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Un diritto del lavoro anacronistico gonfia la bolla delle partite IVA

– Molte “bolle” (quasi tutte) sono generate da cattivi incentivi pubblici che distorcono il comportamento degli agenti economici. Se una banca centrale tiene artificialmente bassi i tassi d’interesse, i consumatori sono incentivati a indebitarsi e questa corsa ai soldi facili finisce solo quando il mercato – ma potremmo quasi dire la forza di gravità – riporta tutti giù per terra: insolvenza di una quota ingente dei debiti,  crollo dell’attività economica ed aumento dell’inflazione.

Anche la bolla delle Partita IVA, il tema del dibattito che Dario Di Vico ha sollevato su Il Corriere della Sera, a me pare anzitutto il frutto di quei vincoli e di quelle fratture normative che hanno distorto il mercato del lavoro italiano, prima sulla base di un’antistorica dicotomia lavoro autonomo/lavoro dipendente e poi sul fronte delle asimmetrie (per usare un eufemismo) nei diritti statutari e welfaristici, a qualcuno riconosciuti e a qualcun altro negati.
La partita IVA trasformata – per dirla con Di Vico – “da scelta soggettiva ad alta mobilitazione di energie” ad “opzione rifugio” e conditio sine qua non per l’accesso ad un rapporto di lavoro è la conseguenza di decenni di scelte e riforme solo parziali, di una politica che non ha saputo riconoscere gli straordinari mutamenti organizzativi, tecnologici e culturali dell’economia internazionale, ma li ha subiti sulla difensiva, senza la capacità di ridiscutere per tempo un modello rigido e neocorporativo ormai superato. Una battaglia di retroguardia che non ha aiutato a superare, anzi ha accentuato, il trend di stagnazione economica e poi di crisi. Serve una via d’uscita.

Di Vico pone il problema nella giusta dimensione, individuando le leve nevralgiche per sgonfiare la bolla: l’ammodernamento del diritto del lavoro, la razionalizzazione del sistema fiscale e contributivo, la riforma del modello pensionistico e degli ammortizzatori sociali, il riconoscimento dei “nuovi lavori” nella costituzione materiale del Paese. E’ bene discutere con attenzione delle singole proposte, per evitare il rischio (evidenziato da Ernesto Felli e Giovanni Tria, intervenuti nel dibattito dalle pagine de Il Foglio) che la lotta al corporativismo si traduca in una “moltiplicazione corporativa” ed in un’ulteriore segmentazione del mercato del lavoro. A questo porterebbe, a giudizio di chi scrive, la “statutarizzazione” delle partite IVA atipiche. In un Paese che dovrebbe seriamente interrogarsi su quanto sia utile tenere ancora in piedi dei costosi privilegi a questa o a quella professione (i notai, gli avvocati, i commercialisti, i farmacisti, i giornalisti, gli architetti e così via) , non mi pare opportuno innescare ulteriori derive ordinistiche.

Allo stesso tempo, la soluzione non può essere quello della “legalizzazione” degli effetti della bolla, come succede con il riconoscimento di ammortizzatori sociali ad hoc per le partite IVA monocommittenti o come avverrebbe con l’introduzione di un obbligo della contrattualizzazione delle prestazioni professionali. Piuttosto, la bolla va sgonfiata eliminando le cause che l’hanno determinata: la rigidità del mercato del lavoro dipendente (la sostanziale illicenziabilità di chi gode di contratti a tempo indeterminato), che ha costretto le imprese a scaricare tutta la loro domanda di flessibilità sui giovani, precarizzandone il ruolo e deteriorandone le competenze; la tagliola fiscale e contributiva; l’iniquità di un welfare che garantisce troppo alcuni, che lascia milioni di lavoratori privi di ogni copertura e che ha scaricato sulla famiglia i costi dell’occupazione giovanile e femminile; la chiusura delle professioni alla competizione e all’accesso di nuovi player; la deriva burocratica e anti-meritocratica nell’università e nella ricerca.

Accanto a questo, c’è da chiedersi come rendere effettiva – per chi lo vuole – la scelta dell’autonomia lavorativa. La retorica sulle “piccole e medie imprese italiane spina dorsale del Paese” fa troppo spesso da paravento ad un deficit di imprenditorialità e innovazione. L’Italia non sa premiare il merito, non sa attrarre talenti, non è un ambiente fertile per far nascere e crescere le idee.

Non vorrei, in conclusione, dare una risposta manualistica agli interrogativi di Dario Di Vico, ma resto convinto dell’urgenza di una semplificazione del mercato del lavoro, attraverso interventi decisi sul contratto di lavoro standard al fine di scremare le partite IVA dalla schiuma dei contratti subordinati mascherati. Senza di questo, occuparsi con efficacia dei liberi professionisti “veri” sprovvisti di uno statuto per toglierli dal limbo rischia di dare luogo a mezze misure, che danno l’illusione di affrontare i problemi che invece rimangono. So che questo non è al momento nell’agenda (un po’ conservativa) del Governo che sostengo, ma rimediare alle distorsioni con altre distorsioni non ci porterà comunque lontano. La logica dell’uovo oggi meglio della gallina domani non mi convince.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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