Il PdL e il fantasma del PCI. L’irresistibile leggerezza dell’ortodossia

– Vedremo presto se la scelta di ricorrere ai principi dell’organizzazione leninista porterà bene al PDL e a quanti pensano di risolvere le inevitabili contraddizioni di un partito del 40% facendo funzionare la “macchinetta” delle votazioni a maggioranza come una democratica ghigliottina.

I due partiti di massa della Prima Repubblica funzionavano in modo rovesciato. La DC ha rinunciato molto presto ad essere un partito vero e proprio, divenendo piuttosto una coalizione di interessi divergenti, legati da una filosofia interclassista e da una pratica compromissoria.  Il PCI non ha mai rinunciato (fino al momento in cui ha dovuto rinunciare alla propria ragione sociale) a coltivare e consolidare una “linea”, in cui condensava il meglio – si fa per dire –  della sua visione e il peggio del suo opportunismo politico.

A quindici anni e ad una Repubblica di distanza, un grande partito dovrebbe forse darsi un modello diverso. Perché sono cambiati i tempi e le regole del gioco politico. E anche perché i mezzi prefigurano i fini e li giustificano e due modelli come quelli della DC e del PCI non sembrano coerenti con i fini di questa “creatura” nata berlusconiana e, almeno in teoria, proiettata nella storia post-berlusconiana del Paese. Anche per questo, non è un buon segno che una parte della classe dirigente del PdL riscopra le virtù del centralismo democratico, sia pure ripulito e corretto, visto che ai dissidenti è richiesto il silenzio e non la pubblica abiura.

Non c’è dubbio che oggi il PDL è costretto a scontare anche un “errore di giovinezza”: quello di avere pensato di articolare la discussione interna, come se questa potesse riguardare solo il futuro e non anche il presente, solo il profilo ideale del partito e non anche le concrete scelte di governo. Un partito che inizia a discutere, invece, discute inevitabilmente di tutto: anche della genialità tremontiana, a cui tutti ci inchiniamo, ma che ad alcuni inizia a non sembrare del tutto diversa da quella di un rispettabile tecnocrate del centro-sinistra.  Anche della legge finanziaria, che ha confermato che il “programma può attendere”. Anche delle questioni istituzionali, in cui un partito che ha regalato alla Lega la testa del referendum Guzzetta oggi rischia l’accerchiamento, la confusione e l’afasia. Anche dei problemi bio-politici, su cui un partito ancora impreparato ha scelto di avventurarsi con un “bignamino” bio-etico desolante, per “vendicare” la morte di Eluana. Anche della giustizia, in cui il processo breve e il lodo costituzionale non sono una riforma, ma semmai una premessa della riforma, che è altrettanto urgente e irrinunciabile.

E’ vero che l’indispensabile legame tra discussione politica e funzione di governo impone ad un partito, su cui grava il peso dell’esecutivo, di trovare un’unità di azione e di indirizzo e di non procedere in ordine sparso. Ma è una responsabilità che pesa sia sulle maggioranze, sia sulle minoranze e più sulle prime che sulle seconde. Questa unità – se non vuole essere la burocratica richiesta di un “voto conforme” – comporta la capacità di trovare una sintesi efficiente tra posizioni diverse e ugualmente “rappresentative” della realtà sociale, culturale e ideale del PDL.

Prendiamo il tema di governo meno suscettibile di interpretazioni anti-berlusconiane, cioè il rapporto tra tassazione e spesa pubblica. Come si risponde alle obiezioni del Professor Baldassarri, lungo le quali si articolerà parte della discussione della finanziaria anche alla Camera? Chiedendo all’Ufficio di Presidenza del partito di decidere se il Professore ha ragione o ha torto? Oppure cercando un modo ragionevole per tenere insieme (perché “devono” stare insieme, in un partito del 40%) le proposte di chi intende innanzitutto garantire la tenuta dei conti pubblici e quelle di chi ritiene che, per ragioni di efficienza e di equità, i livelli di spesa pubblica e imposizione fiscale non possano più considerarsi “variabili indipendenti”?

La risposta alle tensioni interne dovrebbe essere quella di accelerare la costruzione di un partito capace di elaborare, e non solo di supportare, le necessarie sintesi richieste dall’azione di governo.  Questa è la scommessa del PdL. Che non c’entra niente con il “contiamoci” minacciosamente pronunciato da chi pensa che ogni differenza segni una ragione e un torto e valga un regolamento di conti. In un partito che vuole governare, e non esercitare l’egemonia sulle masse, una rigida ortodossia è sempre prova di colpevole leggerezza.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Il PdL e il fantasma del PCI. L’irresistibile leggerezza dell’ortodossia”

  1. Andrea de Liberato ha detto:

    Il tanto paventato “contiamoci” prelude ad un confronto, tanto inevitabile quanto prevedibile, tra idee e culture diverse. Trovo molto stridente, però, il contrasto fra chi, come Carmelo in questo articolo, continua caparbiamente a scommettere su un PdL plurale e i sempre più frequenti, numerosi assertori della “conta”, che evidentemente scommettono su future frammentazioni e spaccature e, in definitiva, sul fallimento del PdL.

  2. Luca Cesana ha detto:

    Bravo, bravo e ancora bravo Carmelo!”

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