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Referendum, una vicenda ‘illuminante’

pubblicato su Il Secolo d’Italia di giovedì 10 dicembre 2009 – Da settimane una parte della stampa vicina al centrodestra e al suo leader ha individuato in Gianfranco Fini una sorta di nemico del PdL e di Silvio Berlusconi: un reprobo che va sbugiardato per “intelligenza col nemico”. La polemica, un po’ come l’ottimismo, è il sale della vita politica e non può certo stupire che per attirare l’attenzione dei lettori si scelga di attizzarne il fuoco, piuttosto che affrontare il tema, apparentemente meno intrigante, del confronto e della competizione di idee (questa c’è, eccome! Sana e vitale come deve essere in un grande partito).
A motivare la scelta di fare di Fini il bersaglio grosso, c’è sicuramente l’esigenza di colmare l’assenza di appetibili “nemici esterni”, quali sarebbero stati l’opposizione o il sindacato di qualche anno fa.

I medesimi giornali non perdono invece occasione di lodare il fedele alleato leghista, al quale tutto si concede, anche a costo di fare coincidere il perimetro del centrodestra italiano con quello tracciato dalla spada di Alberto da Giussano (ma allora, finirà per chiedersi più d’uno, perché non votare direttamente la Lega, visto che Bossi, lui sì, sa il fatto suo?).
Al di là delle strategie editoriali, comunque, sarebbe bene guardare ai fatti, che hanno la testa dura e contano più delle idiosincrasie e degli improbabili retropensieri. Lasciamo stare le vicende recentissime, come il presunto scontro sulla giustizia, che, seppur tanto invocato, non è mai iniziato.
Facciamo un salto indietro di una manciata di mesi e andiamo al troppo presto dimenticato referendum elettorale. Ricordiamo che Guzzetta e Segni avevano portato alle urne tre quesiti, il cui esito sarebbe stato quello di consegnare la vittoria elettorale non alla coalizione, ma alla lista che avesse ottenuto un voto in più. Un modo per rendere irreversibile il bipolarismo e per spingere le coalizioni ad unirsi in una sola lista prima del voto, cementandone il destino politico ed elettorale. Sono certo che il presidente Berlusconi sia oggi più che rammaricato dal fallimento della consultazione: a referendum vinto, infatti, oggi la sua presa sul centrodestra sarebbe ferrea e un’eventuale minaccia di elezioni anticipate ben più credibile (anche solo perché il progetto, che pur molti coltivano, di riscrivere la legge elettorale in direzione contraria a quella che sarebbe stata sancita dal referendum, non sarebbe più politicamente praticabile).
La politica, come la storia, non si fa né con i “se” né con i “ma”, nondimeno è chiaro che quel delicato passaggio referendario ha contribuito non poco ad alimentare le fibrillazioni di oggi. Era chiaro quale fosse l’interesse del Cavaliere e del PdL; per questo la Lega impose una data impossibile per il voto, scongiurando il ragionevolissimo abbinamento referendum-elezioni amministrative. E altrettanto chiara la questione apparve nel corso di una campagna elettorale interessante, anche per i risibili argomenti che la Lega sollevò contro “l’antidemocraticità” della riforma proposta. Per questo è oggi utile ripercorrere quei giorni.
A favore della semplificazione pro-Berlusconi, tra i leader di vaglia, rimase il solo Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi ed il grosso del PdL, invece, decisero di assecondare l’alleato leghista nel suo intento di far naufragare la consultazione popolare e di impedire che il treno bipolare procedesse la sua corsa senza più rischiare il deragliamento istituzionale. Le ragioni della Lega prevalsero su quelle del PdL e dello stesso Presidente del Consiglio, il che può anche essere comprensibile, ma non deve essere dimenticato. Si era infatti alla metà di giugno, e molte delle vere o presunte difficoltà del centrodestra erano già abbondantemente squadernate.
Anziché indulgere ai processi alle intenzioni, dunque, sarebbe meglio stare ai fatti, quando si parla del destino del PdL, di chi rema a favore e di chi remerebbe contro. Anche per scongiurare che il centrodestra cada preda di quelle profezie, destinate ad autoadempiersi, di cui è lastricata la storia frazionista della sinistra italiana.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “Referendum, una vicenda ‘illuminante’”

  1. Pier Paolo Segneri ha detto:

    Ho ascoltato a Radio Radicale la presentazione del libro “Maledetto proporzionale!” e ho apprezzato moltissimo la proposta di una Riforma elettorale in base al sistema uninominale e maggioritario, meglio se a turno unico. In tal caso, però, come si selezionano i candidati? Ci vorrebbe il sistema americano, comprensivo di primarie.
    Quella per l’uninominale è una battaglia politica da riprendere e rilanciare con forza.

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