– Sembra trascorso molto tempo, ma è passato solo un anno e mezzo da quando Silvio Berlusconi si mostrava tentato dall’idea di affidare a Pietro Ichino, appena eletto senatore del Partito democratico, l’incarico di ministro del Welfare. Era una bella provocazione berlusconiana, ma non se ne fece nulla: ce ne rammaricammo, ma comprendemmo. Ciò che oggi non si comprende è come sia possibile che le politiche del Governo Berlusconi si discostino così spesso e così tanto dalle proposte e dalla “visione” di Pietro Ichino: da ministro a grillo parlante o, peggio, ad antitesi liberale di Sacconi?

In tema di ammortizzatori sociali, di diritto del lavoro, di pensioni, Ichino riesce sovente ad essere interprete del migliore approccio riformatore: dal welfare-to-work al modello danese, dall’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne al sistema di rappresentanza sindacale. Il professore pare predicare troppo spesso nel deserto, con proposte d’ispirazione liberale – meno intermediazione pubblica, meno vincoli, maggiore autonomia – non comprese da chi gli sta intorno nel PD e ormai inascoltate da chi in teoria dovrebbe meglio comprenderle, quel centrodestra al Governo che appena nel 2002 provava ad abrogare l’articolo 18, che nel 2005 approvava una riforma delle pensioni coraggiosa e che solo nella primavera del 2008 ha “rischiato” di ritrovarsi il giuslavorista nell’esecutivo. Tra i cortocircuiti del sistema politico italiano, di cui parlava Giovanni Guzzetta nel suo articolo “AAA: cercasi exit strategy” (pubblicato su Libertiamo.it e Ffwebmagazine), c’è anche la drammatica solitudine politica di Ichino. E, come la sua, quella di quanti – pochi: il nostro Benedetto Della Vedova, Giuliano Cazzola, Antonio Martino e poco più – nel PDL continuano a guardare ai temi del lavoro e del welfare con autentico spirito innovatore.

Si va consumando in questi giorni un ulteriore strappo tra il centrodestra “ideale”- attento alle aspirazioni ed alle esigenze del mercato e dell’impresa, quale veicolo di sviluppo della società – e quello reale. Ed è stato Pietro Ichino a denunciarlo. Una norma su trasferimenti e licenziamenti nel cosiddetto “Collegato alla Finanziaria” (l’articolo 23, per la precisione), se approvata, allargherebbe incredibilmente la discrezionalità del controllo giudiziale sul “giustificato motivo” del licenziamento di un lavoratore, includendo nelle ragioni del motivo l’interesse oggettivo dell’impresa ed affidando appunto al giudice il potere di determinare tale interesse.

Curiosamente , come scrive Ichino sul suo blog “la norma enuncia in apertura anche il principio di insindacabilità delle scelte di gestione aziendale; ma è evidente che questo principio è contraddetto dal successivo riferimento all’interesse oggettivo”. Detto alla Berlusconi, sembra una norma da comunisti. Nel valutare il giustificato motivo di licenziamento, il giudice deve tener conto del cosiddetto “oggettivo interesse dell’organizzazione aziendale”, un principio di cui non si comprende la sostanza e di cui s’ignorano i confini. Non bisogna necessariamente lasciarsi ispirare dalle teoria della Scuola Austriaca di economia per rilevare come sia del tutto insensato parlare di “oggettività” dell’interesse di un’azienda e pensare che un giudice decida – tra manuali di diritto, casi di giurisprudenza e prove documentali – a cosa corrisponda questo interesse. E poi, secondo quale criterio il giudice apprezzerebbe tale oggettività? Le prospettive di profitto – forse – o la produttività, ammesso che sia possibile misurarla? C’è da dubitarne.

Non bisogna infatti essere troppo abituati ai fatti ed ai misfatti di casa nostra per capire come una norma di tale fattura finirebbe per affidare ai giudici una totale discrezionalità che molti di essi utilizzerebbero – per dirla ancora con Berlusconi – da giudici “di sinistra”.