L’immigrazione cresce molto, perché il mercato del lavoro ne ha molto bisogno

– Secondo il XIX dossier Caritas/Migrantes pubblicato a fine ottobre, gli immigrati regolari residenti in Italia sono oggi circa 4.300.000. Con Spagna e Irlanda, l’Italia è tra i paesi europei che hanno visto moltiplicare più in fretta la quantità di stranieri negli ultimi 10 anni, superando per la prima volta la media europea, con un immigrato ogni 14 abitanti (l’incidenza degli immigrati in Italia è pari al 7,2% della popolazione, mentre nell’UE è del 6,2%). A partire dal nuovo millennio, in altre parole, la crescita della presenza straniera nel nostro paese – già di per sé significativa – si è tramutata in un vero e proprio boom, con un incremento netto di 278.000 nuovi immigrati all’anno (cifra che sale a 382.000 negli ultimi cinque anni) (FIERI 2009).

Di fronte a queste cifre, pare logico e opportuno domandarsi perché tale presenza sembri essere aumentata soprattutto in un decennio – l’ultimo – governato per la parte maggiore da governi di centro-destra insieme alla Lega, che hanno fatto del controllo dell’immigrazione uno dei punti cardine dei loro programmi.

Al fine di comprendere le origini di un simile paradosso, è necessario richiamare brevemente l’esordio delle politiche migratorie di centro-destra: la legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189), approvata durante il secondo governo Berlusconi. Se da un lato tale legge ha inasprito le norme sull’immigrazione clandestina, sulle procedure di riconoscimento e esplusione e sui cosidetti “respingimenti” alle frontiere degli irregolari, dall’altro la sua applicazione è stata caratterizzata da notevoli complicazioni amministrative e da conseguenti lungaggini burocratiche.

Nonostante l’irrigidimento delle norme la legge Bossi-Fini è stata accompagnata da quella che si è rivelata la più grande regolarizzazione di immigrati irregolari mai avvenuta in Europa, risultante nell’emissione di 647.000 permessi di soggiorno – un notevole incremento rispetto alla media di 200.000-250.000 extracomunitari sanati durante le precedenti regolarizzazioni. Tale episodio ha confermato – rinforzandolo – un trend che, seppur non ristretto al caso italiano, sembra raggiungere dimensioni particolarmente significative nel nostro paese. Secondo un recente studio dell’International Centre on Migration Policy Development (ICMPD), infatti, le 1.217.000 regolarizzazioni avvenute in Italia tra il 1996 e il 2008 hanno costituito più di un terzo del totale concesso dai 27 paesi membri dell’Unione Europea (3.244.061).

A tale fenomeno si dovrebbe poi aggiungere un’altra forma di ammissione ex post – il c.d. decreto flussi – che nei fatti equivale a una sanatoria e che contribuisce alla crescita regolare della presenza straniera in Italia. Tale decreto – introdotto dalla legge Turco-Napolitano (legge 6 marzo 1998, n. 40) – è un provvedimento del Presidente del Consiglio che, a cadenza almeno annuale, fissa il tetto numerico massimo (le “quote”) di ingressi  di cittadini extracomunitari per motivi di lavoro e il numero di permessi di soggiorno per motivi di studio che possono essere convertiti in permessi per lavoro.

La quota dei flussi varia di anno in anno sulla base di un documento programmatico triennale di pianificazione degli ingressi. Con la legge Bossi-Fini il decreto flussi è divenuto facoltativo e non più obbligatorio, per cui sarebbe teoricamente possibile decidere per un anno di non far entrare nessun cittadino extracomunitario, riducendo così – almeno sulla carta – il flusso immigratorio. Nella pratica, i decreti flussi hanno funzionato negli ultimi anni come una sorta di sanatoria silente, soprattutto a partire dal 2006. Silente perché, sebbene in principio gli immigrati debbano essere assunti mentre ancora si trovano all’estero, nei fatti il reclutamento della forza lavoro avviene spesso tra quegli immigrati già residenti illegalmente nel nostro paese (qualora l’immigrato venisse assunto, a questi non resta che tornare nel suo paese d’origine, ritirare il visto e dunque tornare in Italia, stavolta legalmente).

Sulla base di tali considerazioni, è evidente come la rigidità nelle politiche degli ingressi non basti a scoraggiare tanti immigrati, che scelgono di intraprendere avventure illegali e rischiose; chiuse le porte, si entra ugualmente scavalcando il muro, e in cifre sempre maggiori. Senza voler demonizzare né le sanatorie né i decreti flussi, è opportuno riflettere su quanto si è sperimentato al fine di trarne lezioni utili per il futuro. Da un lato, infatti, tali interventi non fanno che rispondere a quello che risulta essere un bisogno oggettivo del mercato lavorativo italiano. Come recentemente dimostrato da uno studio della Banca d’Italia, nell’ultimo decennio la crescita dell’occupazione – soprattutto al Centro Nord – è stata sostenuta in maniera significativa dalla crescente presenza straniera.

L’afflusso di lavoratori immigrati – impiegati principalmente con mansioni tecniche e operaie – ha non solo contrastato il progressivo invecchiamento della popolazione, ma anche contribuito a sostenere le possibilità occupazionali degli italiani più istruiti e delle donne (le quali hanno usufruito della maggiore disponibilità di servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani). In altre parole, la manodopera straniera pare essere complementare a quella italiana, piuttosto che sostitutiva.

D’altro canto, è necessario sottolineare come l’utilizzo di sanatorie comporti che una parte significativa degli immigrati ora regolari abbia alle spalle un periodo di irregolarità, con tutti gli effetti che un tale passato può avere sulla via dell’integrazione. La sanatoria è un provvedimento di emergenza, e come tale dovrebbe essere utilizzato. Con la programmazione dei flussi è possibile realizzare, al contrario, una politica migratoria vera e propria, che vada a beneficio della nostra economia e garantisca dignità agli stranieri lavoratori, aumentandone le possibilità di integrazione.

Questa programmazione può avvenire sia attraverso la stipulazione di accordi bilaterali con i paesi da cui arriva l’immigrazione, che attraverso i decreti flussi, a patto la loro attuazione non sia inficiata da insufficienze amministrative e mancanza di risorse adeguate – problematiche, queste, che paiono aver costantemente ostacolato l’azione nell’ambito delle politiche migratorie dei recenti governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra.


Autore: Giovanna Lauro

Nata a Perugia nel 1981, dottoranda all'Università di Oxford, dove si occupa del fenomeno dei matrimoni forzati in Francia e Gran Bretagna presso il Center on Migration, Policy and Society (COMPAS). Laureatasi in Scienze Politiche all'Università di Bologna, ha conseguito un master in economia e politica internazionale presso la Johns Hopkins University. Esperta di politiche di integrazione degli immigrati, ha lavorato con le Nazioni Unite in programmi di sviluppo internazionale atti alla promozione dei diritti delle donne.

19 Responses to “L’immigrazione cresce molto, perché il mercato del lavoro ne ha molto bisogno”

  1. Gulliver Nemo ha detto:

    Premesso che non abbiamo molto bisogno di vu cumpra’, di lavavetri e di accattoni, ne di manovalanza per la delinquenza organizzata, non abbiamo nemmeno bisogno di stupratori (potremmo farcela da soli a soddisfare le nostre donne), di musulmani poligami che sposino anche un’italiana (preferirei una femminista) per poi imporgli le loro regole barbare e maschiliste, di spacciatori di droga, di rapinatori di ville e appartamenti, di prostitute e dei loro papponi (anche se effettivamente il mercato nostrano delle care vecchie mignotte italiane e’ ormai schiacciato dalla concorrenza di minorenni dell’est e dei trans sudamericani), di barboni aggiuntivi che dormono e si ubriacano nei parchetti destinati ai nostri bimbi……
    Tutto cio’ premesso, e’ vero che ci sono mestieri che gli italiani non vogliono fare piu’ e che gli imprenditori che producono in Italia hanno difficolta’ a reperire operai che lavorino in nero o ai minimi salariali, che accettino di lavorare in ambienti disagiati e pericolosi, senza prevenzione per la sicurezza. Quindi hanno sicuramente bisogno, per essere competitivi e mantenere i propri margini di guadagno, di immigrati sottopagati che caschino dalle impalcature dei cantieri, muoiano nelle fonderie o si infortunino nei campi (dove e’ piu’ facile seppellirli che denunciarli all’Inail. E poi ci sono i cinesi, a cui affittare i nostri capannoni dismessi per produrre illegalmente lavorando 12 ore al giorno (bambini compresi) dormendo accatastati sul posto di lavoro. I piu fortunati sono domestiche e badanti, salvo poi pagare cifre assurde in nero per alloggiare in quattro in una stanza offerta da un benefattore/evasore (magari in tonaca).
    E quelli che lavorano regolarmente per 800 – 1000 euro? Si dira’ che per loro e’ tanto e ci mantengono pure la famiglia all’estero, mentre un italiano nn accetterebbe uno stipendio cosi basso. Pero’ l’italiano ha una casa dove andare a dormire. L’operaio rumeno non se la puo’ permettere…e nessuno si preoccupa che dorma in baracche abusive. Che siano questi imprenditori che li assumono a preoccuparsi anche per l’alloggio, altrimenti niente lavoro e permesso di soggiorno! Finiamola con le ipocrisie buoniste…mentre le nostre fabbriche si stanno spostando all’estero.

  2. andrea asoni ha detto:

    l’idea che il mercato del lavoro italiano abbia “bisogno” dell’immigrazione e’ un cliche’, purtroppo oramai quasi universalmente accettato, che non credo abbia alcuna reale fondazione.

    la nostra economia e’ anemica e non cresce di fatto da 15 anni. sicuramente non e’ cresciuta negli ultimi dieci. non si capisce perche’ un’economia che non cresce, in cui la produttivita’ non cresce, in cui i salari non crescono abbia necessita’ di in influsso di lavoratori stranieri. si potrebbe fare un discorso piu’ sofisticato sulla composizione della forza lavoro ma tale discorso semplicemente ci porterebbe alla questione piu’ importante: che tipo di economia vuole avere l’Italia? ad alto valore aggiunto o basso valore aggiunto? vogliamo competere con la Germania e gli USA o con la Cina?

    l’articolo correttamente invece suggerisce la reale ragione dell’aumento dell’immigrazione in italia: le sanatorie. Quando l’immigrazione clandestina viene sistematicamente legalizzata, quando di fatto non vi e’ differenza tra immigrati clandestini e immigrati regolari il risultato e’ un boom nell’immigrazione clandestina.

  3. Eppure è semplice, lapalissiano, addirittura: tanto più si attira l’attenzione su di un problema, sulla “soluzione” del quale si punta elettoralmente, quanto più s’avrà interesse a che il problema s’ingigantisca, per drenare più voti.
    Lo stesso “copione”, l’abbiam già visto colla “War on Drugs”, ad esempio, prima d’iniziar la quale, quasi nessuno faceva uso di sostanze…
    @Gulliver: scusa, non che quanto dici non si condivisibile, per carità, ma, se già adesso, le industrie scappano all’estero, cosa è prevedibile che succeda, gravando gl’imprenditori di ulteriori oneri & responsabilità? Che scappino a gambe levate, purtroppo, direi! Non credi?

  4. Gulliver Nemo ha detto:

    Appunto, bisogna decidere cosa vogliamo. Se delocalizziamo le industrie, c’e’ ancora meno bisogno di manod’opera, e quindi anche di immigrati. A menoche’ non vogliamo far concorrenza ai cinesi e coreani, mantenendo la produzione in italia, tramite lo sfruttamento degli immigrati. Questa seconda soluzione mi sembra peggiore … e in entrambi i casi non si salvano i posti di lavoro degli italiani. Quindi l’unica possibilita (escludendo un ritorno al protezionismo o all’autarchia) e’ quella di investire nei settori ad alto valore aggiunto, nelle eccellenze italiane e in ricerca, e smetterla di buttare i soldi per i grandi baracconi o per la solita Fiat.

  5. Su questo punto, totalmente d’accordo! Ma saremo in grado di “invertire la rotta” in tempo utile? Chi vivrà, vedrà…

  6. J1nz0 ha detto:

    @Asoni:

    Ma una osservazione della realtà non è meglio di tanti ideologici voli pindarici?
    Non so, lei è mai stato in un mercato? O in un cantiere?
    Ma secondo lei come mai le colf sono tutte straniere, mi faccia capire.

  7. DM ha detto:

    Articolo molto interessante, complimenti all’autrice. Il dato del XIX dossier Caritas/Migrantes è sicuramente un punto di partenza per formulare ipotesi sul fenomeno immigrazione nel nostro Paese e nella UE e la ringrazio per il riferimento. Se può indicarmi ulteriori fonti informative (con dati grezzi da elaborare) le sarei particolarmente grato.

  8. Massimo Massimi ha detto:

    L’economia richiede LAVORATORI! I clienti di Caritas/Mignantes sono NON lavoratori!

  9. andrea asoni ha detto:

    @ J1nz0:

    quindi prima dell’ingresso di tanti stranieri non avevamo cantieri, mercati o badanti?
    Il fatto che l’ingresso di tanti stranieri, unskilled workers, spinga al ribasso i salari nei settori prevalentemente unskilled labor intensive e dunque produca un displacement degli unskilled locali da parte degli unskilled importati, danneggiando gli unskilled locali dunque non solo attraverso la diminuzione dei salari ma anche attraverso la perdita del posto di lavoro, non deve distrarre.

    C’e’ qualcosa che e’ anche meglio dell’osservazione della realta’, ovvero lo studio sistematico della realta’. Lo studio sistematico della realta’, volgarmente chiamato economia, ci dice che l’immigrazione e’ sempre stata storicamente un fenomeno “pull” nel breve periodo (tranne casi estremi come carestie e guerre) e un fenomeno “push” nel lungo periodo. Tradotto volgarmente questo significa che nel lungo periodo quello che conta e’ il differenziale tra salari reali nei due paesi, e nel breve periodo quello che conta e’ il business cycle del paese ospitante.

    Siccome stiamo parlando della recente impennata negli ingressi (si parla nell’articolo dell’ultimo decennio) ci interessa capire cosa nel breve periodo ha causato questo cambiamento. Ci sono due possibilita’: l’italia e’ cresciuta al 10% annuo per cui l’esplosione della domanda di lavoro doveva essere necessariamente seguita da un ampliamento della forza lavoro (business cycle explanation), oppure il costo della clandestinita’, ovvero la ragione per cui il 50% della popolazione della sierra leone non risiede in Italia, e’ andato giu’. Ora siccome non mi pare che l’italia sia cresciuta forsennatamente negli ultimi dieci anni (anzi il sud del nostro paese si e’ economicamente ristretto e il paese nel suo complesso non e’ cresciuto) mi pare che il cerchio si restringa.

    Quando l’ingresso clandestino in italia non e’ piu’ punito attraverso la esclusione dai benefici che il nostro paese offre (posti di lavoro, accesso a scuole, ospedali, cibo di qualita’ superiore e prezzo inferiore, migliore qualita’ delle abitazioni… in generale della qualita’ della vita) allora entrare nel nostro paese diventa piu’ facile, meno costoso. Questo ovviamente non fa che pendere la bilancia dei costi/benefici dell’immigrazione clandestina dalla parte dei benefici piuttosto che dei costi, cosi’ che molte persone che prima non avevano intenzione di venire (o per le quali era troppo costoso) decideranno di venire a cercar fortuna nel nostro paese.

    Questa non e’ solo una violazione del patto di cittadinanza con i cittadini italiani (a che vale essere cittadini se chiunque abbia il coraggio di venire clandestinamente ha automaticamente quasi gli stessi diritti?) ma anche una violazione del patto con gli immigrati legali (a che vale seguire l’iter burocratico per venire in italia legalmente se poi si puo’ venire illegalmente e presto ottenere gli stessi benefici?).

    L’idea che il nostro mercato del lavoro abbia “bisogno” degli immigrati, o che tale bisogno ammonti al 7% della popolazione e’ una scusa che coloro che non intendono affrontare il problema seriamente usano per giustificarsi.

  10. @Andrea Asoni: hai già scritto tanto, lo so. Ma, già che ci sei, mi spiegheresti come mai, od anché perché, alcuni cittadini italiani non intenderebbero affrontare il problema seriamente, secondo te?
    Apparentemente, sebra esservi una grave divergenza d’interessi, sulla questione, tra i varii cittadini del nostro Paese.
    O ritieni la cosa sia imputabile a semplice ignoranza in materia, di alcuni di essi/noi?
    Resto in trepidante attesa d’una tua cortese risposta…

  11. Inviterei tutti i gentili ed interessati interlocutori a leggere il bel testo di Alessandro Barbero “Barbari” con sottotitolo “Immigrati, profughi, deportati nell’Impero Romano”. E’ di tremenda attualità.

  12. Ma dove lo troviamo, on line, gentile Pier Carlo de Cesaris? Non vedo nessun link, allegato al suo gentile commento, di cui peraltro la ringraziamo comunque…

  13. @ Alessandro Meli Lupi di Soragna. Purtroppo non so dire se esista una pubblicazione on line del testo. Ne posseggo copia per i tipi degli Editori Laterza ed 2008. Sono io che ringrazio Lor Signori per i commenti sempre interessanti e puntuali agli articoli sempre interessanti e puntuali che appaiono su Libertiamo. La mia tesi è che, purtroppo, nessuno profitta di quella straordinaria, severissima e puntualissima maestra che è la Storia. Sappiamo tutti che all’ignoranza crassa dei suoi scolari ella replica sempre, reiterando la stessa lezione.I miei link sono p.decesaris@economisti.info e eurotechne@mclink.it.

  14. J1nz0 ha detto:

    @Andrea:

    “quindi prima dell’ingresso di tanti stranieri non avevamo cantieri, mercati o badanti?”

    Sì, che li avevamo, senza dubbio. Avevamo anche (e ancora la abbiamo) una sindacalizzazione del mercato del lavoro vergognosa, che rende quelli che lei chiama “unskilled locali” assolutamente insostenibili per una azienda locale, molestando la crescita economica.
    Ora, a quanto ho capito, io e lei abbiamo un problema sullo stabilire che cosa sia causa e che cosa sia effetto. Io dico che gli stranieri entrino nel mercato del lavoro come effetto del disastro delle politiche welfaristiche, lei dice che vi entrino grazie alle politiche sull’immigrazione libera e che siano causa del disastro.

    “Ora siccome non mi pare che l’italia sia cresciuta forsennatamente negli ultimi dieci anni (anzi il sud del nostro paese si e’ economicamente ristretto e il paese nel suo complesso non e’ cresciuto) mi pare che il cerchio si restringa”.

    A lei manca la terza ipotesi, quella di cui sopra. Quella di cui parlava pure Friedman tempo fa nel suo blog. Prenda per buona questa analogia: se un cd musicale costa 22 euro e su internet lo scarico gratis, perchè lo scarico su internet violando la legge?

    “Quando l’ingresso clandestino in italia non e’ piu’ punito attraverso la esclusione dai benefici che il nostro paese offre (posti di lavoro, accesso a scuole, ospedali, cibo di qualita’ superiore e prezzo inferiore, migliore qualita’ delle abitazioni… in generale della qualita’ della vita) allora entrare nel nostro paese diventa piu’ facile, meno costoso”.

    Su questo ha ragione, ma le chiedo, non le pare un problema legato al welfare state per gli immigrati, piuttosto che al costo del lavoro per le aziende?

    “L’idea che il nostro mercato del lavoro abbia “bisogno” degli immigrati, o che tale bisogno ammonti al 7% della popolazione e’ una scusa che coloro che non intendono affrontare il problema seriamente usano per giustificarsi.”

    L’idea che il mercato del lavoro abbia bisogno degli immigrati è solo la fisiologica conseguenza di un Paese in cui le piazze sono affollate di operatori del call center che urlano per il posto fisso.

  15. Carmelo Palma ha detto:

    La tesi di Andrea Asoni (che, in linea teorica, è assai razionale) è che la ragione dell’invasione clandestina, progressivamente e parzialmente sanata, stia nel basso costo sociale, economico e giudiziario della clandestinità. Da questo deriverebbe la sovrabbondante offerta di forza lavoro straniera, la sua obiettiva competitività con quella nazionale, e l’impressione che sia il mercato del lavoro italiano a “chiedere” stranieri.

    Questa spiegazione però non spiega perchè l’occupazione regolare degli stranieri salga anche mentre quella degli italiani scende (http://www.libertiamo.it/2009/06/22/l’occupazione-non-crolla-grazie-agli-stranieri/) e perché, come abbiamo già avuto modo di discutere, il tasso di attività e occupazione degli stranieri regolari sia in così forte controtendenza con quello degli italiani (http://www.libertiamo.it/2009/09/29/italiani-e-stranieri-la-cittadinanza-e-merito-o-rendita/).

    Io sono convinto che la “debolezza” nazionale che ha indotto un aumento assai robusto dell’immigrazione straniera stia nel basso tasso di attività degli italiani e non solo tra gli unskilled workers (anche se non c’è dubbio che un decennio in cui l’occupazione è cresciuta assai più del Pil ha avvantaggiato gli stranieri). Inoltre, dal punto di vista culturale e dell’etica civile, penso che questa sia una lezione formidabile, molto positiva, e, se mi si consente l’ironia, molto “di destra”.

  16. J1nz0 ha detto:

    Io sono convinto del fatto che molti lavoratori stranieri utilizzino questa strategia: vengono in Italia, vivono in otto dentro lo stesso appartamento, si fanno assumere al minimo sindacale prendendo sopra un’aggiunta in nero, oppure lavorano direttamente al di fuori della legalità. Racimolano un gruzzolo di soldi e tornano dopo qualche anno nei loro Paesi di origine, dove il valore della moneta è molto inferiore all’euro e gli stipendi, così come il costo della vita, quattro volte inferiori rispetto al nostro (prendendo il caso dell’Europa dell’est).

    Un vecchio manifesto della Fiamma Tricolore recitava: “non ci sono lavori che gli italiani non vogliono più fare, ci sono stipendi che gli italiani non possono più accettare”. Io sono sostanzialmente d’accordo con questa interpretazione, ma aggiungerei che ci sono aziende che non possono pagare gli stipendi richiesti.

  17. Giovanna Lauro ha detto:

    Innanzitutto mi scuso per il ritardo con cui intervengo in questo dibattito, e ringrazio per i numerosi commenti. Lo scopo dell’articolo era quello di offrire un’analisi basata su dati oggettivi e possibilmente scevra di ideologie. Lungi da me affermare che l’immigrazione non presenti aspetti problematici per il mercato del lavoro (e non solo per quello) – credo pero’ che un’analisi basata su fatti e cifre ci possa orientare verso una sua visione realistica e più positiva.

    Partendo nuovamente dai numeri: nonostante il consistente afflusso di stranieri (mediamente più giovani e con tassi di fecondità maggiori degli italiani), nel nostro paese nei prossimi quarant’anni la quota di persone con oltre 80 anni passerà dal 5,3 a oltre il 13 per cento. In tale contesto, gli immigrati giungerebbero a rappresentare oltre il 17 per cento della popolazione residente e circa il 22 per cento di quella in età da lavoro. Come suggerito da un recente rapporto della Banca d’Italia sull’invecchiamento della popolazione (http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/Visco_SIE_Perugia_251008.pdf), questi processi sono in larga misura inevitabili. Di conseguenza, occorre comprendere appieno gli effetti della crescente presenza straniera sul mercato del lavoro al fine di individuare la corretta misura degli interventi politici ed economici atti a massimizzarne l’impatto positivo.

    Secondo gli economisti della Banca d’Italia, oltre alla già menzionata possibilità di trasferire sul mercato alcuni servizi domestici e di assistenza che altrimenti sarebbero stati prevalentemente svolti in autonomia, la presenza di immigrati pare avere effetti positivi anche sul comportamento di investimento delle imprese. L’assorbimento della maggiore forza lavoro, infatti, avverrebbe prevalentemente attraverso la creazione di nuove imprese. Inoltre, una maggiore presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro locale sembrerebbe essere associata con maggiori tassi di investimento delle imprese manifatturiere, soprattutto nelle nuove tecnologie – in particolare nelle regioni a maggior presenza di immigrati provenienti dall’Europa orientale, caratterizzati da un maggior tasso di istruzione.

    Nonostante tale effetti positivi, restano importanti problematiche da affrontare. L’immigrazione in Italia, infatti, è ancora caratterizzata da un basso livello di qualificazione del capitale umano, soprattutto se confrontato con quello attirato dai paesi vicini. Le nuove generazioni di stranieri – componente rilevante della futura forza lavoro italiana – registrano significativi tassi di abbandono scolastico e un livello di competenze inferiore a quello degli italiani (già mediocre se paragonato al contesto internazionale). Tuttavia, è importante sottolineare come – secondo Bankitalia – il processo di integrazione economica e sociale degli immigrati paia migliorare con il perdurare della loro permanenza in Italia.

    Alla luce di tali considerazioni, la vera emergenza migratoria in Italia sembra essere la mancanza di un consistente “pacchetto integrazione” che prepari allo scenario di metà secolo, quando ci troveremo a convivere con oltre dieci milioni di immigrati – la cui presenza sarà necessaria per il funzionamento del Paese. L’immigrazione è un dato di fatto e una necessità – se non troveremo un modo di parlarne piu’ lucido e meno ideologico, resteremo incapaci di gestire responsabilmente l’Italia che si va costruendo, nella quale già adesso 1 ogni 14 abitanti è un cittadino straniero regolarmente soggiornante.

    DM:
    Con riferimento alla richiesta di ulteriori fonti informative, suggerisco di controllare quelle menzionate dal Centro Studi Immigrazione (CESTIM) nella sezione “Dati Statistici”: http://www.cestim.org/index.htm.

    Massimo Massimi:
    Il Dossier Caritas/Migrantes, nonostante le innegabili motivazioni pastorali di Caritas e Migrantes (che Alessandro Barbero, nel libro gentilmente segnalato da Pier Carlo de Cesaris, definirebbe “l’attrazione fatale” delle forze cristiane per i barbari), fornisce constatazioni oggettive sulla base dei dati, che da due decenni continuano a essere forniti con accuratezza e con completezza. Stando ai dati Caritas, almeno 2 milioni di immigrati regolari sono lavoratori e fonte di benessere, producendo il 10% della ricchezza nazionale e versando contributi previdenziali.

    Gulliver Nemo:
    Le Sue premesse si rifanno alla comune associazione di immigrati e criminali. Vorrei farle notare che, nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro paese è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23 per cento e l’1,40 per cento, contro lo 0,75 per cento). Per di piu’, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani – come dimostrato da un recente dossier Caritas/Migrantes sulla criminalità degli immigrati (http://www.giornalismi.info/mediarom/docs/233.pdf). Ovviamente i dati cambiano per quanto concerne gli immigrati irregolari, il cui tasso di criminalità sale significativamente a causa dei reati relativi alla condizione stessa di irregolarità, e che comunque costituiscono una minoranza rispetto a quanti regolarmente risiedono nel nostro paese.
    Se la criminalità dovesse crescere di pari passo con l’immigrazione, questa sarebbe giustamente una fonte di allarme sociale; in realtà, i dati dimostrano come molto spesso gli stranieri siano diventati un capro espiatorio per lenire la nostra insicurezza in una fase di crisi economica e cambiamenti culturali.

  18. DM ha detto:

    Grazie Giovanna, ho trovato i dati che cercavo.

  19. gulliver.nemo ha detto:

    Gentile Giovanna Lauro, non mi sembra che la premessa al mio ragionamento fosse basato sull’equazione immigrato=delinquente, ma cercavo di fare un analisi non ideologica sulle condizioni di lavoro degli immigrati, del reddito percepito e della “loro” sicurezza (safety not security!…per esempio in cantiere). Inoltre ho parlato della globalizzazione del mercato, della competitività delle nostre imprese e, solo marginalmente, delle conseguenze, che sono sotto gli occhi di tutti, della non integrazione nel nostro mondo del lavoro degli eccessivi flussi di immigrati (considerando anche i clandestini) rispetto al reale fabbisogno (a condizioni regolari e mon di sfruttamento), e che vengono ulterirmente alimentati da false aspettative. Queste conseguenze, purtroppo. rendono invivibili delle zone di alcune città italiane…ed inutilmente sovraffollate le carceri.

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