– Leggo su Tusciaweb, un giornale online diffuso nella provincia di Viterbo, che la Coldiretti, in vista delle festività natalizie, promuoverà la vendita di prodotti della Tuscia in un noto caffè del centro storico viterbese, con l’obiettivo di “creare un ponte con i consumatori”.
In realtà non è una notizia particolarmente originale, se ne leggono tante simili, e se ne vedono altrettante nei contenitori pomeridiani della TV generalista. Ma è quel tipo di notizia che in genere mi fa salire il sangue alla testa.

Affacciandomi alla finestra, e osservando i terreni della mia azienda agricola, mi chiedo quale sia la realtà sulla quale i sindacati agricoli fondano le loro iniziative. Sembra che abbiano un’idea della terra e del lavoro che si svolge su di essa tratta direttamente dai librini delle scuole elementari, tipo “Luisa va al mercato a vendere le sue pannocchie…”

Non si fa che parlare di filiera corta, vendita diretta, tipicità, e altre amenità del genere. Gli agricoltori, già schiacciati da una caduta dei prezzi senza precedenti, dovrebbero, per superare i tempi duri, investire anche per diventare trasformatori, confezionatori e venditori. Di cosa poi?
La maggior parte degli agricoltori non produce per il consumo diretto, ma per l’industria.  Dovrei aprire un banco al mercato del paese più vicino per vendere ai passanti sacchi di grano duro o di granella di mais? Oppure dovrei macinare le circa duecento tonnellate di grano che producevo in un anno nei tempi d’oro per realizzare e commercializzare torte di nonna Papera? Oppure dovrei convertire la mia azienda, e cominciare a coltivare, su colline argillose e asciutte dove è già tanto riuscire a seminare cereali a paglia, cavoli cappucci da vendere davanti al cancello di casa?

Per favore, signori sindacalisti, la decenza imporrebbe almeno il silenzio, in mancanza di idee, soprattutto perché, ormai da anni, fate parte del capitolo“spese” delle aziende agricole.
Da quando il sistema di erogazione dei contributi della Pac (la politica agricola comunitaria) impone, di fatto se non di diritto, a ogni singolo agricoltore, per accedere ai suddetti contributi, di passare per i CAA (l’equivalente agricolo dei CAAF), i sindacati agricoli si sono trasformati in gigantesche agenzie di servizi, con introiti da capogiro, e concorrenti sleali degli studi agronomici professionali. L’evoluzione italiana della tutela sindacale: da rappresentanti a controparte. Complimenti.

E non importa se la Pac ha creato per l’Europa un sistema agricolo parasovietico, in cui ogni agricoltore è in realtà stipendiato da Bruxelles a prescindere dalla quantità e dalla qualità di ciò che produce, con l’aggravante che almeno in Unione Sovietica il trattore (o la zappa) ce l’avrebbe fornita lo Stato, mentre qui il rischio di impresa è tutto sulle nostre spalle.
Non importa se, grazie a questo sistema, l’industria agroalimentare si giova del privilegio di acquistare materie prime a un prezzo inferiore del prezzo di costo (indicativo il caso della scorsa estate, quando un allevatore doveva spendere 48 centesimi per produrre un litro di latte e lo doveva poi vendere a 27).

Non importa se, sempre grazie a questo sistema, i terreni agricoli rendono poco ma costano molto, favorendo la rendita fondiaria ma impedendo agli agricoltori qualsiasi tipo di investimento.
Non importa se, beffa che si aggiunge al danno, ogni tot anni questo sistema viene riveduto e corretto (al ribasso), per cui oggi aspettiamo la fatidica data del 2013 come una specie di resa dei conti, dove sapremo se in questi anni abbiamo indirizzato le nostre aziende nella direzione giusta (leggi: gradita a Bruxelles)  oppure se abbiamo sprecato tempo e soldi e dobbiamo ricominciare tutto da capo.
Come avvenne, per fare un esempio, alcuni anni fa, quando coltivare oleaginose (girasole, soia e colza) rendeva un contributo particolarmente alto. Quando molte aziende agricole e agromeccaniche si decisero a investire per l’acquisto dei macchinari necessari alla raccolta di queste colture, che erano ovviamente in espansione, improvvisamente da Bruxelles decisero che le oleaginose non facevano più parte del piano quinquennale del kolchoz europeo, e abbassarono i contributi, vanificando gli investimenti.

E dopo tutto ciò dovremmo sopportare anche le lezioncine sulla filiera corta e sulla vendita diretta che, riducendo i passaggi, incrementerebbe le nostre entrate? Torniamo al nostro allevatore che vende il latte alla metà del suo prezzo: per ovviare a questo spiacevole inconveniente dovrebbe, secondo gli amici del sindacato e secondo i ministri dell’agricoltura (tutti) dell’ultimo quindicennio, spendere qualche decina di migliaia di euro per dotarsi dei macchinari per la pastorizzazione e la distribuzione diretta, e venderne qualche litro ai passanti? E magari pagare anche le inevitabili multe della Asl per avere venduto latte prodotto in condizioni igieniche non ottimali? La smettiamo di prenderci in giro?

E poi, quanto costerebbe ai sindacati chiedere la liberalizzazione degli OGM? Per carità, come si potrebbe andare poi a vendere barattoli di marmellata e cestini di paglia nei mercatini biologici e politicamente corretti di un paese in cui il ministro dell’agricoltura si rifiuta di firmare i protocolli che autorizzerebbero almeno la ricerca sulle biotecnologie?

E’ evidente che non è interesse del sindacato agricolo sostenere una liberalizzazione del mercato che renderebbe gli agricoltori liberi di scegliere cosa produrre in base a un normale sistema di determinazione dei prezzi. Ma un sindacato che sostiene i propri interessi piuttosto che quelli della categoria che pretende di rappresentare non è un sindacato, è un’altra cosa. Basterebbe dirlo, e ci capiremmo tutti meglio.