Purtroppo non nasce con Spatuzza l’antimafia dei pentiti

“Quando si sia alla presenza di convergenti dichiarazioni di più collaboratori, la presunta preordinazione delle stesse non può costituire un’inferenza discendente in via automatica dalla constatazione della coincidenza degli apporti narrativi (come tende a sostenere il ricorrente). È ovvio, infatti, che si rende indispensabile la verifica scrupolosa e meditata della autonomia di ogni singola collaborazione. Ma, in caso di positiva verifica dì attendibilità, dalla convergenza delle dichiarazioni possono e debbono trarsi (diversamente da quanto si ipotizza nel ricorso) tutte le inferenze ed implicazioni del caso, dovendosi in particolare dedurre l’efficacia di riscontro reciproco delle dichiarazioni convergenti con connesso consolidamento del quadro di accusa.” (Corte Suprema di Cassazione, Sezione VI Penale, Sentenza n. 542/2008, sul cosiddetto caso Contrada).

Detto in altri termini, per dimostrare la fondatezza di un’accusa, le rivelazione dei pentiti, quando siano convergenti e univoche, non vanno riscontrate, ma si riscontrano da sé e i pentiti sono attendibili salvo prova contraria: prova difficile da trovare da parte di chi ne viene accusato e difficile da accettare per chi, su quelle basi, muove l’accusa e non ha interesse a smontare il quadro accusatorio.

Al di là del latinorum giurisprudenziale, in cui è sempre complicato districarsi, è fin troppo chiaro che in questo modo si realizza una completa inversione dell’onere della prova. Se più pentiti rivelano alcune circostanze di fatto indimostrabili (ma di cui è altrettanto indimostrabile il contrario), non è più l’accusa ad inseguire l’accusato, per provarne la colpevolezza, ma l’accusato a rincorrere l’accusatore, per dimostrane l’inattendibilità.

Su tutto questo non è male riflettere oggi, all’indomani delle “rivelazioni” di Spatuzza e a pochi giorni dalla testimonianza di Filippo e Giuseppe Graviano e di Cosimo Lo Nigro. Il cappio giustizialista con cui lo Stato cerca di impiccare la mafia, può anche essere usato dalla mafia per strangolare lo Stato. E’ indecente affidare a Spatuzza i “sogni di riscossa”, fino a farne l’arma finale della guerra anti-berlusconiana. Ma non è credibile scoprire con Spatuzza il rischio di una giustizia alla mercé delle dichiarazioni dei pentiti e rivendicare insieme i risultati di un’antimafia che su questa “macchina delle verità” ha fondato troppi processi e troppi successi (anche quello contro il “mafioso” Contrada).


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “Purtroppo non nasce con Spatuzza l’antimafia dei pentiti”

  1. Luca Cesana ha detto:

    senza dimenticare Tortora e il fatto che tutti i suoi persecutori, invece che essere processati (e poi magari assolti, siamo garantisti e non a fasi alterne) o quantomeno cacciati con disonore dalla Magistratura, abbiano fatto carriera

  2. Avremmo diritto ad uno stato di diritto.Siamo stati solo capaci di tollerare che i proclami di pochi interessati divenissero dogmi da adottare senza se e senza ma. Siamo stati pressoché inerti ad assistere all’assalto della diligenza da parte di banditi che non cercavano dollari od orologi e ninnoli preziosi ma il sovvertimento delle logiche e degli assi fondanti della società liberale e della struttura liberale dello stato. La certezza del diritto ne è il cuore stesso. E Traiano, che liberale non era, fu colui che disse che preferiva mandare assolti cento malfattori piuttosto che condannare un solo innocente. Ci meravigliamo delle abnormità antigiuridiche, magari sancite con sofisticazione linguistica? Sono atti di guerra. Sono atti di una guerra combattuta senza certo ossequio alla Convenzione di Ginevra.

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