– Il ruolo che la Corte Costituzionale ha esercitato nella storia politica italiana non è stato quello di un intransigente e severo giudice delle leggi. Le sue pronunce “additive” ne hanno fatto una sorta di terza camera legislativa e la sua giurisprudenza disinvolta ha consolidato la costituzione materiale del Paese, i cui partiti hanno sempre preteso – e non subito –  interpretazioni della Carta “coerenti” con la realtà degli equilibri politici.

La stessa Corte ha cercato questa “sintonia” o con il Paese o con una parte di esso. Si pensi alla giurisprudenza sui referendum, la cui ammissibilità è stata sempre valutata sotto un profilo non del tutto rispondente ai criteri dell’art. 75 della Costituzione. Basti su questo ricordare come la Corte abbia giudicato ammissibile nel 1981 (sentenza 26/81) il referendum sull’aborto dei radicali, poi giudicato inammissibile, 16 anni dopo, nella identica formulazione (sentenza 35/97). Difficile non ammettere che a fare la differenza sia stata una valutazione di carattere storico-politico: nel 1981 l’aborto era al centro del dibattito del Paese e la Corte non poteva nè “doveva” impedirlo. Nel 1997, era solo una fissazione dei radicali, che era meglio non turbasse gli equilibri politici.

La politicizzazione della Corte non è stata una macchinazione della sinistra. E’ stata una “regola” largamente riconosciuta come tale, di cui la sinistra ha beneficiato nell’ultimo quindicennio – trascorso per meno della metà al governo del Paese –  grazie ad una combinazione fortunata, legata alla durata in carica dei Capi dello stato e dei giudici costituzionali.

La fine di un’epoca in cui la democrazia consociativa surrogava una sana democrazia competitiva ha inevitabilmente destabilizzato i rapporti tra la Corte Costituzionale e le istituzioni politiche. Prima la consociazione era dentro la Corte, oggi il bipolarismo può portare la Corte all’opposizione, o (peggio) in maggioranza.

La “costituzionalizzazione” della Consulta è un tema cruciale e appassionamente, che meriterebbe uno svolgimento liberale. La risposta peggiore al problema sarebbe la subordinazione istituzionale della Consulta al legislatore. Il vulnus non si sana ma si aggrava costringendo la Corte a rispettare le decisioni del “popolo sovrano”. In tal caso, tanto varrebbe chiuderla e accontentarsi dei pareri di costituzionalità espressi dalle Camere sulle proposte di legge in discussione.

Una maggioranza che pretenda di farsi insieme legislatore e giudice delle leggi e di esprimere così la “volontà generale” del Paese senza l’ingombro di un contrappeso istituzionale, non offre né un segnale di innovazione liberale, né un contributo di serenità istituzionale.