Gli yak in Italia c’erano anche prima di Zaia. Della Vedova testimone

In pompa magna, il ministro delle Politiche Agricole ha liberato 25 esemplari di yak – quegli enormi bovini tibetani – a Chies d’Alpago, nelle Dolomiti bellunesi, dove si crede che possano contribuire alla pulizie del sottobosco, mangiando piante ed arbusti che le mucche e le capre nostrane non gradiscono. Il Ministro si è forse reso conto che anche nel regno animale vi sono lavori che gli italiani rifiutano e che solo gli immigrati sono disposti a svolgere?

Ciò detto, c’è da sottolineare che gli yak di Zaia non saranno certo i primi della loro specie a calpestare il suolo italico e tantomeno quello padano. Nel 2005, fu il predecessore di Zaia al Ministero, Gianni Alemanno, a stanziare un milione di euro perché una ventina di pelosi bovini tibetani s’insediasse in Abruzzo. Gli yak, peraltro, sono arrivati in Italia da ben prima, senza bisogno che a comprarli fosse lo Stato. Già da anni si possono trovare piccoli allevamenti di yak in Trentino Alto Adige ed in Valtellina, dove furono importanti per la qualità del loro latte e della loro carne. Benedetto Della Vedova, che è di quelle parti, ne è testimone. Si veda poiquanto scrive la Banca Popolare di Sondrio in questo documento (a pagina 16). Infine, si legga quel che ha fatto quel demonio di Reinhold Messner.

Insomma, Zaia, di che stiamo parlando? Perché non ti occupi di cose un po’ più serie, per esempio di emanare il decreto ministeriale che permetterebbe alla ricerca scientifica sugli ogm di ripartire? Gli yak tibetani al pascolo sono benvenuti, ma i ricercatori italiani a spasso sono una pena.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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