AAA: cercasi exit strategy

– Se la grande politica è quella capace di trasformare una situazione drammatica in un’inattesa opportunità, è proprio di quella politica che c’è bisogno oggi. Perché – quanto a difficoltà – la situazione è quasi senza precedenti. Bastano le accorate e irrituali parole del Presidente Napolitano di qualche giorno fa a testimoniarlo. Manca una exit strategy, allora. O meglio, manca una strategia politica che si faccia carico dell’interesse generale dell’Italia, l’interesse al “dopo”, a ritrovare un equilibrio oltre il terremoto in atto. Di micro-strategie, opportunistiche e irresponsabili, ce ne sono invece a iosa.

C’è quella dei “parassiti dello sfascio”, che danno per ormai prossima la fine di una stagione che hanno sempre compreso nella categoria del “regime”: strisciante, ma pur sempre regime. E, dunque, per costoro vale il tanto peggio, tanto meglio. Non importa come ci si arriva, purché tutto crolli. “Mobilitiamo le piazze – urlano – sollecitiamo le pulsioni del pubblico, spalanchiamo gli armadi evocando gli spettri!”. Se scatta la sindrome da caduta dell’impero, il conformismo degli adulatori si trasformerà nel suo contrario: nel professionismo dei rivoluzionari. Poco importa quali saranno i costi, tanto poi qualcosa si farà. L’importante, adesso, è promettere che – dopo – tutto sarà diverso. E l’Italia finalmente libera dal tiranno, unico colpevole di tutto, sarà pronta per rinascere. Ogni rivoluzionario che si rispetti, d’altronde, promette palingenesi.

C’è poi la micro-strategia dei “nostalgici attendisti”, quelli che si “posizionano”, che sognano un ritorno all’antico, alla politics as usual della Prima Repubblica: “Basta con l’anomalia berlusconiana, con il bipolarismo muscolare, roba da paesi d’oltralpe, d’oltremanica e d’oltreoceano!”. E così, l’invito malcelato è quello di tornare all’avita tradizione italiana (l’abbiamo mai davvero abbandonata?), una sana consociazione armonica e mite. In altri termini, l’alleanza degli ottimati, guidati dalla sedicente “moderazione” – che è in realtà un agnosticismo politico opportunistico e compromissorio – di uomini né di destra né di sinistra che chiamano “centro” un non-luogo politico animato da spirito irenico. Un po’ a me e un po’ a te, con qualche dose di “ammuina” per movimentare il palcoscenico della commedia nostrana, ma con la consapevolezza che una quota di potere e tornaconto non sarà negata a nessuno.
In fondo gli italiani – spiegano i nostalgici – vogliono delegare, essere assistiti ed illussi, ma non disturbati. Perché, dunque, stuzzicarli con l’illusione di poter decidere qualcosa, col rischio che si inneschino derive populiste, pulsioni antipolitiche, attese messianiche e tentazioni plebiscitarie?
L’italiano che vuol essere liberato da burocrazia ed inefficienza, per essere un po’ imprenditore di se stesso, sarebbe per costoro una categoria mitologica – nata col berlusconismo e destinata ad esaurirsi con esso – a cui nemmeno lo stesso Berlusconi avrebbe mai creduto. Mica siamo come gli altri noi, quelli che hanno a cuore il proprio destino, che tengono a perseguire la propria realizzazione: l’Italia era assistenziale, paternalista e corporativa e tale rimarrà.

Infine ci sono i “falchi autistici” di ogni schieramento. Coloro che, accecati dalla convinzione della propria forza, vedono nello showdown la possibilità della vittoria definitiva. Tutto può diventare pretesto, quel che conta è l’occasione muscolare in cui esibirsi per vincere, costi quel che costi.

Tutti questi atteggiamenti si uniscono nel comporre una “retorica dell’agonia” che rischia di egemonizzare interamente il discorso pubblico e di “mutare” come un novello virus influenzale: se veramente di agonia si trattasse, cosa impedirebbe che all’escalation insufflata dai falchi, si sommi la bramosia degli sfascisti, mentre gli attendisti si fregano le mani? Ma siamo sicuri che, dopo la rivoluzione, si tornerà come sempre alla restaurazione e alla domanda di quieto vivere?

In questo quadro la tentazione di cavalcare l’onda è per tutti molto forte. Perché la spirale rischia di non trovare limiti, come una valanga che s’ingrossa e alimenta una profezia che si autoavvera. E chi proponesse una strategia equilibrata e riformista rischierebbe di essere travolto dalla “rivoluzione” che avanza. Come ribaltare una simile prospettiva? Come uscire dall’asfissia del budello in cui ci siamo infilati evitando una deriva al buio?

E’ questo il caso in cui ci vorrebbe una grande politica, capace di trasformare le tante debolezze in opportunità. Una politica che accetti il rischio di apparire spregiudicata, ma ferma. Che resista alla lusinga, lucrativa e demagogica, della retorica dell’agonia, alla tentazione di inseguire le pulsioni palingenetiche, gli opportunismi nostalgici e l’illusione del redde rationem. Che sappia sparigliare, offrire una prospettiva di fuoriuscita che non si riduca alla difesa dell’esistente, al tornaconto personale, alla nostalgia del passato o all’illusione di una catarsi generale.

Serve una politica che non senta il bisogno infantile di azzerare tutto, ma di andare avanti su quanto di buono è stato edificato. Che sappia offrire una visione di futuro, moderna, inattesa, coraggiosa, in un tempo tragicamente inchiodato al presente agonico. E che sia capace di valorizzare l’unica opportunità esistente in un contesto paralizzato dalla guerriglia defatigante delle opposte fazioni. L’opportunità che deriva dall’incertezza generale, dalla condizione di essere di fronte a quel “velo di ignoranza” che impedisce a ciascun attore di cogliere con esattezza quali saranno le proprie convenienze di domani e che dovrebbe renderlo pertanto, bongré malgré, più disponibile a trattare.

Insomma, urge una politica che “faccia politica”, per attendere alla rifondazione del patto civile – il problema aperto ed irrisolto dal dopo 1989 – la cui rimozione è la principale causa del logoramento e della delegittimazione di istituzioni, abitudini e pratiche superate dalla storia.
Ecco quello che ci vorrebbe: l’iniziativa di uno statista che, come diceva De Gasperi, non pensi alle future elezioni, ma alle future generazioni. Prima che esse, come suggerisce sconfortato qualcuno, decidano di andarsene.

*Pubblicato anche su Ffwebmagazine


Autore: Giovanni Guzzetta

Nato a Messina nel 1966, è un costituzionalista italiano. Presidente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) dal 1987 al 1990, attualmente è professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Roma "Tor Vergata", nonché titolare della cattedra Jean Monnet in Costitutional Trends in European Integration nel medesimo ateneo. Presidente del comitato promotore dei referendum costituzionali, ha elaborato gli attuali quesiti referendari ed è stato, nel 1993, l'ideatore, insieme a Serio Galeotti, dei quesiti per il referendum sulla legge elettorale. È coautore di un manuale di diritto pubblico italiano ed europeo, nonché autore di diverse monografie.

3 Responses to “AAA: cercasi exit strategy”

  1. Giorgio Branca ha detto:

    Belle e accorate parole, certo, ma non è con un “…ci vorrebbe una grande politica, capace di…” , né con un “Serve una politica che…”, né ancora con un “…urge una politica che”faccia politica”…”, né infine con un “(politica, ndr)Che sappia offrire una visione di futuro, moderna, inattesa, coraggiosa…”, che si può pensare di aver dato un contributo significativo al dibattito. Queste cose sono ovvie espressioni di buonsenso e sono cose che già sappiamo tutti… ma non ci dicono alcunché di nuovo. E non ci aiutano neanche un po’. Sono quelle tipiche osservazioni, molto “politiche” che tutti quanti indistintamente sottoscriverebbero, perché sono solo l’enunciato di un problema, o di una serie di problemi, e questi, malafede a parte, sono talmente evidenti che a nessuno può venire in mente di disconoscerli.
    E’ sul “cosa fare” perché si possa manifestare una “grande politica”, che sia “capace” e che “sappia fare”, che ci si divide in mille interessate parrocchie, il cui scopo primario è oggi solo la autoassoluzione e la sopravvivenza. E come se, crollata una casa, ci si arrovellasse per decidere se salvare qualche pilastro, oppure il camino, o la cantina, o ancora fosse più utile salvare ciò che si può del tetto.
    La diatriba non ha, nel contingente, alcun significato. Bisogna tener conto, questo sì, delle male esperienze, degli errori e dei quadri normativi che nell’edificare precedente (tanto per restare all’esempio “edile”) non si sono rispettati. Ma ciò è tutto. La casa va abbattuta anche in ciò che apparentemente è ancora “in piedi”, perché ormai “sano” non lo è più. E bisogna allontanare al più presto le macerie e le strutture pericolanti. Può essere solo di danno, provare ad affidarsi alla loro tenuta, che non ci sarà più. Fuori di metafora, non si può chiedere di salvarci ad un sistema economico e politico che è stato la causa, strutturalmente e non solo accidentalmente, dello sfascio di questo paese. Ed è stucchevole che ora, tanti piccoli pezzetti di questa piccolissima politica, si chiamino fuori dal disastro e dicano con buonsenso inutile, ciò che avrebbero dovuto prima mettere in pratica nel loro operare.
    Non si trapiantano organi sani in un corpo marcio. Si muore e si rinasce “altra cosa”. Totalmente e definitivamente altra cosa. E se può esserci il pericolo che il nuovo sia “peggio” dell’attuale (cosa che sento molto difficile, in ogni caso), ben venga anche questa possibilità. Sarà il nostro accettabile “rischio di impresa”. Perché al momento un sistema “altro”, meglio o peggio che sia, è comunque preferibile al riciclo di quello presente, che non vedo più suscettibile di alcun significativo miglioramento.

    Giorgio Branca.

  2. Parole davvero belle ed accorate sia quelle di Guzzetta che quelle di Branca, al limite della disperazione, una disperazione alta e nobile per ciò che potrebbe essere – un futuro migliore – e si dispera che possa mai essere. Lasciano un senso di impotenza e di sorda voglia di fare.
    Certo, il sistema non è assolutamente più emendabile, non vi sono misure settoriali che possano stimolarne una modificazione positiva nel suo insieme. Il sistema concepito da democristiani è funzione del cinismo democristiano volto solo alla gestione pura e semplice del potere, purchessia, a qualsiasi costo.
    Concordo anch’io con Branca che si muore e si rinasce altra cosa. Ed allora, forse, proviamo ad immaginare quale percorso di rinascita si potrebbe delineare. Se fossimo una grande azienda produttiva che prende coscienza del suo stato di imminente o conclamato disastro, e ne fossimo gli azionisti più avveduti, proveremmo a sacrificarci ed a dedicare ogni sforzo per realizzare il salvataggio, quella morte e rinascita che sola è garanzia di futuro. Ad una analisi di dettaglio di natura organizzativa (della funzione pubblica allargata) segue una anche dolorosa ristrutturazione operativa, previa ridefinizione del funzionigramma, dell’organigramma, della mission aziendale, delle ragioni stesse dello stare insieme in termini strutturati. Poi, e solo poi vengono le istruzioni per l’uso, precedute dalla scrittura del Codice etico d’azienda che ne è l’ossatura portante.
    Non si tratta di Bicamerali – o come ebbe a definirle un ragazzo amico di mia figlia “Bichiacchieratoi” – ma di vero e proprio colpo d’ala che solo un uomo di stato vero può dare.
    L’Italia unitaria è nata da soperchierie e falsi e profluvi di demagogia, ne è vissuta e ne vive tutt’ora di questa immensa bolla demagogica.
    Abbiamo bisogno, prioritariamente di un bagno profondo di verità e di serietà. Ho impressione che il Carnevale permanente non finirà che in una lunghissima angosciosa, spenta Quaresima.

  3. Luca Cesana ha detto:

    Che dire? Chapeau, professor Guzzetta!

Trackbacks/Pingbacks