Autonome, ma senza portafoglio. Che Authorities sarebbero?

C’è un emendamento alla Finanziaria di cui non si comprendono le ragioni e di cui si presagiscono le conseguenze. Tutte negative, purtroppo.

Tale emendamento prevede l’istituzione, presso il Ministero dell’economia e delle finanze, di un fondo perequativo –  finalizzato al finanziamento di nove amministrazioni statali, tra cui le più importanti Authority – sul quale dovrebbero confluire “per la parte non coperta dal finanziamento a carico del bilancio dello Stato, tutte le entrate proprie di tali autorità indipendenti stabilite da disposizioni vigenti”. L’ammontare complessivo di queste risorse sarebbe poi ripartito dal Governo, entro il 30 novembre di ogni anno, tra le nove amministrazioni interessate: Consob, Antitrust, Agcom, Autorità per l’Energia, Covip, Garante della Privacy, Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, Isvap e Commissione di garanzia per gli scioperi.
Tra questi nove enti, vi è al momento un’estrema varietà dei sistemi di finanziamento. Alcuni di essi sono totalmente autonomi: l’Autorità per l’Energia elettrica ed il Gas si finanzia attraverso un contributo a carico delle imprese regolate, così come l’Isvap (che incassa anche degli interessi sui depositi bancari); il Garante per la Privacy e la Commissione di garanzia sugli scioperi sono completamente a carico del bilancio dello Stato; le rimanenti amministrazioni beneficiano di fondi pubblici, ma anche di tariffe ed eventuali sanzioni a carico dei soggetti regolati.

Il sistema è asimmetrico “e lascia insoddisfatti – come ha scritto Carlo Stagnaro su Chicago-Blog – soprattutto quelli che, dovendo negoziare col Tesoro, si sentono in qualche modo i cugini poveri”. Insomma, se lo status quo è insufficiente, la soluzione migliore sarebbe stata una maggiore messa in autonomia finanziaria delle amministrazioni che non lo sono ancora. Per Stagnaro, “sarebbe un tentativo grandemente apprezzato dal mercato, che più di tutto teme la volubilità dei decisori”, perché “un regolatore che, per la propria sussistenza, debba trattare col governo, deve subirne i capricci, dà meno garanzie di stabilità”.

L’emendamento alla Finanziaria, sottoscritto da alcuni deputati del PDL, va nella direzione opposta: tutte le risorse destinate alle autorità indipendenti verrebbero inglobate in un fondo governativo e dall’esecutivo ripartite secondo criteri di assoluta discrezionalità. Insomma, si minerebbe la stessa indipendenza delle autorità, il principio su cui si basa la loro stessa esistenza. D’altro canto, il Ministero del Tesoro verrebbe a trovarsi in una situazione di chiaro conflitto d’interesse “nel distribuire – si legge in una segnalazione dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas al Parlamento – le risorse economiche ad autorità che esercitano poteri di regolazione e vigilanza su imprese in cui lo stesso dicastero detiene significative partecipazioni azionarie”.

Inoltre, la norma proposta finirebbe per finanziare – con onere a carico delle sole imprese che operano nei settori regolati  – anche amministrazioni del tutto estranee a tali settori nonché autorità che operano a livello trasversale su tutti i mercati svolgendo attività di vigilanza sulle imprese soggette alla concorrenza (introducendo una sostanziale forma di tassazione occulta sui suddetti settori regolati).
Per l’Autorità dell’energia elettrica ed il gas, l’effetto sarebbe particolarmente evidente, essendo l’Authority l’unico soggetto – insieme all’Isvap – a finanziarsi esclusivamente tramite il contributo delle imprese operanti sui mercati da essa regolati. Dovendo versare il frutto del suo lavoro nel fondo governativo, perderebbe tutta l’autonomia (e l’incentivo all’efficienza, aggiungiamo) di oggi.
Altre amministrazioni coinvolte si limiterebbero a versare sul fondo una parte minima delle proprie risorse o addirittura a non versare nulla. Tale disparità rende evidente come si stia dando vita ad una perequazione del tutto impropria, in quanto intercorrente tra soggetti istituzionali del tutto disomogenei tra loro per struttura, funzione e modalità di finanziamento.

Infine, il Fondo finirebbe paradossalmente per determinare esso stesso un effetto sperequativo in quanto, ad esempio, l’Autorità Garante per la concorrenza e il mercato, la cui attività di vigilanza e garanzia della concorrenza si estende a tutti i mercati, verrebbe ad essere finanziata solo dalle imprese che operano nei suddetti settori regolati, il che darebbe luogo ad una ingiustificata disparità di trattamento a vantaggio di tutte le altre imprese con conseguente effetto distorsivo della concorrenza. Per comprendere questo meccanismo poniamo, per ipotesi, che la AGCM vigili su 100 imprese, di cui 40 soggette a regolazione anche da parte di altra autorità (una utility dell’energia per esempio) alla quale, fino ad oggi, versavano una tariffa. Con l’emendamento le tariffe versate dalle suddette 40 imprese alle singole autorità di settore confluirebbero in un unico fondo destinato ad essere ripartito tra tutte le autorità di garanzia. Il risultato, nel caso ipotetico descritto, sarebbe la distorsione del gioco concorrenziale, perché il finanziamento dell’AGCM, che regola 100 imprese, graverebbe soltanto sulle 40 già tenute a versare tariffe, lasciando alle residue 60 una posizione di privilegio.

Il tempo per ravvedersi c’è ancora. La revisione del sistema di finanziamento delle Authorities sarebbe opportuno. Ma il senso da percorrere sarebbe quello ad incentivarne l’autonomia, non il contrario. Le Authorities, senza autonomia dal Governo, non sono Authorities. Tanto varrebbe abolirle. Ma ciò significherebbe fare un balzo indietro di 20 anni e farne un altro fuori dal perimetro europeo.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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