– Nel ‘fuori onda’ meno disastroso che si possa immaginare (“chiacchiere bonarie”, scrive oggi Ferrara), il Presidente della Camera è stato pizzicato a dire in privato quanto da alcuni mesi va ripetendo in pubblico: che le inchieste fondate sul “pentito dire” rischiano di essere esplosive e che le dichiarazioni dei collaboranti vanno riscontrate con prudenza e attenzione, visti i pericoli che comportano per l’equilibrio delle istituzioni; che Berlusconi è legittimato a governare, ma non a comandare; che l’idea assolutistica del mandato elettorale rivendicato e ostentato da Berlusconi non risponde ad una logica liberale di rapporto tra i poteri dello Stato. E Fini ha detto tutto questo, non in una riunione segreta o riservata, ma al tavolo di presidenza di un convegno, chiacchierando con un magistrato a cui dava del Lei.

Ci è parso di sentire esprimere gli stessi concetti, quasi con le stesse parole, dal Presidente della Camera nell’intervento di apertura della tre giorni di Gubbio, con i vertici del PdL riuniti a conclave. Una corrispondenza inedita e quasi incredibile tra il dire privato e il dire pubblico. Allora le ruvide critiche di Fini avevano suscitato repliche e contrasti, ma non reazioni indignate (se non ricordiamo male). Nessuno aveva chiesto al Presidente della Camera di rispondere delle sue parole. Qualcuno aveva invece provato, legittimamente, a rispondergli.

Era il settembre scorso. Adesso scopriamo che accanto a chi vuole usare le inchieste contro Berlusconi, c’è anche chi, nel fronte berlusconiano, vuole usarle contro Fini. Accanto a chi vuole Berlusconi colpevole di tutti i reati, c’è chi vuole Fini colpevole di tutti i complotti. Due forme uguali e contrarie di giustizialismo e d’ingiustizia.