– Il senatore Quagliariello, che è persona di cultura, pensa che la chiave di volta per l’organizzazione del PdL stia nella massima di Ewart Gladstone: “Tra la propria coscienza e il proprio partito, un gentiluomo sceglie sempre il partito”. Massima notevole, che però l’autore – prima conservatore e poi laburista, ma sempre gentiluomo –  deve avere interpretato in modo libero e spregiudicato.
La “libertà di dissenso” confina pericolosamente (ma non coincide) con l’anarchia politica e quindi comprendiamo che l’idea di imporre una disciplina di partito sbrigativa e efficiente suoni persuasiva. Però non riesce proprio a suonare liberale, a meno che non sia evocata per essere contraddetta.

L’avventura del Pdl affascina proprio perché è nuova. Nuova non nel senso di qualcosa che torna “di nuovo” (per dire: l’eterno ritorno della disciplina di partito), ma nel senso di qualcosa di inedito e imprevisto, quanto lo è stato il suo inventore e patrono, che ha iniziato l’avventura politica con una carovana di profughi e outsider, che non volevano avere una “linea”, né darla al Paese, ma piuttosto risparmiarsi e risparmiare agli italiani il governo di un partito che stimava come prova della massima moralità politica, insieme all’eroismo di Greganti, proprio il “non capisco, ma mi adeguo” dei suoi eroici e inconsapevoli militanti.

Il Pd post – veltroniano si muove ormai a macchina indietro, lungo direttrici sperimentate nei primi decenni repubblicani. Il Pdl non dovrebbe e comunque neppure può fare altrettanto. La sua fortuna è legata a quella del suo sistema operativo “partito di massa 2.0”. Se il sistema operativo non si stabilizza, si moltiplicheranno i crash ed i reset. Ma se non viene utilizzato e fatto funzionare, di sicuro non si stabilizza, né si perfeziona. La macchina del partito ha un hardware robusto. Tra il 35 e il 40% degli italiani. E ha un software, che è il problema a cui occorre mettere testa (e abbiamo appena iniziato). Continuare a ragionare sull’antivirus, come se il problema fosse questo, è sbagliato e consolatorio.

Se uno confonde il sistema operativo con l’antivirus, allora pensa che la chiave di volta di tutto stia nella disciplina di partito e in efficiente sistema di “buttafuori”, in grado di difendere il corpo collettivo da chi ne minaccia l’unità.  Senza andare oltre Manica e riciclare Gladstone, una sintesi meravigliosa di questa idea “collettivista” dell’etica politica la diede Pajetta, dicendo che “è meglio avere torto con il partito che ragione da soli”.  E dire che Pajetta era, di temperamento, uno piuttosto indisciplinato, ma a questa verità togliattiana ha sempre religiosamente creduto.

Costruire il partito di Berlusconi con un software togliattiano è però una contraddizione in termini. Anche se nella contraddizione cadesse lo stesso Berlusconi, accecato dalla rabbia e dalla furia verso un attacco che si annuncia pesante, ma che verrà, ancora una volta, dall’esterno e non troverà sponde interne in segreta intelligenza col nemico.

Dunque ripartiamo dal software, poi (molto poi) ci sarà il problema dell’antivirus. Urgono sviluppatori innovativi e tentativi euristici di contemperare libertà creativa di pensiero e sostegno al Governo. I politologi ci  insegnano che il partito carismatico – di cui quello di Berlusconi  è esempio cristallino, pur nella sua originalità- per sopravvivere al carisma del leader deve istituzionalizzare le forme del proprio dibattito e del confronto interno,  ben prima che il leader conquisti i suoi meritati ozi. A differenza di tanti gufi, io non vedo così male il Pdl che discute del suo futuro in termini di contenuti politici, ma sostiene il leader nelle prove ordinarie di Governo e straordinarie di resistenza all’accanimento  giudiziario. Perché i fatti ad oggi sono questi e non riconoscerli è, questa sì, operazione distruttiva.

E guardiamo bene il nostro hardware: quello del PCI era un popolo in cerca di autore e di riscatto,  bisognoso di risposte e rassicurazioni, che affidava le proprie speranze di emancipazione sociale e di benessere alla “religione” del partito e al suo contenuto profetico, e chiedeva ai funzionari di sezione notizie sulla rivoluzione prossima ventura. Il nostro popolo (come d’altronde quello del PD) non è questo, né può tornare ad esserlo. E’ temprato da sessant’anni di Repubblica, dal boom e dallo sboom,  dalla tv pluralista e multicanale, da Internet, da un senso realistico e non religioso della passione politica e da un sano scetticismo verso i politici che la prendono troppo “alta”. Della “linea” del partito tutelata da un esercito di buttafuori – diciamo la verità – questo popolo non saprebbe neppure che farsene.