Ha ragione Filippo Rossi quando sostiene che il tradizionalismo di Calderoli assomiglia a quello di Charles Maurras e di Action Française.  Di un cristianesimo ateo e ideologico, degradato a principio di ordine e identità nazionale, non c’è di che rallegrarsi.  E fa pure un certo effetto vedere un Ministro leghista, che – neppure fosse un dirigente comunista della Chiesa patriottica cinese – intima all’Arcivescovo della più grande diocesi del mondo di mostrarsi più  legato ai sentimenti del popolo, cioè ai voleri del partito.

Ma il rumoroso cazzeggio leghista non ci ha stupito, né ci ha sbalordito che un dentista bergamasco con il cervello fino e la lingua velenosa si sia messo ad arringare le folle lombarde contro i guasti del Concilio Vaticano II (se è per questo, ci saremmo dovuti scompisciare nel vedere gli esponenti della sinistra massimalista accorrere come un servizio d’ordine democratico a protezione del Cardinale Arcivescovo).  Insomma, non sono state le parole a sorprenderci.

Sono stati piuttosto i silenzi a interessarci: quelli della Segreteria di Stato e della Conferenza Episcopale Italiana, innanzitutto, rotti solo dall’imbarazzato comunicato del portavoce della sala stampa vaticana, Padre Lombardi, che dichiarava “stupore e disappunto” (visti i precedenti, è un modo assai misurato per reagire ad un Ministro che ha accusato Tettamanzi di essere come “un prete mafioso in Sicilia“). Poi ci sono i silenzi, assai più prevedibili, dei vertici del PdL. La sproporzione tra l’affondo leghista e le reazioni è evidente.  Forse non rivela nulla:  c’era il ponte dell’Immacolata , si saranno tutti distratti. Forse dimostra che Tettamanzi è ormai considerato ovunque, da Palazzo Marino ai Palazzi Vaticani, un irregolare sulla via del pensionamento, che non vale la pena difendere e che è perfino opportuno lasciare in balia del tremendismo leghista.  Più probabilmente, però, i silenzi confermano che da Bertone a Berlusconi nessuno sa come uscire dal labirinto in cui Bossi tiene prigioniero il centro-destra italiano e la sua identità “cristiana”.

D’altra parte, se il “cristianesimo” diventa il nom de plume di questo sghangherato revanscismo etnico-religioso, in cui conta più il presepe che la messa e più la religione che la fede, allora le carte le dà Bossi e il banco lo tiene la Lega.