Replica alla lettera aperta del direttore generale della Luiss, Pier Luigi Celli –

Caro papà,
penso spesso a quanto eravamo felici nel nostro paesino di provincia, in quel caldo nido sicuro, tutti insieme. Quando decisi di andarmene di casa per studiare a Roma, tu e la mamma eravate con me. Senza il vostro sostegno, specie economico, non ce l’avrei mai fatta, in un Paese come questo che non consente ad un giovane di accedere al credito per pagarsi gli studi. Ve ne sarò grata a vita, e vi giuro che il vostro investimento non sarà a fondo perduto.
Per la lontananza da voi, dagli amici, dal mio mondo, ho sofferto, ma ho tirato fuori il meglio di me. Sono caduta mille volte e mille volte ho trovato la forza per rialzarmi. E adesso che ho terminato il mio ciclo di studi, l’esasperante immobilismo di questo Paese mi si scaglia contro con forza disarmante. Hai ragione quando scrivi che all’estero sarei valutata per i miei meriti ed i miei risultati, mentre qui – se mi andrà bene – comincerò a guadagnare un decimo di un portaborse o un centesimo di una velina. La genesi del problema è oramai nota a tutti: il mercato del lavoro, di ogni lavoro, è bloccato dall’eccesso di garanzie riconosciute agli insider a danno degli outsider. Vale per la carriera accademica, dove ormai solo una vera “vocazione” può indurre un laureato a scegliere di intraprendere un percorso fatto di troppo vassallaggio e poca genuina ricerca intellettuale. Vale per le libere professioni, vale per la carriera in azienda, vale per il pubblico impiego (c’è qualcuno che può oggi aspirare ad essere un civil servant e non un fannullone?), vale per chi vuol fare impresa. Vale anche per chi ha passione politica.

L’Italia è una Repubblica democratica e per di più, fondata sul lavoro. E sai una cosa, papà? Credo di non esserci mai vissuta, non ancora. La mia Generazione vive attanagliata in un neofeudalesimo fatto di ordini, caste e privilegi. C’è un Muro, molto simile a quello che ha separato Berlino Est da Berlino Ovest fino all’89: noi siamo al di qua e voi siete al di là. Voi, nel vostro mondo al di là del Muro, avete sindacati, partiti, associazioni di categoria, ordini e privilegi di legge. Noi abbiamo stagisti e praticanti non pagati, non rappresentati da nessuno e spesso umiliati: “C’è da fare le fotocopie e riordinare l’archivio? Facciamolo fare allo stagista!“; poco importa che abbia una o più lauree e qualche master all’estero.

Al di qua del Muro, papà, ho visto amici andare via, all’estero, senza tornare più, soddisfatti dal lavoro ma soli nella vita. Ho visto amici perdersi per strada. Ho visto leoni diventare gazzelle. Pagliacci nell’arena. Un circo ben diverso da quello che di domenica ci portavi a vedere da bambini. Fatto di giochi di potere in cui c’è chi doma, chi è domato e chi muore nell’attesa di essere chiamato a fare il suo numerino.
Nel libro “Comandare è Fottere”, ho letto questo: ”Scordatevi che la democrazia sia una conquista per le aziende: qui è la gerarchia che ancora regge la possibilità di sopravvivere e dunque apparecchiatevi ad essere duri, quando tutto il resto attorno si sta ammorbidendo, e inflessibili quando vi chiederanno comprensione e tolleranza” . Ed è così che ci prepariamo ad essere in questa grande azienda, sull’orlo del fallimento, chiamata Italia: duri, forti ed intransigenti.

Tu mi consigli di andare via da qui, ora, dicendo che la tua generazione ha fallito. Le tue parole sono profondamente oneste, ed io do scarsa importanza ai commenti di chi ironizza sulle ragioni della tua lettera aperta. Ci vedo piuttosto la provocazione di chi ha scelto di mettere in discussione tutte le proprie vittorie personali. Ma dopo la provocazione, caro papà, ci vuole la pars construens. Ora ti chiedo quella.
Lasciare l’Italia è una scelta legittima e coraggiosa. Ognuno di noi ha anzitutto il diritto di ricercare la propria felicità, principio scolpito nella Dichiarazione d’indipendenza americana. Tanto più che chi va all’estero spesso onora l’Italia più di quanto possano fare quelli che restano. Ma lascia a me la scelta di decidere cosa fare, di andare o di restare.
Tu e quanti oggi hanno ancora in mano le redini del Paese, della sua politica, del suo sistema economico, del suo sistema culturale, non potete nascondervi dietro questa dichiarazione di fallimento.

Mi scrivi che avete fallito, ma il fallimento non è poi l’unica procedura concorsuale a nostra disposizione. Perché non optare per un bel “concordato preventivo” ed aprire ad un “piano di risanamento” sulla base di quel famoso “patto generazionale” di cui da tempo si parla?
Ogni buon padre conosce i suoi figlioli. E sai cosa comincio a credere? Che tu abbia scritto questa lettera con la medesima consapevolezza di chi sa che è questo il modo migliore per incitarmi a pretendere il cambiamento… La mia generazione, la Generazione Futuro, è pronta: vorrei che lo fosse anche la tua. Rompiamolo insieme questo Muro.

Con affetto,

Rosita