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Abolire il Fondo unico per lo spettacolo, in favore del mercato e del federalismo

– Confesso immediatamente un mio “peccato originale”: agli inizi della mia carriera d’imprenditore cinematografico ho più volte attinto al famigerato Fus (il Fondo Unico per lo Spettacolo, che finanzia il cinema, il teatro, la danza, l’opera lirica, la musica, il circo), realizzando con il concorso dei capitali pubblici una decina di film. Solo in seguito ho rinunciato a milioni di euro di fondi per una presa di coscienza – diciamo così – “ideologica”, ma non prima di essermi personalmente reso conto delle falle e delle storture di questo strumento, espressione del peggiore dirigismo nostrano. Quello delle commissioni di esperti delegate a valutare la realizzabilità e il valore artistico, sulla carta, di questo o quel progetto, è statalismo della peggior specie: come non vedere il prevalere di logiche clientelari (perpetuatesi anche dopo l’introduzione di maggiori automatismi, previsti dalla cosiddetta “riforma Urbani”) e lo scarso riferimento al merito?

Il Fus è uno strumento che mette l’industria culturale in una condizione d’inferiorità rispetto agli altri settori produttivi, perchè dirotta gran parte dei finanziamenti verso opere più o meno meritorie da un punto di vista artistico, trascurando quasi completamente il valore commerciale dei prodotti stessi e la sostenibilità finanziaria dei progetti. “Vige l’idea – scrive Filippo Cavazzoni dell’Istituto Bruno Leoni qualche tempo fa – che la cultura sia qualcosa di separato dall’impresa e quindi i numeri per la cultura non fanno conto”. È giunto invece il momento, per dirla ancora con Cavazzoni, “che anche la cultura abbia a che fare con una gestione oculata, che faccia riferimento a principi di efficienza come succede negli altri ambiti dell’economia italiana”.

Vi è una ben precisa ragione storica e culturale alla base dell’approccio dirigista che portò negli anni Ottanta all’istituzione del Fondo Unico per lo Spettacolo. La legge Corona del 1963 barattava gli aiuti statali, precursori del Fus, con il divieto di realizzare opere in lingua inglese, istituendo così una barriere normativa all’esportabilità della produzione italiana, fino ad allora la maggiore concorrente della cinematografia americana nei mercati mondiali. Non a caso, l’italiano di maggiore successo nel cinema, Dino De Laurentiis, ha più volte ricordato che quel provvedimento infausto determinò la sua delocalizzazione negli Stati Uniti e che sarebbe bastata (e, sotto un certo punto di vista, basterebbe ancora) l’abolizione di quel sistema per rilanciare l’industria nazionale.
La legge Corona è uno dei prodotti più tristi e biechi della mala politica consociativa italiana: il Pci e larga parte della sinistra contrabbandarono volentieri i contributi ai loro protetti, autori e registi, con la fine della competizione nell’industria cinematografica italiana, che fino ad allora si era retta su solidi prodotti di genere, in larga parte destinati ai mercati internazionali. Come superare l’attuale empasse, riconosciuta come tale anche dagli stessi dirigenti del cinema pubblico, come l’amministratore delegato di Cinecittà Luciano Sovena?

La risposta ce la fornisce, come sovente accade, il confronto con Stati Uniti d’America. La Louisiana, Puerto Rico, l’Arizona ed alcuni altri stati praticano un’intelligente politica di defiscalizzazione, che finanzia fino al 40 per cento dei budget per i progetti cinematografici, applicando il cosiddetto “tax shelter” (ovvero un metodo di riduzione dell’imponibile fiscale che si traduce in una riduzione nei pagamenti all’ente di riscossione) che in passato hanno dato ottimi frutti in Canada e in Germania. A chi, fatalmente, opporrà l’osservazione che questa politica privilegi unicamente le opere più squallidamente commerciali, si può ricordare che molti dei primi film di autori come Rainer Werner Fassbinder o David Cronenberg vennero realizzati proprio grazie all’utilizzo di tali fondi.
La risposta risiede, quindi, ancora una volta, nella defiscalizzazione e nel federalismo economico, perché la gestione dei fondi dovrebbe, a mio modo di vedere, essere delegata alle Regioni, per un principio di sussidiarietà e di eterogeneità delle varie realtà italiane: il fattore occupazionale nel settore dei media è preminente nel Lazio, ad esempio, assai meno in Basilicata o in Trentino. E le Regioni – come mostra il caso della Sicilia e dei fondi europei per Baaria di Tornatore o per le opere di molti altri autori, dal tedesco Wenders al siciliano Pasquale Scimeca – hanno una maggiore progettualità. La stessa osservazione è valida per i teatri lirici e di prosa e per le orchestre, quasi sempre espressione di un territorio ben circoscritto. Qualcosa sta già avvenendo, in effetti: contestualmente alla graduale ma continua riduzione del Fus statale stanno sorgendo diversi Fus regionali (la Lombardia, ad esempio, ha creato il Furs, Fondo unico regionale per lo spettacolo). Capiremo presto se questo fenomeno “sussidiario” migliorerà anche le logiche di distribuzione dei fondi o si tradurrà in una replica su scala regionale dell’inefficiente gestione statale.

Il ministro Bondi sta portando a termine le riforme iniziate dal predecessore Rutelli ed è appena entrato in funzione un primo strumento, interessante, sebbene insufficiente: il “tax credit”, ovvero un credito fiscale conferito alla società di produzione che può arrivare fino al dodici per cento delle spese affrontate per la realizzazione di un film. Esiste, a dire il vero, anche la previsione di un “tax shelter”, la cui attivazione è però condizionata all’emanazione di un regolamento (con buona dose di perversione burocratica, esso dovrebbe attingere proprio al morente Fus, sempre più esiguo). Pur operando tra questi mille ostacoli, a Sandro Bondi va riconosciuto il merito di essersi assunto la responsabilità dell’industria culturale del Paese in tempi di vacche magre. Egli, tuttavia, può partire proprio da questa iniziale condizione di debolezza per un’azione politica volta a rivoluzionare – in senso liberale e di mercato – l’intero settore.


Autore: Andrea De Liberato

Nato nel 1973 a Pescara, è produttore e distributore cinematografico, formatosi alla New York University. Tra i film prodotti: "Luna Rossa" con Toni Servillo e Licia Maglietta (Mostra di Venezia 2001), "Controvento" con Margherita Buy e Valeria Golino (Berlino 2000), "Semana Santa" con Mira Sorvino. Dal 2004 si dedica quasi esclusivamente alla distribuzione, importa in Italia "Black Dahlia" di Brian De Palma e molti titoli d'autore (Chantal Akerman, Catherine Breillat, Wayne Kramer, Rachid Bouchareb, Hans Weingartner). Dal 2007 ha creato una delle più grandi library di film classici, con oltre seicento titoli, comprendente opere di, fra gli altri, F.Lang, Dziga Vertov, J.Ford, O.Welles, R.Corman, Francis F.Coppola, K.Mizoguchi, V.Pudovkin, A.Mann, J.Negulesco, S.Donen, V.Minnelli, R.Flaherty. Liberale, liberista e libertario, è iscritto ai Radicali e a Libertiamo.

8 Responses to “Abolire il Fondo unico per lo spettacolo, in favore del mercato e del federalismo”

  1. bill ha detto:

    Condivido pienamente. E la cosa buffa sta nel fatto che, se per una volta lo stato prova a fare un passo indietro (cosa da salutare con bottiglie di champagne..), sono i protagonisti del settore a protestare. Mi sa tanto che quando ci si abitua ad essere degli assistiti, tornare ad essere uomini liberi sia un’impresa davvero ardua..

  2. fabio morbidelli ha detto:

    Tutto bene, ma va ricordato che il “fondo unico dello spettacolo” si chiama “unico” perchè è “unico” e la metà di questo va a Lirica e Sinfonica. Se si parla di cinema posso anche capire, ma se si parla di Lirica e Sinfonica l’idea di affidarle al mercato mi sembra una follia, sarebbe come mettere sul mercato il Colosseo: un’assurdità! Grazie per la cortese attenzione. FM

  3. Andrea de Liberato ha detto:

    @Bill: l’impresa non è tanto ardua, basta accorgersi dei danni fatali dello statalismo; semmai il vero problema è che qeust’ultimo impera in campi assai più vitali, economicamente, della cultura

    @Fabio Morbidelli: La lirica e la sinfonica non hanno alcun riscontro nel mercato e di questo bisognerebbe pur tener conto. Francamente, non credo che, legittimate dal disinteresse del pubblico, debbano continuare a succhiare centinaia di milioni di euro all’anno mediante un sistema partitocratico e centralista come il Fus. D’altro canto, non si possono lasciare morire storiche tradizioni culturali del Paese. Anche se si deve pur notare che, per esempio, nella lirica vengono inutilmente strapagati registi (di provenienza spesso cinematografica) solo per avere un “bel nome”. Come ho scritto, credo che gli enti lirici e sinfonici debbano avvalersi delle risorse pubbliche locali, ma soprattutto di un regime di defiscalizzazione che porterebbe molte società private a finanziarli. Nel caso specifico, basti pensare a quanto già fa Mediaset per la Lirica a Milano. E pensare cosa potrebbe fare in un regime fiscale maggiormente agevolato…

  4. Roberto ha detto:

    Caro Andrea,
    la tua risposta a Fabio Morbidelli è debole.
    Il Fus permette infatti di tenere in piedi soprattutto il teatro di prosa e lirico, nonché le orchestre, e la parte del Fus dedicata al cinema è inferiore alla metà.
    Ma solo di questa parte si parla, perché fa più notizia.

    Non voglio entrar nel merito dei finanziamenti al cinema (dico solo che un gran bel film di qualche anno fa, “Come l’ombra”, apprezzatissimo dalla critica, non solo non ha avuto l’onore del Fus ma è stato distribuito solo in 10 sale italiane: che schifo la distribuzione in Italia!).

    Il punto è che, anche ammettendo parità di costi tra un film e una produzione teatrale, già dal primo giorno il film può essere visto da migliaia di persone in tutta Italia (per la riproducibilità tecnica), lo spettacolo di prosa al massimo da quelle 200 persone (o 60, o 900, a seconda della sala) in quel teatro.
    Il giorno dopo, lo stesso. E via dicendo.

    Risultato: quanto deve costare, senza Fus, il biglietto per lo spettacolo di prosa, affinché si rientri nei costi?

    Certo, se poi l’obiettivo a breve-medio termine è chiudere tutti i teatri tranne (forse) uno, il Piccolo di Milano, allora d’accordo, eliminiamolo subito questo Fus, e in due anni l’obiettivo è raggiunto.

    Se però l’obiettivo non è quello, bisogna farle con calma, le rivoluzioni. E non pensare soltanto al cinema.

  5. Roberto ha detto:

    Dimenticavo.
    Che dire della notazione secondo cui in Basilicata non si lavora tanto nei media rispetto al Lazio? L’autore intende anzitutto “spettacolo” o proprio “media”?
    E poi, se intende “spettacolo” (perché se intende davvero “media”, non capisco cosa c’entri…), ciò significa che un teatro potentino, melfitano o materano non deve avere le medesime opportunità di partenza di un teatro viterbese, frusinate o reatino?

    Boh. Ah no, forse si parlava ancora e sempre di cinema…

  6. Andrea de Liberato ha detto:

    Caro Roberto, il Manzoni di Milano o il Parioli di Roma sono perfetti esempi di come il teatro possa essere un’attività imprenditoriale, e si possono ricordare produttori come il compianto Lucio Ardenzi o, per citare chi è in attività, Ercole Palmieri. Nell’articolo indico con chiarezza qualche possibile soluzione al problema, come la defiscalizzazione (grazie a chi sopravvive La Scala di Milano?) e l’attivazione di fondi regionali: nulla vieta alla Basilicata di seguire l’esempio lombardo, piemontese o laziale.

  7. Marco ha detto:

    Dimentichiamo che il 70% del fus va via solo per gli stipendi dei lavoratori impiegati nella lirica, negli stabili frutto della solita clientela politica, duole però nel leggere i commenti la totale mancanza d’informazione per quanto riguarda l’estero, piccolo esempio per lo spettacolo dal vivo il governo Italiano ha stanziato per il 2009 61 milioni e 514 mila euro, in Francia 660 milioni di euro (+2,34%) pari quasi al doppio dell’intero Fus italiano. meditate!

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