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Bielorussia, benvenuti nell’ultima dittatura europea

– E’ difficile trovare la Bielorussia quando la si cerca in tutti gli indici della libertà. Bisogna scorrerli, andare a leggere in fondo, poi ancora più giù e scendere ancora ai margini della pagina. E allora, forse, la si trova. Freedom House, che misura la libertà politica e civile la segna in viola (Paese non libero) sulla mappa d’Europa. E’ purtroppo l’unica macchia di questo colore nel nostro continente. Quando Condoleezza Rice la definiva “avamposto della tirannia” non aveva tutti i torti. La repubblica ex sovietica è la 167ma su 180 Paesi analizzati nell’Index of Economic Freedom redatto da Wall Street Journal e Heritage Foundation. E’ invece 179ma nell’indice di corruzione percepita di Transparency International.

Tutti conoscono l’amore per la democrazia dimostrato dal presidente Alexandr Lukashenko, ex commissario politico delle truppe di frontiera del Kgb ai tempi dell’Urss, al potere ininterrottamente dal 1994. Pur essendo (per lo meno nel periodo sovietico) un comunista d’acciaio, nel 1995 aveva pubblicamente elogiato Hitler, in quanto uomo che aveva riportato l’ordine in Germania dopo un decennio di caos democratico. Nelle sue elezioni ha sempre rispettato la volontà del suo elettorato. Non di quello degli altri partiti. Secondo i commissari dell’Ocse ha truccato tutte le elezioni, comprese quelle del 2006 che hanno provocato una rivolta nel Paese. Lukashenko lo ha anche ammesso, dichiarando che se non avesse messo mano ai dati elettorali per manipolarli avrebbe ottenuto più del 90% dei voti. Si sarebbe ridotto a una vittoria più realistica dell’82% per cercare di avvicinarsi agli standard europei. Cinque funzionari bielorussi, tuttora, non possono ottenere visti di ingresso per l’Ue perché sospettati di aver fatto sparire (nel senso fisico del termine) alcuni oppositori politici.

Non si poteva pretendere che il premier Silvio Berlusconi, primo leader occidentale a recarsi in visita nell’ultima dittatura europea, desse lezioni di democrazia a Lukashenko. L’Ue, benché sospetti ancora che il regime bielorusso agisca in malafede, da un anno gli ha ridato la possibilità di viaggiare in Europa occidentale e sta gradualmente ri-tessendo i legami perduti con Minsk, a partire dalla sua inclusione nella Partnership dell’Est. Da parte sua, Lukashenko ha condotto prime parziali privatizzazioni, ha chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale e proprio in questi giorni sta approvando una prima riforma del sistema di voto, che facilita la registrazione di nuove liste partitiche e permette anche ai partiti d’opposizione di monitorare le elezioni. Come in altri casi precedenti (Libia), l’Italia sta esplorando per prima un canale diplomatico che, prima o poi, verrà aperto anche dagli altri Paesi europei. E questa politica ha un senso. Quel che ci si potrebbe chiedere, semmai, è: cosa può ricavare l’Unione Europea dalla riapertura di rapporti con un Paese come la Bielorussia?

Se ci sta a cuore la sicurezza, dobbiamo sapere che la repubblica ex sovietica è vissuta sinora di esportazione di armamenti. Saddam Hussein riceveva armi da Minsk. Hugo Chavez e Mahmoud Ahmadinejad sono tuttora suoi clienti. Lo sterminio della popolazione del Darfur è stato condotto con armi made in Lukashenko. In aree instabili come i Territori palestinesi, il Libano, lo Yemen, il Congo e in zone che potrebbero tornare ad esserlo come i Balcani e il Caucaso, eserciti regolari e milizie irregolari si armano grazie a Minsk. Da un punto di vista politico, sino a quest’anno, Lukashenko si è sempre comportato come l’interfaccia europea di Chavez, Ahmadinejad, a suo tempo di Saddam Hussein, del dittatore sudanese Omar Bashir e del regime della Corea del Nord.

Nel teatro politico europeo, Lukashenko ha sempre sostenuto la Russia. Oltre a imporre il russo come lingua ufficiale nel suo Paese e mirare, sin dal 1994, a una riunificazione con la Federazione, oltre a creare un unico blocco economico e una difesa integrata con quella di Mosca, la Bielorussia ha sempre svolto la funzione di avamposto del Cremlino contro le rivoluzioni colorate, contro l’emancipazione delle repubbliche ex sovietiche che vogliono avvicinarsi all’Unione Europea e alla Nato. Lukashenko litiga con Putin sul prezzo del gas e del petrolio, per questioni di rivalità politica ed economica. Lo strappo più grande con Mosca è avvenuto nella guerra in Georgia, quando Lukashenko non ha voluto riconoscere l’indipendenza delle regioni separatiste pro-russe di Abkhazia e Ossezia. Ma quando si tratta di fare una scelta di campo, la Russia è pronta a prestare al suo vicino ben 2 miliardi di dollari per fronteggiare la crisi economica e di condurre con i bielorussi le più grandi manovre militari della sua storia recente, come è avvenuto con l’esercitazione Zapad lo scorso ottobre.

Dunque, democrazia no, sicurezza no… l’Ue ci guadagnerebbe in termini economici a riallacciare i rapporti con la Bielorussia? Citando testualmente l’analisi dell’Index of Economic Freedom, la situazione è: “Lo Stato controlla le istituzioni finanziarie, direttamente o indirettamente. Gli investimenti stranieri in tutti i settori devono far fronte a difficoltà che vanno dalle restrizioni legali all’incompetenza della burocrazia.  L’assenza di legalità permette l’espansione della corruzione e rende insicuro il diritto di proprietà”. Nella stessa analisi, a proposito di proprietà privata si legge che: “…la sua tutela non è cambiata dai tempi dell’Unione Sovietica: lo Stato detiene la proprietà della terra e delle fattorie collettive. Il sistema legale non protegge pienamente la proprietà privata. La magistratura non è indipendente, né imparziale secondo rispetto agli standard internazionali. Il governo ha pieni poteri di intervenire negli scambi commerciali. Gli avvocati non possono esercitare la professione senza una speciale licenza rilasciata dal Ministero della Giustizia. E’ scarsa anche la tutela della proprietà intellettuale”. Da quel che si legge, insomma, in Bielorussia abbiamo scoperto un nuovo Eldorado.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Bielorussia, benvenuti nell’ultima dittatura europea”

  1. Antonluca Cuoco ha detto:

    fulgidi esempi di tafazzismo in politica estera!
    prosit :(

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