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Copenhagen: aspettando USA e Cina, c’è chi sa bene ciò che vuole

– Messa da parte la retorica catastrofista contenuta ad alte dosi nel melodrammatico video di apertura del vertice e chiusa in sordina la vicenda climagate, di cui si è già occupato per Libertiamo Marco Faraci, i partecipanti alla Conferenza sul clima hanno già mostrato le proprie carte.Se in un primo tempo l’Unione Europea sembrava voler garanzie in merito agli impegni che gli altri paesi intendevano assumere, prima di lanciarsi nell’obiettivo di ridurre del 30%, anziché del 20% le emissioni di CO2 per il 2020 rispetto al 1990, Gordon Brown non ha tardato ad uscire dal coro per sostenere quel traguardo per l’Europa “senza se e senza ma” .
Ma il ritorno politico che deriva dal dichiarare obiettivi tanto ambiziosi non può certo trovar impreparata Greenpeace, che, infatti, alza il tiro puntando ad una riduzione del 40% delle emissioni per i paesi industrializzati, che dovrebbero inoltre aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre del 15-30% le emissioni, mediante trasferimenti tecnologici e altri tipi di sostegno, per un valore di 140 miliardi all’anno.

Gli impegni che i governi democratici possono assumersi per un futuro lontano godono di un’affidabilità tutta da verificare, data la distanza tra l’assunzione della responsabilità ed il momento della rendicontazione. Più concreto il Bangladesh, che anziché lanciare traguardi lontani, preferisce dar voce alle proprie rivendicazioni pecuniarie: se mai si farà un fondo internazionale per il clima, Dacca fa sapere di volersene assicurare una quota pari al 15%, in virtù del maggior rischio a cui il paese è esposto in caso di innalzamento del livello dei mari.

Aspetti finanziari sono stati trattati anche dalla Francia, che ripropone l’idea di un’imposta per il clima sulle transazioni finanziarie pari allo 0.005%: una rivisitazione della Tobin Tax, che si distingue per essere più gravosa e per essere formulata senza tener conto di soluzioni alternative (perché sottrarre più soldi ai privati, anziché esigere dagli stati il recupero delle stesse risorse da una riduzione delle spese militari?).

Naturalmente gli occhi di Copenhagen rimangono puntati su Washington e sui due maggiori paesi in via di sviluppo che per la prima volta potrebbero accettare vincoli sulle emissioni di CO2: la Cina, primo paese al mondo per emissioni di CO2, e l’India, entrambi caratterizzati da un rapporto di emissioni per abitante che rimane basso, rispetto ai paesi industrializzati, nonostante la crescita degli ultimi anni (il dato cinese parla di un incremento del 178% dal 1990).

Sul fronte occidentale, l’attenzione è rivolta alle misure legislative che gli Stati Uniti stanno definendo per conseguire una riduzione delle emissioni di CO2, in attesa di una possibile svolta che nei prossimi giorni le parole di Obama potrebbero dare alla Conferenza.

Sul fronte orientale, Pechino chiede sforzi più consistenti da parte dei paesi industrializzati (riduzione del 25-40% delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2020 e contributi pari all’1% del pil per il trasferimento di tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo), per poter garantire, a sua volta, una riduzione pari al 40-45% non delle emissioni, ma del rapporto tra CO2 emessa e PIL. Questo, almeno, sembravano i propositi che andavano manifestandosi nelle scorse settimane, di cui si attende ora un riscontro. Analoga la posizione annunciata dall’India, che parla di una riduzione dell’intensità carbonifera pari al 25% .

Da sottolineare l’idea di porre gli obiettivi non in termini di valori assoluti di CO2, bensì sul piano dell’efficienza. Da una sfida allo sviluppo ad una mission tecnologica, parimenti dirigista nella sua implementazione, ma che non deve sperare nella crisi economica per dare i suoi frutti.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Copenhagen: aspettando USA e Cina, c’è chi sa bene ciò che vuole”

  1. nicola ha detto:

    è veramente una coincidenza che le intercettazioni “climagate” siano venuto fuori a pochi giorni dalla conferenza !

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