– Secondo il XIX dossier Caritas/Migrantes pubblicato a fine ottobre, gli immigrati regolari residenti in Italia sono oggi circa 4.300.000. Con Spagna e Irlanda, l’Italia è tra i paesi europei che hanno visto moltiplicare più in fretta la quantità di stranieri negli ultimi 10 anni, superando per la prima volta la media europea, con un immigrato ogni 14 abitanti (l’incidenza degli immigrati in Italia è pari al 7,2% della popolazione, mentre nell’UE è del 6,2%). A partire dal nuovo millennio, in altre parole, la crescita della presenza straniera nel nostro paese – già di per sé significativa – si è tramutata in un vero e proprio boom, con un incremento netto di 278.000 nuovi immigrati all’anno (cifra che sale a 382.000 negli ultimi cinque anni) (FIERI 2009).

Di fronte a queste cifre, pare logico e opportuno domandarsi perché tale presenza sembri essere aumentata soprattutto in un decennio – l’ultimo – governato per la parte maggiore da governi di centro-destra insieme alla Lega, che hanno fatto del controllo dell’immigrazione uno dei punti cardine dei loro programmi.

Al fine di comprendere le origini di un simile paradosso, è necessario richiamare brevemente l’esordio delle politiche migratorie di centro-destra: la legge Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189), approvata durante il secondo governo Berlusconi. Se da un lato tale legge ha inasprito le norme sull’immigrazione clandestina, sulle procedure di riconoscimento e esplusione e sui cosidetti “respingimenti” alle frontiere degli irregolari, dall’altro la sua applicazione è stata caratterizzata da notevoli complicazioni amministrative e da conseguenti lungaggini burocratiche.

Nonostante l’irrigidimento delle norme la legge Bossi-Fini è stata accompagnata da quella che si è rivelata la più grande regolarizzazione di immigrati irregolari mai avvenuta in Europa, risultante nell’emissione di 647.000 permessi di soggiorno – un notevole incremento rispetto alla media di 200.000-250.000 extracomunitari sanati durante le precedenti regolarizzazioni. Tale episodio ha confermato – rinforzandolo – un trend che, seppur non ristretto al caso italiano, sembra raggiungere dimensioni particolarmente significative nel nostro paese. Secondo un recente studio dell’International Centre on Migration Policy Development (ICMPD), infatti, le 1.217.000 regolarizzazioni avvenute in Italia tra il 1996 e il 2008 hanno costituito più di un terzo del totale concesso dai 27 paesi membri dell’Unione Europea (3.244.061).

A tale fenomeno si dovrebbe poi aggiungere un’altra forma di ammissione ex post – il c.d. decreto flussi – che nei fatti equivale a una sanatoria e che contribuisce alla crescita regolare della presenza straniera in Italia. Tale decreto – introdotto dalla legge Turco-Napolitano (legge 6 marzo 1998, n. 40) – è un provvedimento del Presidente del Consiglio che, a cadenza almeno annuale, fissa il tetto numerico massimo (le “quote”) di ingressi  di cittadini extracomunitari per motivi di lavoro e il numero di permessi di soggiorno per motivi di studio che possono essere convertiti in permessi per lavoro.

La quota dei flussi varia di anno in anno sulla base di un documento programmatico triennale di pianificazione degli ingressi. Con la legge Bossi-Fini il decreto flussi è divenuto facoltativo e non più obbligatorio, per cui sarebbe teoricamente possibile decidere per un anno di non far entrare nessun cittadino extracomunitario, riducendo così – almeno sulla carta – il flusso immigratorio. Nella pratica, i decreti flussi hanno funzionato negli ultimi anni come una sorta di sanatoria silente, soprattutto a partire dal 2006. Silente perché, sebbene in principio gli immigrati debbano essere assunti mentre ancora si trovano all’estero, nei fatti il reclutamento della forza lavoro avviene spesso tra quegli immigrati già residenti illegalmente nel nostro paese (qualora l’immigrato venisse assunto, a questi non resta che tornare nel suo paese d’origine, ritirare il visto e dunque tornare in Italia, stavolta legalmente).

Sulla base di tali considerazioni, è evidente come la rigidità nelle politiche degli ingressi non basti a scoraggiare tanti immigrati, che scelgono di intraprendere avventure illegali e rischiose; chiuse le porte, si entra ugualmente scavalcando il muro, e in cifre sempre maggiori. Senza voler demonizzare né le sanatorie né i decreti flussi, è opportuno riflettere su quanto si è sperimentato al fine di trarne lezioni utili per il futuro. Da un lato, infatti, tali interventi non fanno che rispondere a quello che risulta essere un bisogno oggettivo del mercato lavorativo italiano. Come recentemente dimostrato da uno studio della Banca d’Italia, nell’ultimo decennio la crescita dell’occupazione – soprattutto al Centro Nord – è stata sostenuta in maniera significativa dalla crescente presenza straniera.

L’afflusso di lavoratori immigrati – impiegati principalmente con mansioni tecniche e operaie – ha non solo contrastato il progressivo invecchiamento della popolazione, ma anche contribuito a sostenere le possibilità occupazionali degli italiani più istruiti e delle donne (le quali hanno usufruito della maggiore disponibilità di servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani). In altre parole, la manodopera straniera pare essere complementare a quella italiana, piuttosto che sostitutiva.

D’altro canto, è necessario sottolineare come l’utilizzo di sanatorie comporti che una parte significativa degli immigrati ora regolari abbia alle spalle un periodo di irregolarità, con tutti gli effetti che un tale passato può avere sulla via dell’integrazione. La sanatoria è un provvedimento di emergenza, e come tale dovrebbe essere utilizzato. Con la programmazione dei flussi è possibile realizzare, al contrario, una politica migratoria vera e propria, che vada a beneficio della nostra economia e garantisca dignità agli stranieri lavoratori, aumentandone le possibilità di integrazione.

Questa programmazione può avvenire sia attraverso la stipulazione di accordi bilaterali con i paesi da cui arriva l’immigrazione, che attraverso i decreti flussi, a patto la loro attuazione non sia inficiata da insufficienze amministrative e mancanza di risorse adeguate – problematiche, queste, che paiono aver costantemente ostacolato l’azione nell’ambito delle politiche migratorie dei recenti governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra.