– Fedele all’impegno di fare della politica estera una piattaforma di lancio delle imprese italiane, Berlusconi ha scelto una spregiudicata e rischiosa “politica dello scambio” con regimi politici ed autocrati più o meno impresentabili. Se loro aprono il portafoglio delle commesse pubbliche alle imprese italiane (o, come è il caso libico, promettono di aprire pure i forzieri dei fondi sovrani per le necessità di alcuni campioni nazionali), allora Berlusconi se ne fa complimentoso garante sul piano internazionale, senza lesinare apprezzamenti né lodi.

Da questo punto di vista non possono stupire gli sperticati riconoscimenti ieri riservati ad Aleksandr Lukashenko, il dittatore bielorusso, che non aveva mai ricevuto a Minsk leader politici occidentali e a cui fino allo scorso anno era interdetto l’ingresso nei confini dell’Unione Europea. Berlusconi è sinceramente convinto di servire in questo modo gli interessi del Paese. E altrettanto sinceramente noi pensiamo che queste parti non gli piacciano, addirittura gli pesino, ma che le assolva come un doveroso sacrificio.

Quello che occorrerebbe comprendere, però, è quale sia il saldo economico e politico della nouvelle vague diplomatica, che sembra tagliata su misura per i rapporti con despoti che possono discrezionalmente aprire o chiudere i forzieri dello Stato, ma non ci pare possa funzionare quando gli interlocutori sono governi – o leader di governo –  che non comprano né vendono contratti pubblici e privati e comunque non hanno bisogno della “legittimazione” italiana.

La nonchalance con cui Berlusconi ha “depoliticizzato” la politica estera italiana costa o rende? L’assoluto “relativismo” della nostra diplomazia e la totale disponibilità del nostro governo a difendere l’indifendibile ci rende interlocutori più smart o partner meno affidabili sui più delicati dossier strategici?
Occorrerebbe discuterne senza acrimonia, senza moralismi e senza cinismi. Ma forse sarebbe il caso di iniziare a discuterne.